«Il dato epidemiologico generale va valutato in termini attenti, altrimenti si sbaglia nell’interpretarlo e si spaventano le persone in quanto i dati sul disagio mentale mettono insieme questioni molto diverse»
Massimo Clerici , docente di Psichiatria all’Università Milano Bicocca, parte da una premessa fondamentale per analizzare il fenomeno che vede in aumento i numeri relativi alla malattia mentale.
«Nei casi di malessere, per i quali le persone si rivolgono a psicologi e psichiatri, rientrano i timori legati all’identità e alla capacità di vivere con successo la vita, i litigi familiari così come le patologie quali disturbi di umore, ansia e depressione: occorre distinguere – afferma il professore – Il disagio giovanile così come quello degli adulti vanno analizzati in maniera stratificata, distinguendo le fasce d’età e le diagnosi».
Clerici ricorda il caso della Scandinavia che aveva registrato un alto tasso di suicidi: in realtà non vi era alcun allarme, ma un’indagine seria sul fenomeno che permetteva di raccogliere numeri più precisi rispetto ad altri Paesi.
«Spesso si classificano morti per incidenti stradali che però sono motivate da droga o alcol o magari la volontà di togliersi la vita, ma non rientrano nella casistica di queste cause».
E’ vero, dunque, che i disturbi mentali appaiono in numeri maggiori rispetto al passato ma questo «è una conseguenza del disagio globale in cui versa la società – continua Clerici – quindi la perdita si valori, di regole (e questo genera violenza). Quando i nostri servizi ci dicono che ci sono stati più accessi, sono dati seri e dopo il Covid alcuni disturbi come quelli alimentari e il consumo di alcol sono aumentati».
Accanto a questo aspetto, un altro, altrettanto importante: la difficoltà dei servizi stessi nel dare risposte di fronte all’aumentare della domanda.
«Il problema è grande anche a causa di una eccessiva psichiatrizzazione del contesto sociale. Quando ho iniziato io, ogni professionista seguiva circa 200 pazienti, ora siamo a circa 500: di fronte a questi numeri i pazienti “scappano”, soprattutto quelli che non erano già molto convinti nel pensare di intraprendere un percorso di cura. Si colpevolizzano i servizi sanitari ma molte persone non vi accedono in quanto non comprendono che i loro comportamenti sono sintomi. D’altra parte, se tutti coloro che soffrissero di disturbi della personalità (che sono molto di moda e colpiscono il 5-10% della popolazione) si rivolgessero ai servizi, questi non reggerebbero. Arrivano quindi in cura i “pericolosi”».
Questo scenario sembra raccontare un abbattimento dei tabù del passato, dove avvicinarsi alle cure psicologiche e psichiatriche rappresentava una vergogna, ma non è ancora del tutto vero.
«I nostri servizi sono come tutti i servizi dell’area medica e non si dovrebbe avere timori nel fruirne, invece, lo stigma rimane e più si alimenta il disagio più cresce la violenza. Si pensa troppo spesso che chiedere un aiuto psicologico o psichiatrico sia come varcare la porta di un manicomio e si ha paura di essere equiparati ai folli, ai matti, guardati quindi con sospetto e paura. Vi è ancora molta strada da fare, è necessaria un’educazione specifica – afferma il docente – perché i servizi non sono più fermi a Basaglia: la psichiatria è cresciuta e i reparti sono in sofferenza per scarsità di posti letto e per una invasione di autori di reato perché i magistrati non sanno dove metterli e gli avvocati chiedono subito perizie. Vi è una forte presenza di soggetti dipendenti da sostanze stupefacenti: purtroppo in questi pazienti le droghe agiscono da stimolanti e attivano impulsività e discontrollo in maniera esponenziale. Anche questa è una criticità».
Si può e si deve ancora fare tanto, conclude Clerici, sopratutto in termini di informazione corretta per evitare il sovraffollamento dei servizi, da un lato, e le corrette cure dall’altro.