Rapporto 2026

L’Italia cresce lentamente: il rapporto Istat presentato a Mattarella

La popolazione diminuisce e invecchia: l'istruzione fa la differenza.

L’Italia cresce lentamente: il rapporto Istat presentato a Mattarella

L’Italia cresce, ma lentamente. E’ questo, in sintesi, il messaggio che attraversa il Rapporto annuale 2026 dell’Istat, presentato al presidente della Repubblica: un Paese che continua a mostrare capacità di tenuta, persino in uno scenario internazionale attraversato da guerre, tensioni energetiche e instabilità geopolitica, ma che fatica ancora a sciogliere alcuni nodi strutturali che da anni ne rallentano lo sviluppo.

Nel 2025 il Pil italiano è aumentato dello 0,5%. Non è una frenata brusca, ma certamente un rallentamento rispetto allo 0,8% dell’anno precedente. A sostenere la crescita sono stati soprattutto i consumi delle famiglie, gli investimenti pubblici legati al Pnrr e un mercato del lavoro che continua, almeno nei numeri, a dare segnali positivi. Più debole invece il contributo del commercio estero, penalizzato da un aumento delle importazioni superiore a quello delle esportazioni.

Sul fondo resta un quadro internazionale tutt’altro che rassicurante. Le tensioni in Medio Oriente hanno riportato il prezzo del petrolio oltre i 120 dollari al barile, riaccendendo l’inflazione energetica e peggiorando il clima di fiducia di famiglie e imprese. Eppure l’economia italiana continua a muoversi, seppure a passo ridotto: abbastanza per evitare la stagnazione, troppo poco però per recuperare davvero il terreno perso negli ultimi vent’anni. E’ proprio qui che il rapporto individua il principale problema del Paese: la produttività. L’Italia lavora di più, occupa più persone, esporta ancora prodotti competitivi, ma produce valore troppo lentamente. Negli ultimi dieci anni la produttività del lavoro è cresciuta appena dello 0,2% medio annuo, un ritmo insufficiente per sostenere salari più alti, innovazione diffusa e crescita robusta.

Eppure alcuni segnali incoraggianti ci sono. L’occupazione continua a crescere e il tasso di disoccupazione è sceso al 6,1% nel 2025, con un ulteriore calo nei primi mesi del 2026. Aumentano soprattutto i contratti stabili e il lavoro a tempo pieno. Ma dietro questi numeri restano divari profondi. L’occupazione femminile, ferma poco sopra il 53%, rimane molto distante da quella maschile. I giovani continuano a incontrare difficoltà nell’ingresso nel mercato del lavoro e il Mezzogiorno, pur migliorando, resta lontano dagli standard del Centro-Nord.
Il tema demografico attraversa l’intero rapporto come una lunga ombra sul futuro. L’Italia continua a perdere popolazione: nel 2025 le nascite sono scese a 355 mila, con un nuovo minimo storico di 1,14 figli per donna. L’età media sale ancora e supera i 47 anni. Sempre meno giovani, sempre più anziani. E’ una trasformazione che non riguarda soltanto la società, ma anche l’economia: meno forza lavoro disponibile, più spesa sanitaria e previdenziale, minore dinamismo produttivo. In questo scenario, l’immigrazione assume un ruolo decisivo. Il saldo naturale della popolazione resta negativo, ma viene compensato dall’arrivo di cittadini stranieri. Senza i flussi migratori, suggerisce implicitamente l’Istat, il declino demografico italiano sarebbe già molto più rapido e visibile. Al tempo stesso continua l’emorragia di giovani italiani qualificati verso l’estero, soprattutto dal Mezzogiorno. Anche sul piano sociale emergono contraddizioni profonde. La povertà assoluta coinvolge quasi 6 milioni di persone e cresce la difficoltà delle famiglie nel sostenere le spese energetiche. Il ceto medio resiste, ma appare più vulnerabile: guadagna meno terreno rispetto alle fasce più ricche e fatica a recuperare potere d’acquisto dopo gli anni dell’inflazione.

Il rapporto dedica ampio spazio anche alla salute e alle disuguaglianze territoriali. In Italia non tutti vivono allo stesso modo e non tutti vivono altrettanto a lungo. I livelli di istruzione incidono fortemente sulle condizioni di salute e sulla speranza di vita. Le aree interne e il Sud continuano a scontare servizi più deboli e maggiori difficoltà di accesso alle cure. È un’Italia che procede a velocità diverse, dove il luogo di nascita e il titolo di studio continuano a influenzare le opportunità individuali. Sul fronte della conoscenza, però, qualcosa si muove. Crescono i laureati, aumentano gli investimenti in ricerca e sviluppo e le imprese accelerano nell’adozione di tecnologie digitali e intelligenza artificiale. Ma il ritardo rispetto agli altri grandi Paesi europei resta evidente: pochi specialisti Ict, spesa in ricerca ancora bassa, difficoltà nel trattenere i profili più qualificati. Ed è però la conoscenza che emerge come la vera parola chiave del rapporto Istat: dove ci sono istruzione, competenze e innovazione, il sistema produttivo cresce di più, le imprese sono più dinamiche e i territori più competitivi. Dove invece il capitale umano resta debole, prevalgono bassi salari, scarsa produttività e fragilità sociale.

Alla fine, un’Italia che continua a reggere gli urti, ma che deve affrontare sfide decisive: la crisi demografica, il ritardo produttivo, le disuguaglianze territoriali e il bisogno di investire molto di più nella conoscenza. Perché, suggerisce l’Istat, il futuro della crescita italiana dipenderà dalla capacità di valorizzare il capitale umano e trasformarlo in sviluppo duraturo.