Le disuguaglianze di genere in ambito medico sono assodate, ma non sono rimaste immutate all’interno delle specializzazioni, nel corso di questi ultimi vent’anni: peccato che le tendenze mutate non rappresentino un segnale così positivo come potrebbe sembrare. Molti settori maschilizzati che si stanno femminilizzando, infatti, sono quei settori che hanno perso prestigio e che di conseguenza sono meno ambiti e meno remunerati.
Questo è uno dei risultati, forse uno dei più interessanti, del progetto Prin 2022 Pnrr “Gender segregation in specialised medical training” (Segregazione di genere nella formazione medica specializzata), finanziato con fondi del programma Next Generation Eu, che ha visto anni di ricerca e di restituzioni. Capofila del gruppo di ricerca l’Università del Piemonte Orientale, con coordinatore il professore di Sociologia, Domenico Carbone, insieme a Sarah Gino (medica legale) e Marta Ruspa (fisica per le scienze della vita), poi l’Università di Torino con Joselle Dagnes (sociologa economica), Barbara Mognetti (farmacologa) e l’Università della Valle d’Aosta con psicologi sociali Luca Scacchi e Mariagrazia Monaci.
«La formazione universitaria e post-laurea in medicina rappresenta un settore che, pur essendo fortemente femminilizzato, con oltre il 60% di studentesse, continua a mostrare forme persistenti di segregazione di genere, sia per la concentrazione delle donne in alcune specialità considerate “più compatibili con funzioni di supporto relazionale, sia per scarso accesso delle mediche a posizioni apicali, in particolare nell’area chirurgica», commenta Carbone.
Il primo asse di ricerca ha classificato le 51 specialità in tre macro-aree: quella caratterizzata dal contatto diretto e continuativo con le persone assistite; quella dove prevalgono competenze tecnologiche e chirurgiche; quella più legata ad attività diagnostiche, laboratoristiche.
Nella prima è emersa una stabile e marcata prevalenza femminile, in alcuni casi superiore all’80%, come in Pediatria o Neuropsichiatria infantile, a conferma della perdurante associazione tra genere femminile e ruoli di cura. La seconda area resta, invece, a prevalenza maschile, pur con segnali di graduale riequilibrio in ambiti come Chirurgia generale o Cardiochirurgia, mentre Ortopedia e Urologia rappresentano, ancora oggi, spazi fortemente segregati a favore della componente maschile. La terza area presenta un profilo più bilanciato, ma anch’essa è attraversata da differenze interne e da una leggera contrazione della presenza femminile negli ultimi anni.
«Dove cresce la componente femminile, si osserva spesso una minore capacità di attrarre nuove candidature, confermando quanto segnalato dalla letteratura internazionale sulla svalutazione simbolica di alcuni percorsi quando diventano prevalentemente femminili – continua il sociologo – e quindi la medicina è oggi un settore largamente accessibile a chi si forma e lavora come donna, ma continua a essere attraversata da linee di segregazione persistenti».
Il secondo asse di ricerca ha esplorato i fattori soggettivi e culturali che influenzano le scelte post-laurea con un campione di 500 studenti
«e ha confermato il peso degli stereotipi di genere ancora diffusi, come la percezione che alcune specialità siano “più adatte agli uomini” e altre “più adatte alle donne” – dice Carbone – ma ha anche mostrato elementi di trasformazione: la conciliazione tra vita privata e lavoro è emersa come un criterio centrale per entrambi i generi, spesso più rilevante del prestigio o della potenziale remunerazione. Specialità storicamente maschili iniziano, dunque, a essere prese in considerazione anche da studentesse, mentre settori a prevalenza femminile cominciano ad attrarre un numero crescente di studenti».
Il terzo asse ha approfondito le dinamiche emerse tramite 56 interviste qualitative a specializzande e specializzandi: questo ha permesso di comprendere come ci sia un’importante influenza dei processi sociali, di stereotipi di generi (come l’idea del chirurgo “duro e solitario” o della pediatra “naturalmente portata alla cura”), dove una visione ancor più rigida sia quella di chi ha in famiglia un medico «e su questi meccanismi si può lavorare per scardinarli», assicura il docente.
Il progetto ha diffuso i risultati, e quindi anche sensibilizzato rispetto a questi, attraverso numerosi convegni di rilevanza internazionale e articoli su riviste scientifiche, nonché un libro e un podcast “Corsie parallele”.