L'osservatorio Ance

Migrazioni universitarie al Nord la maggiore capacità attrattiva

Le nostre regioni hanno anche una bassa percentuale di giovani residenti che decidono di frequentare altrove.

Migrazioni universitarie al Nord la maggiore capacità attrattiva

Un’Italia a due facce. La Lombardia ha solo il 15% di “suoi” studenti immatricolati in un’altra regione, il Piemonte il 21% e la Liguria il 31%. Il Sud arriva fino al 78%.

Al Nord i territori più attrattivi in termini di migrazioni universitarie

Quello espresso all’inizio di questo articolo è un dato contenuto nel rapporto dell’osservatorio Ance che analizza la mobilità universitaria quale componente strutturale della mobilità interna; mobilità che rappresenta uno dei principali canali attraverso cui si manifestano e si rafforzano i divari territoriali. I dati del Ministero dell’Università e della Ricerca sulla quota di studenti immatricolati in una regione diversa da quella di residenza nell’anno accademico 2024-2025, infatti, mostrano con chiarezza differenze marcate tra le diverse aree del Paese: i livelli più elevati di mobilità di studenti si registrano nelle regioni di minore dimensione demografica e, in particolare, nel Mezzogiorno. In Basilicata il 78% degli studenti universitari risulta immatricolato fuori regione, a cui seguono la Valle d’Aosta (73%) e il Molise (63%).

Ci si sposta per la capacità limitata di trattenere la domanda di istruzione universitaria

Questi dati riflettono una capacità limitata dei territori di origine di trattenere la domanda di istruzione universitaria, spesso a causa di un’offerta formativa meno articolata o di una minore attrattività dei poli accademici locali. Percentuali intermedie caratterizzano altre regioni del Centro-Sud, come Abruzzo (49%), Calabria (39%), Marche (38%) e Puglia (35%), mentre nelle regioni del Centro-Nord, con una forte concentrazione di atenei e poli universitari di grandi dimensioni, la mobilità risulta significativamente più contenuta: il valore più basso è quello del Lazio, 12%. Queste regioni non solo non “perdono” gli studenti residenti ma sono capaci di intercettare flussi di studenti provenienti da altre parti del Paese. Basti pensare che Roma e Milano, nel solo anno accademico 2024-2025, hanno accolto rispettivamente circa 102mila e 137mila nuovi studenti, principalmente provenienti dalle regioni del Mezzogiorno, oltre il 64% di tutti gli studenti fuori sede italiani.

La portata del fenomeno emerge nelle sue dimensioni effettive leggendo i valori assoluti

Se si leggono i valori assoluti, ci si rende conto della portata del fenomeno: in Puglia gli studenti che nell’anno accademico 2024-2025 hanno lasciato la regione per studiare sono circa 40mila, 36mila in Campania e 32mila in Sicilia. Il fenomeno, comunque, riguarda anche zone del Settentrione: il Veneto è la terza regione, per numeri assoluti, per studenti che partono per studiare al di fuori della propria residenza, seguita dalla Lombardia. Chi risiede al Nord, però, spesso opta per spostamenti più a corto a raggio, in regioni confinanti con la propria o andando poco oltre. Quando, invece, chi si muove dal Sud il più delle volte lo fa per emigrare a centinaia di chilometri di distanza da casa.
Il fenomeno della mobilità chiama due riflessioni: una sulle conseguenze economiche negative che ricadono sulle regioni “abbandonate” dai giovani, l’altra sulla necessità di alloggi per gli studenti nelle regioni che li accolgono; gli universitari, infatti, rappresentano uno dei fattori di emergenza abitativa che colpisce soprattutto il Nord.

La mobilità studentesca è il primo passo di un percorso migratorio più lungo

La mobilità studentesca, come ribadisce Ance, rappresenta spesso il primo passo di un percorso migratorio più lungo: una quota significativa degli studenti che si formano fuori regione tende, infatti, a non rientrare nel territorio di origine, contribuendo nel tempo alla perdita di capitale umano qualificato, come emerge dall’analisi delle migrazioni dei giovani laureati. Dal 2014 l’Italia registra un calo costante della popolazione, determinato soprattutto dalla diminuzione delle nascite e dall’aumento delle partenze verso l’estero. Secondo l’Istat, tra il 2014 e il 2023 gli espatri hanno superato 1,1 milioni, e oltre un terzo di questi (367mila) riguarda giovani tra i 25 e i 34 anni. All’interno di questa fascia, circa 146mila persone ( 39,7%) erano laureate al momento della partenza. Sebbene una parte di loro sia rientrata, il saldo tra rimpatri ed espatri dei giovani laureati rimane da dieci anni costantemente negativo, con una perdita netta di oltre 97mila laureati: un impoverimento profondo del capitale umano del Paese. Nel solo 2023, un espatriato su 2 nella fascia d’età tra i 25 e 34 anni è laureato: 21mila “cervelli e braccia” che hanno preferito lavorare e vivere altrove. L’impatto di questa fuga non è però uniforme sul territorio: Nord e Centro riescono a compensare le perdite verso l’estero grazie alle migrazioni interne, attraendo giovani qualificati dal Mezzogiorno. In dieci anni il Nord ha registrato un guadagno netto di 134mila giovani laureati, il Centro di 13mila. Per il Sud, invece, lo svantaggio è doppio: alle partenze verso l’estero si sommano quelle verso le altre regioni italiane, con una perdita complessiva di oltre 179mila giovani laureati. Un divario che non solo riduce la popolazione, ma sottrae al Mezzogiorno competenze, opportunità e futuro.