I Neet sono una categoria eterogenea. La lettura del fenomeno è spesso “negativa” in quanto sono definiti come i giovani che non studiano e non lavorano, ma tra loro ci sono anche coloro che cercano occupazione e non la trovano: non soggetti totalmente passivi, quindi, e numeri in calo quando (come in questa momento) il mercato del lavoro è più vivace e aumenta la domanda.
Una lettura che apre alla speranza nei confronti del futuro, quella di Giovanna Fullin, docente di Sociologia dei processi economici e del lavoro all’Università Milano-Bicocca.
«Il dato dei Neet è in calo – spiega la docente – proprio perché il mercato del lavoro dal 2022 ha visto una crescita occupazionale fortissima. Per lo stesso motivo, i numeri dei Neet sono più alti al Sud, dove, invece, si fatica maggiormente a trovare un impiego, rispetto al Nord. Siamo così bombardati dalla visione di giovani non più disposti ad accettare un lavoro, che leggiamo anche il dato sui Neet come un indicatore di malessere o di cambiamento dei valori portanti».
Per la docente, una delle prime cause dell’inattività giovanile è proprio la barriera d’ingresso nel mondo del lavoro, abbinata al fatto che i primi impieghi quasi mai coincidono con ciò che si è studiato. Il mancato incontro tra domanda e offerta, insomma, crea insoddisfazione e non è semplice gestirla.
Un altro elemento da considerare, è la richiesta dei più giovani di poter lavorare da remoto: «I responsabili delle Risorse umani restano spiazzati – afferma Fullin – perché in passato non vi era la libertà di chiedere e implicitamente di affermare anche l’importanza e il valore del tempo libero, della qualità della vita “oltre” al lavoro. Spesso questa viene vista come un’assenza, una mancata disponibilità nei confronti dell’azienda o dell’impresa; in realtà è presenza sana e attenta».
Una lettura, quindi, quella della docente, che non dà adito a quel catastrofismo spesso annunciato in quanto «i dati stessi non supportano una visione di questo tipo, seppur nella complessità del fenomeno».