di Vassiliki Tziveli*
Le Olimpiadi non iniziano il giorno della cerimonia d’apertura, ma molto prima, nei silenzi degli allenamenti, nei giorni in cui nessuno guarda, nelle rinunce invisibili e nelle volte in cui si è pensato di mollare. Quando arrivano sugli schermi, in realtà, raccontano già una storia lunga anni. Guardarle mentre sono in corso cambia lo sguardo e ci porta a non vedere solo gare, medaglie, classifiche, ma volti tesi prima della partenza, lacrime trattenute, abbracci che durano più del tempo della competizione. Vediamo atleti che stanno vivendo qualcosa che per loro conta davvero ed è questo che ci arriva addosso, anche da spettatori.
Le Olimpiadi ci ricordano che la gara non è solo verso gli altri, ma soprattutto verso se stessi. Ogni atleta scende in campo con un dialogo interiore fatto di dubbi, aspettative, paura di sbagliare. Non vince chi non prova emozioni, ma chi riesce a restare presente nonostante le emozioni e riesce a trasformare la tensione in concentrazione, l’ansia in energia, l’attesa in azione.
C’è una grande lezione anche nella sconfitta. Alle Olimpiadi si può arrivare quarti, ultimi, fuori dal podio, eppure, spesso, proprio lì si vedono i gesti più veri: chi accetta il risultato, chi riconosce il proprio percorso, chi capisce che una gara non definisce una vita. Questo insegna soprattutto ai giovani che il valore non coincide con una medaglia, ma con la capacità di attraversare l’esperienza senza perdersi restando fedeli a sé stessi. In questo contesto prende forma anche il rispetto per il proprio corpo, per i propri limiti, per i tempi necessari alla crescita e per l’avversario, che non è un nemico da abbattere ma una presenza che rende possibile la gara stessa. Competere non significa annullare l’altro, ma riconoscerlo.
Le Olimpiadi parlano anche di diversità. Ogni atleta porta con sé una storia diversa, un modo unico di arrivare lì. Guardarle insieme, come comunità, significa imparare che non esiste un solo modo di essere forti, di riuscire, di realizzarsi. Integrare le differenze non vuol dire renderle uguali, ma permettere a ciascuno di esprimersi nel proprio modo. Fuori dalla gara, le Olimpiadi parlano di relazioni, di allenatori che sanno quando spingere e quando proteggere, di famiglie che sostengono senza invadere, di adulti che accompagnano, più che dirigere, e tutto questo può diventare un’occasione educativa potente per parlare di impegno, di fallimento, di sogni realistici, di rispetto dei tempi. Vivendole giorno dopo giorno, le Olimpiadi ci insegnano che non tutto è controllabile, che si può preparare al massimo una competizione e comunque sbagliare, che si può dare tutto e non vincere, ma nulla di ciò che viene vissuto con presenza va perso. Ogni esperienza costruisce qualcosa che resta, anche quando il risultato non è quello sperato.
In un mondo che chiede sempre prestazioni perfette, le Olimpiadi ci riportano all’essenziale che è quello di mettersi in gioco, restare fedeli a ciò che si ama, continuare a provarci e non per uscirne necessariamente i migliori, ma per essere veri, imparando a vivere ciò che conta davvero con coraggio e consapevolezza.
*mental coach e giornalista