Finché ci sarà una diversità di trattamento salariale tra uomini e donne che svolgono lo stesso lavoro, l’8 marzo non sarà mai una Festa, ma il momento per rivendicare un diritto che è ancora di là da venire. E, guardando i numeri, parecchio in là…
Il Rendiconto dell’INPS
Per un’analisi corretta, partiamo dal terzo Rendiconto di genere del Consiglio di Indirizzo e Vigilanza (CIV) dell’INPS, presentato nei giorni scorsi a Roma, particolarmente ricco di dati relativi sia alla presenza delle donne nel mercato del lavoro sia ai livelli retributivi e pensionistici di entrambi i generi, che consentono di delineare il quadro della situazione. Innanzitutto si rileva che nel 2024, il tasso di occupazione femminile in Italia si è attestato al 53,3%, rispetto al 71,1% degli uomini, evidenziando un divario di genere significativo pari al 17,8% (leggermente migliore nelle nostre regioni dove il divario va dal 13,3% del Piemonte al 14% della Lombardia e al 15% della Liguria) e che l’instabilità occupazionale coinvolge soprattutto il genere femminile in quanto, fra le assunzioni a tempo indeterminato, solo il 36,7% sono donne, a fronte del 63,3% di uomini.
Gender pay gap
Ma è soprattutto il gap retributivo di genere a lasciare sconcertati: le donne percepiscono stipendi inferiori anche di oltre 25 punti percentuali rispetto agli uomini.
«In particolare – si legge nel comunicato dell’INPS – fra i principali settori economici, la differenza è pari al 19,7% nelle attività manifatturiere, 23,6% nel commercio, 15,7% nei servizi di alloggio e ristorazione, 31,7% nelle attività finanziarie e assicurative».
Gli uomini percepiscono redditi medi giornalieri superiori alle donne in tutti i settori economici esaminati tranne le estrazioni di minerali da cave e miniere. Nello specifico, in nove settori su diciotto esaminati le donne guadagnano oltre il 20% in meno; divari che aumentano nelle attività finanziarie e assicurative, dove le donne percepiscono mediamente il 31,7% in meno, nelle attività professionali scientifiche e tecniche (il 34,2% in meno) e in quelle immobiliari (il 40,2% in meno).
Più si sale, più cresce il divario retributivo
Se poi andiamo a vedere le posizioni di livello dirigenziale e quadro, il divario di genere risulta ancora più marcato. Infatti, nei contratti a tempo indeterminato, solo il 21,8% delle donne occupa ruoli dirigenziali, a fronte del 78,2% dei colleghi uomini. E non va molto meglio nell’ambito dei contratti relativi ai quadri, dove le donne rappresentano il 33,1% del totale, mentre gli uomini costituiscono il restante 66,9%.
«Tale configurazione – concludono all’INPS – conferma che l’accesso alle posizioni apicali e di responsabilità manageriale in Italia continua a essere prevalentemente appannaggio degli uomini, evidenziando la persistenza di un modello professionale e organizzativo ancora caratterizzato da una limitata presenza femminile nei ruoli di comando».
Certo, all’interno di questi dati andrebbero fatte delle distinzioni in base all’età, ai diversi contratti applicati così come ai differenti settori o all’azienda in cui si lavora. Come ha cercato di fare l’indagine “Total reward trend 2025” di Odm consulting – Gi Group: il risultato è stato un gender pay gap medio italiano attestato intorno al 10,4% (la differenza di retribuzione tra uomini e donne è risultata pari a -12,3% tra gli operai, -10% tra gli impiegati, -5,7% tra i quadri e -10,6% tra i dirigenti).
Tutto questo succede ancora nonostante, per quanto riguarda il livello di istruzione, nel 2024 le donne abbiano superato gli uomini sia tra i diplomati (52,6%) sia tra i laureati (59,4%); questa prevalenza nel percorso di studi, però, non si traduce in una corrispondente presenza nelle posizioni di vertice nel mondo del lavoro.
La conferma arriva dalle prestazioni pensionistiche previdenziali
La situazione di svantaggio accumulata dalle donne negli anni si riflette anche sulle prestazioni pensionistiche previdenziali: infatti, sebbene le donne siano numericamente superiori tra i beneficiari di pensioni, essendo circa 7,99 milioni le pensionate rispetto ai 7,37 milioni di pensionati, permangono significative differenze negli importi erogati.
«Nel lavoro dipendente privato – si legge nel Rendiconto di genere – le pensioni di anzianità/anticipate e di invalidità per le donne sono rispettivamente del 25,1% e del 31,5% inferiori rispetto a quelle degli uomini, mentre nel caso delle pensioni di vecchiaia il divario raggiunge il 44,2%. I dati delle pensioni sono il riflesso di una condizione di svantaggio che le donne hanno nel mercato del lavoro. Le donne prevalgono numericamente nelle prestazioni pensionistiche di vecchiaia e ai superstiti. Il numero limitato delle donne che beneficiano della pensione di anzianità/anticipata (solo il 34,2% rispetto al 65,8% degli uomini) evidenzia le difficoltà delle donne a raggiungere gli alti requisiti contributivi previsti, a causa della discontinuità che caratterizza il loro percorso lavorativo».