Uno dei più importanti giocatori e allenatori di pallacanestro italiani, ma lui afferma di non essere stato «una stella» e quindi di non poter avere «degli eredi» perché «ce ne sono stati tanti più bravi di me». Romeo Sacchetti, per tutti Meo, ripete più volte che la pallacanestro è il secondo sport più bello del mondo (al primo posto colloca l’atletica) e che merita attenzioni e risultati importanti. Classe 1953, ha appena dato l’addio al basket.
Perchè il basket?
«Giocavo a calcio all’oratorio, poi ho visto una partita di basket in televisione; nel cortile dell’oratorio c’era un glicine che con i rami sembrava formare un canestro: ho iniziato a tirare lì e poi a Novara».
Quando ha capito che questo sport sarebbe diventato la sua vita?
«Mi è piaciuto l’ambiente di Novara, un bellissimo gruppo, stavamo bene insieme. Ho sostenuto dei provini a Milano e Varese per la serie A ma non mi hanno preso, dicendomi che non ero un giocatore da serie maggiore. Così sono andato ad Asti, in B, a guardare gli altri giocare e imparare: man mano stavo in campo sempre di più e quindi sono andato a Torino e Bologna e nella mia carriera sono accaduti fatti inaspettati».
Aveva un piano b?
«No, non ho mai pensato di dedicarmi ad altro. Non è stata una carriera facile la mia. Sono stato “bocciato” da giovane ma questo mi ha dato la forza di dimostrare che si erano sbagliati a dare quei giudizi e infatti si sono sbagliati».
Meglio giocare o allenare?
«Giocare è la cosa più bella, ha valore 100 per me; allenare ha valore 30».
Cosa direbbe oggi al giovane Meo se potesse tornare indietro nel tempo?
«Gli direi che può fare qualcosa di più, impegnarsi nel tiro. Da allenatore ho la fissazione del tiro con i miei giocatori forse proprio perché io non l’avevo».
Ha rimpianti?
«No. Ho avuto grandi gioie e delusioni, infortuni ma ho vissuto bene, con compagni importanti e la possibilità di giocare campionati del mondo e Olimpiadi che credo siano il punto massimo per uno sportivo».
Cosa ricorda delle Olimpiadi?
«Ne ho vissute due da giocatore e una da allenatore. A Mosca non potevamo sfilare per il boicottaggio, a Los Angeles la sfilata è stata bellissima, a Tokyo, con il Covid, si poteva gustare solo il Villaggio olimpico, gli spalti erano vuoti.
Gli incontri fondamentali?
«Il mio allenatore a Novara, Bob Rattazzi, che mi ha trasmesso il senso della professionalità. Non riuscivo a schiacciare: aveva scommesso che se ci fossi riuscito mi avrebbe pagato una pizza. Mi sono allenato con i pesi alle caviglie e sono arrivato ad appoggiare la palla: ho capito che lo stimolo per allenarsi è importante. E poi, l’allenatore a Bologna, Ettore Zuccheri, che mi ha cambiato ruolo: mi ha impostato come guardia perché avevo i piedi veloci. Mio figlio al contrario di me è un buon tiratore, io difensore: avessimo potuto fare un mix tra noi, ci sarebbe stato il giocatore perfetto».
Quali le caratteristiche che deve avere un buon giocatore?
«Tanta passione e la convinzione che si possa migliorare. Mi è capitato di vedere giovani con potenzialità che hanno raggiunto risultati alti grazie all’applicazione e al fuoco che avevano dentro; altri che partivano con doti maggiori ma si sono “fermati”».
Lei è nato in un campo profughi ad Altamura, ricorda qualcosa?
«No perché ero piccolo: ho solo le foto e poi sono tornato con mia sorella Gilda in quella che mi hanno detto essere la baracca dove ero nato».
E le altre città dove è stato?
«Sono arrivato piccolissimo a Novara e poi Torino dove dominava il calcio e poi Bologna, la città che viveva di pallacanestro ed era bellissimo. Ho buonissimi ricordi anche della Sicilia e della Sardegna, regione dove vivo ora».
Ha altre passioni?
«Il giardinaggio e i cani. Ho avuto tre Pastori tedeschi; mi commuovo ancora pensando all’ultimo che è mancato quando aveva 5 anni; non ho la forza di prenderne un altro ma vado nei canili».
Come si coniuga una carriera al suo livello e la famiglia?
«Io ero sempre fuori. E’ stata brava mia moglie a crescere i nostri figli: è stata la parte primaria nella loro educazione. Mia figlia Alice ha giocato a pallavolo e ora è mamma, Brian gioca e Tommaso allena a Varese».
Quanto è importante lo sport per un giovane?
«Io ho avuto la fortuna di frequentare a Novara l’oratorio dei Salesiani: si praticava atletica, si giocava a calcio prima del Rosario delle 17. Ora mancano queste realtà e tutto è cambiato con la tecnologia e l’intelligenza artificiale: la modernità è giusto seguirla ma senza sport i ragazzi si perdono qualcosa di bello».
Seguiva un’alimentazione particolare? Una dieta?
«No… ero e sono golosissimo. Il mio cruccio perché ogni tanto mi pesavano e mi facevano lavorare per tornare in forma. Avrei dovuto seguire un’alimentazione migliore ma… andavo pazzo per i gelati. Mia madre mi dava 100 lire per andare a comperare il latte e io investivo 20 lire per un cono buonissimo che vedevano vicino alla bottega. Altri tempi!».
Ha avuto dei miti, dei modelli?
«Ero tifoso dei Boston e amavo Larry Bird. Mio figlio Brian deve il suo nome a un tiratore che mi era rimasto impresso: Brian Winters. I miei suoceri, campani, mi chiedevano spesso che nome fosse…».
Si è sentito capito nel corso della sua carriera?
«Sono sempre stato positivo e anche le bocciature mi sono servite per diventare migliore. Chi mi conosce veramente mi apprezza ma non si può piacere a tutti».
Pregi?
«Amo stare con le persone che mi hanno dato qualcosa, sono diretto e dico le cose come sono».
Difetti?
«Sono goloso, mi arrabbio ancora e alla mia età non dovrei più prendermela e poi bisognerebbe chiedere a mia moglie, lei ne direbbe altri…».
Ha scritto un libro, «Il mio basket è di chi lo gioca» dove si racconta: come è nata l’idea?
«Dall’editore, dopo la triplete e il mio esonero. Mi disse: “Hai tempo, scrivi”. L’ho fatto con un giornalista, Nando Mura, con il quale avevo un rapporto di fiducia. Adesso mi dicono che manca un pezzo del mio percorso e dovrei pubblicarne un secondo».
Ha un libro sul comodino?
«Il mio che non ho più riletto dopo averlo scritto. E libri storici perché mi piacciono: da bambino ero bravissimo in Storia e Geografia».
Desideri?
«Vorrei che si recuperasse la dimensione dell’oratorio come spazio di gioco e aggregazione e vorrei che la pallacanestro, lo sport più bello che c’è dopo l’atletica, tornasse a collezionare risultati importanti e avesse la visibilità che merita. Non è facile ma speriamo che il coach della nazionale possa trovare i giocatori giusti. Si parla di calcio, ora di tennis, la pallavolo anche domina: il basket deve imparare da chi ha saputo fare meglio e crescere».
Cosa è cambiato nel mondo del basket da quando ha iniziato a ora?
«La misura del campo, le lunette, il tiro da tre e il tempo dell’azione. Soprattutto, però, la fisicità, diventata dominante. Un’evoluzione bella. Dobbiamo tornare ad amare la pallacanestro».