L'inchiesta sui dialetti

L’intervista al docente Matteo Rivoira: «Una lingua capace di comunicare e un patrimonio di memorie»

«Con gli studenti abbiamo anche analizzato i dati Istat relativi proprio all’utilizzo del dialetto - spiega il docente - molto interessanti e non così scontati. Le linee di tendenza, raccontano la diffusione di lingue diverse dall’italiano per il contributo delle migrazioni e la maggiore competenza degli italiani rispetto alle lingue straniere. In parallelo, l’uso esclusivo del dialetto punta allo zero e resta costante l’uso prevalente dell’italiano accanto all’uso dell’italiano con dialetto. Il dialetto, quindi, vive accanto all’italiano ma non è scomparso».

L’intervista al docente Matteo Rivoira: «Una lingua capace di comunicare e un patrimonio di memorie»

All’Università di Torino si insegna Dialettologia. Non si tratta di imparare i dialetti, ma di studiare “come funzionano”. Dal punto di vista grammaticale, fonologico e fonetico, si comportano come le altre lingue, ma si differenziano in quanto sono subordinati alle altre lingue, non si utilizzano per redigere documenti ufficiali, non si parlano nei contesti ufficiali. Il contesto prevalente è quello dell’oralità e le parole in dialetto, spesso, si possono conoscere solo attraverso la viva voce del parlante.
In cattedra il linguista Riccardo Regis, (che di recente ha “tradotto” Topolino in piemontese) e Matteo Rivoira, direttore anche dell’Atlante linguistico italiano:

«Con gli studenti abbiamo anche analizzato i dati Istat relativi proprio all’utilizzo del dialetto – spiega il docente – molto interessanti e non così scontati. Le linee di tendenza, raccontano la diffusione di lingue diverse dall’italiano per il contributo delle migrazioni e la maggiore competenza degli italiani rispetto alle lingue straniere. In parallelo, l’uso esclusivo del dialetto punta allo zero e resta costante l’uso prevalente dell’italiano accanto all’uso dell’italiano con dialetto. Il dialetto, quindi, vive accanto all’italiano ma non è scomparso».

Rivoira puntualizza come l’Italia abbia un Sud maggiormente dialettofono rispetto al Nordovest e come siano le nuove generazioni a perderne l’uso e la comprensione:

«Nelle grandi città l’utilizzo del dialetto è minore rispetto ai paesi di provincia – precisa il professore – così come ci sono luoghi dove il dialetto non è contemplato mentre altri (basti pensare alla sala d’attesa di un medico) dove è ancora udibile».

Nei corsi universitari si impara cosa sia il dialetto, se ne comprendono le caratteristiche e da dove derivano; esistono anche un corso di Linguistica piemontese, tenuto dal poeta dialettale Nicola Duberti, e uno di Linguistica occitana con la docente Aline Pons. I corsi per “imparare il dialetto” sono tenuti dalle associazioni locali e hanno un discreto successo.

«Nel percorso della laurea magistrale, il corso di Dialettologia affronta anche il ruolo del dialetto nella canzone – continua Rivoira – con fenomeni molto interessanti perché complessi: presuppongono ciò che è accaduto negli anni Sessanta con il folklore e il revival, e quindi l’uso di risorse espressive non tradizionaliste. I dialetti del Nordovest sono più difficili da utilizzare ma penso a “Creuza de ma” di De Andrè e all’utilizzo del dialetto come lingua artistica, e agli anni Novanta con i 99 Posse e Africa Unite con il dialetto che si diffonde di pari passo con il consolidamento dell’uso della lingua italiana. Il dialetto, quindi, non è più solo lingua subalterna, ma capace di dire cose diverse. Accade anche nel teatro, ma non so se con un’operazione paragonabile a quella della musica: ci sono maggiori proposte macchiettistiche».

Chi frequenta i corsi UniTo è motivato e molti provengono dal Centro-Sud per studiare a Torino:

«Una studentessa mi ha raccontato come pensasse che il dialetto fosse sinonimo di arretratezza e avesse invece compreso i pregiudizi legati a quel concetto – racconta Rivoira – Quando ha sottolineato la ricchezza del dialetto, ho capito che il corso va al di là dell’aspetto didattico e permette di recuperare un patrimonio di memoria e di tradizione, che poi sono quelle dei nostri nonni, quindi un passato non poi così lontano. La tradizione non è necessariamente un valore positivo ma di sicuro può rappresentare una nostalgia della dimensione comunitaria che ci manca, della cultura del saper fare e gestire un territorio, di una potenzialità espressiva. Nell’uso del dialetto è insita l’idea di raccontare delle storie e lo si capisce anche dalla toponomastica, dall’attribuzione dei nomi ai B&B: si usa il dialetto con una strategia commerciale precisa; perché il dialetto fa pensare a qualcosa di tipico, buono e sano».

Rivoira insegna l’architettura del dialetto, ma parla anche quello del suo paese in Val Pelice, il Piemontese di koinè e una varietà occitana. La tradizione non si perde.