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Ventisette punti di crescita reale accumulati dalla Lombardia in quasi trent’anni, appena 12 dal Piemonte: è forse il numero che meglio sintetizza la distanza tra le due grandi economie del Nordovest. Non si tratta soltanto di una differenza quantitativa, ma del risultato di due traiettorie produttive che nel tempo hanno preso direzioni diverse. Il confronto contenuto nel Rapporto Giorgio Rota mostra due sistemi regionali accomunati da una forte tradizione industriale, ma differenti per capacità di integrare manifattura, servizi, investimenti e domanda interna. La Lombardia ha costruito un’economia fortemente diversificata, capace di vendere non solo prodotti ma anche servizi avanzati al resto del Paese. Il Piemonte conserva una solida vocazione industriale ed esportatrice, ma una quota maggiore della domanda regionale viene soddisfatta da imprese localizzate fuori dai suoi confini. E’ questa, più ancora del semplice confronto tra Pil, la distanza da osservare.
Ventisette contro dodici
Tra il 1995 e il 2024 la Lombardia ha accumulato circa 27 punti percentuali di crescita reale, mentre il Piemonte si è fermato a 12. Il divario è quindi di 15 punti e si è formato lungo quasi tre decenni: non è l’effetto di un singolo ciclo economico o di una sola crisi. Anche la composizione della crescita racconta due economie diverse. In Lombardia i consumi delle famiglie hanno contribuito per circa 13,8 punti, gli investimenti per 8,4, la spesa pubblica per 1,9 e il saldo con l’esterno per circa 2,2 punti. In Piemonte consumi e investimenti hanno avuto un peso importante, rispettivamente circa 12,6 e 11 punti, mentre la spesa pubblica ha contribuito per 3,5. Ma a pesare negativamente è stato soprattutto il saldo degli scambi con il resto d’Italia, con un contributo di circa -15,9 punti. La differenza è netta: in Lombardia il rapporto con il resto del Paese sostiene la crescita; in Piemonte la sottrae.
Gli scambi
Il dato più eloquente riguarda infatti gli scambi interregionali. La Lombardia presenta un saldo di importazioni nette dal resto d’Italia pari a circa -19,8% del Pil: in sostanza, vende alle altre regioni italiane molto più di quanto acquisti. Il Piemonte presenta il quadro opposto, con importazioni nette pari a circa il 20,3% del Pil. Una parte consistente della domanda piemontese, dunque, viene soddisfatta da imprese di altre regioni. Non significa che il Piemonte sia poco competitivo, al contrario, la regione mantiene un saldo positivo nel commercio con l’estero. Il problema evidenziato dal rapporto è un altro: il surplus internazionale non basta a compensare il forte disavanzo nei rapporti con il resto d’Italia. La capacità di esportare fuori dai confini nazionali convive quindi con una forte dipendenza da beni e servizi prodotti altrove. Per la Lombardia il meccanismo è quasi speculare. La regione non è soltanto una grande piattaforma manifatturiera: è anche un centro di servizi che vende al resto del Paese. Una differenza fondamentale perché permette di trattenere una quota maggiore del valore generato dalla domanda italiana.
Il vero confronto è tra industria e servizi
Qui si trova forse il punto più importante del confronto. L’industria contemporanea non funziona più separatamente dal terziario. Per ogni 100 euro di valore aggiunto industriale vengono consumati circa 47 euro di servizi intermedi: consulenza, informatica, ricerca, progettazione, finanza, marketing, logistica e altre attività specialistiche. La Lombardia ha sviluppato un’offerta molto ampia di questi servizi, concentrata soprattutto nell’area milanese ma distribuita anche negli altri territori regionali. In questo modo una parte rilevante della domanda generata dall’industria rimane all’interno del sistema regionale. Il Piemonte dispone di competenze avanzate, ma presenta un’offerta terziaria meno capillare. Di conseguenza, una parte della domanda delle imprese industriali viene indirizzata verso altre regioni, in particolare verso la Lombardia. Il confronto diventa così circolare: la Lombardia produce industria e servizi per sé e per gli altri; il Piemonte produce industria, ma una parte dei servizi necessari alla sua industria viene acquistata fuori regione. E’ anche per questo che la polarità milanese esercita una capacità di attrazione crescente sul Piemonte e sulla stessa Torino, come osservano gli autori del rapporto.
