Specializzarsi, diversificare, innovare. Sono alcune delle parole chiave che raccontano come è cambiato e continua a cambiare il mercato del lavoro.
Unione Industriali Torino, Camera di commercio di Torino e Centro di Ricerca e documentazione Luigi Einaudi ha redatto il «Rapporto industria e servizi organizzati 2026» che si basa sui bilanci depositati delle imprese con fatturato superiore a 5 milioni di euro che, nel periodo 2014-2023, sono passate da 1.384 a 1.892 in crescita del 37%.
I settori vincenti sono: aerospazio, alimentare, chimica-platica; in ombra: automotive, machchinari industriali. Le figure più ricercate sono gli assistenti alle vendite, quelle più difficili da reperire sono gli operai specializzati.
Il tessuto economico torinese sta sostenendo la ripresa della redditività investendo nei settori a maggiore crescita. L’aerospazio dimostra che Torino vince quando combina specializzazione storica, innovazione e competitività. Negli anni a venire saranno centrali la meccanica strumentale, l’integrazione dell’IA e la domanda di robotica, l’agroalimentare, la chimica e la gomma-plastica. Dalla sua storia industriale Torino sta traendo le risorse per una diversificazione che è in atto, come dimostrano i dati. Il nucleo produttivo si è irrobustito. La diversificazione delle esportazioni è un fatto. La redditività è in accelerazione soprattutto negli ultimi anni. Anche l’efficienza energetica migliora: i consumi elettrici calano del 4% annuo dal 2022, e la quota delle rinnovabili arriva al 41,1%.
Crescono del 24% gli addetti da 258.759 a 320.857, del 56% il fatturato da 76 a 118,4 miliardi, del 50% il valore aggiunto da 20,2 a 30,3 miliardi, del 57% le immobilizzazioni da 48 a 75 miliardi, del 47% il Mol (Margine Operativo lordo) da 9,3 a 13,6 miliardi. Però il valore aggiunto cresce meno del fatturato: il primo è salito del 21,1% nel decennio, da 77.882 a 94.352 euro; mentre il fatturato per addetto è aumentato in misura maggiore (+26%, da 293.823 a 369.114 euro). In un sistema innovativo di punta, sarebbe dovuto accadere il contrario. In termini reali (depurata l’inflazione) la crescita del valore aggiunto del nucleo è di circa +1,5% annuo: solo +0,2% in più rispetto alla media del Nord Italia (+1,3%). Il nucleo c’è, è vivo, ma non è ancora una locomotiva abbastanza potente da trainare tutto il sistema.
L’altro nodo è quello della produttività, dove in media si è registrato un +21% nel decennio (da 77.882 a 94.352 euro) ma con differenze enormi tra settori. La manifattura sale a 102.969 euro per addetto (+53%) e resta il motore ad alto rendimento, le costruzioni segnano un +121% ma è in larga parte effetto dei bonus edilizi mentre ICT e servizi alle imprese calano del 13%. E’ quest’ultimo il dato su cui riflettere: il settore che avrebbe potuto spingere il terziario ad alto valore aggiunto perde produttività e peso (dal 14% al 12% degli occupati del nucleo) per una serie precisa di motivi: imprese troppo piccole, gravitazione su Milano, ICT locali insufficiente. Infine, i servizi alla persona che sono passati dal 15% al 26% degli occupati, ma con produttività di appena 50.662 euro, ciò conferma che una parte importante della terziarizzazione in corso è a basso valore aggiunto e non spinge la produttività.
La domanda aperta è quindi legata a dove sarà destinata la redditività ritrovata, quanta parte sarà trasformata in investimenti. Il dato positivo è che una parte degli investimenti può essere realizzato in autofinanziamento dalle imprese ma serve anche il finanziamento esterno, bancario e no. E su questo i dati parlano di cali importanti.