Investimenti
Il confronto smentisce anche una lettura semplicistica secondo cui il Piemonte sarebbe rimasto indietro perché investe poco .Il tasso di investimento piemontese è infatti intorno al 28% del Pil, mentre il risparmio interno copre circa il 18%. C’è quindi una differenza di circa dieci punti tra investimenti e risorse generate e trattenute localmente. Il tema non è soltanto quanto si investe, ma quanto valore il territorio riesce a produrre e a mantenere al proprio interno. La Lombardia beneficia di un ecosistema più ampio, nel quale imprese, servizi avanzati, finanza, ricerca e grandi centri urbani alimentano reciprocamente la domanda. Il Piemonte presenta invece una maggiore dispersione della domanda verso l’esterno. In questo senso, la differenza tra le due regioni non è semplicemente quanto investono, ma quanto riescono a trasformare gli investimenti in un circuito economico locale.
Milano e Torino: il divario diventa visibile
La distanza regionale trova una rappresentazione ancora più evidente nel confronto tra i due capoluoghi. Ponendo il valore aggiunto reale del 2008 uguale a 100, nel 2023 Milano arriva a circa 117, Torino a circa 101. In quindici anni, dunque, l’economia milanese ha aumentato sensibilmente la propria capacità di generare valore, mentre quella torinese è rimasta sostanzialmente vicina al livello di partenza. Ancora più significativo è il valore aggiunto per abitante: nell’arco dei quindici anni l’aumento è stato di circa 9.591 euro a Milano, contro appena 188 euro a Torino. Il confronto non indica che Torino abbia smesso di trasformarsi. La ristrutturazione della sua economia ha prodotto aumenti di produttività e nuove specializzazioni. Ma la velocità di questa trasformazione è stata molto inferiore a quella dell’area milanese. I dati più recenti confermano inoltre che la provincia torinese cresce meno di altre province piemontesi, mentre le medie imprese rappresentano uno dei segnali più dinamici.
L’export
Lombardia-Piemonte non può però essere letto come quello tra una regione che esporta e una che non esporta. Entrambe sono grandi piattaforme manifatturiere internazionali. Nel 2023 la Lombardia ha realizzato circa 163,6 miliardi di euro di esportazioni, un valore che da solo rappresenta una quota enorme dell’export italiano. Il Piemonte rimane fortemente specializzato nell’industria e presenta importanti quote dell’export nazionale in comparti come la meccatronica e l’alimentare. Nella meccatronica, per esempio, nel 2023 la Lombardia rappresentava il 29,2% dell’export italiano del settore, il Piemonte il 12,3%; nell’alimentare le quote erano rispettivamente 17,5% e 15%. La differenza, dunque, non è soltanto nella capacità di vendere all’estero. E’ nella combinazione tra mercati esteri e mercato italiano. La Lombardia riesce a essere contemporaneamente una grande esportatrice internazionale e una fornitrice del resto del Paese. Il Piemonte è fortemente orientato all’export, ma presenta un saldo interregionale fortemente negativo.
La sfida delle medie imprese
Il terreno sul quale il Piemonte può ridurre questa distanza è quello della struttura imprenditoriale. Nel 2022 Torino contava 377 medie imprese, contro una densità di 17,1 ogni 100mila abitanti. A Brescia erano 53,6, a Padova 47,4 e a Bologna 37,2. Nel 2023, però, Torino ha fatto un salto importante: le medie imprese sono salite a 520, mentre il loro valore aggiunto è passato da 3,367 a 5,087 miliardi di euro, con un incremento del 51,1%. E’ un dato che modifica almeno in parte il quadro. La Lombardia dispone da tempo di una rete molto fitta di imprese medie, particolarmente evidente nei territori di Brescia e Bergamo. Il Piemonte sta cercando di rafforzare questa fascia, con attività che spaziano dalla meccanica avanzata all’aerospazio, dall’Industria 4.0 alla mobilità sostenibile. A Torino, inoltre, le medie imprese ICT hanno generato 391,6 milioni di euro di valore aggiunto, pari al 51,1% del totale delle medie imprese ICT delle quattro province piemontesi considerate dal rapporto.
Due modelli, una stessa sfida
Il confronto tra Lombardia e Piemonte porta quindi a una conclusione precisa: la distanza nasce dalla diversa articolazione dell’economia intorno all’industria. Il Piemonte non parte da una posizione priva di risorse. La crescita delle medie imprese, le specializzazioni tecnologiche e la capacità esportatrice mostrano una trasformazione in corso. La questione è se questa trasformazione riuscirà a produrre anche ciò che alla Lombardia è riuscito meglio: un sistema nel quale industria e servizi avanzati crescano insieme, la domanda interna trovi più spesso un’offerta regionale e il valore prodotto dalle imprese alimenti, a sua volta, nuova crescita sul territorio.