Inchiesta sulle condizioni dei minori

L’intervento della prof. di pedagogia: «La tutela deve essere strutturata»

Dal cogliere i segnali, a sapere a chi rivolgersi per chiedere aiuto affinché la presa in carico di una giovane vittima sia collettiva e organizzata.

L’intervento della prof. di pedagogia: «La tutela deve essere strutturata»

Elisabetta Biffi è professoressa di Pedagogia generale e sociale all’Università di Milano-Bicocca, dirige il corso executive in Child safeguarding policy, un un percorso di alta formazione dedicato alla tutela e alla promozione dei diritti dell’infanzia nei contesti organizzativi pubblici e privati, che si svolgerà dal 3 ottobre all’8 novembre, in partnership con SOS Villaggi dei bambini.

A livello europeo e internazionale, queste strategie sono ormai essenziali per accedere a finanziamenti e valorizzare gli Enti del Terzo Settore. In Italia, tuttavia, la figura del Child Safeguarding Officer è ancora poco diffusa, rendendo questa formazione un’opportunità preziosa per acquisire competenze specifiche e rispondere a un bisogno sempre più rilevante.

«Una figura di garanzia per capire quali siano le aree di rischio e quali le strategie di tutela – spiega la docente – che sempre più è presente nelle organizzazioni di cooperazione internazionale ma anche nei contesti sportivi e scolastici. In Italia è meno diffusa così come è meno diffusa una cultura che renda consapevoli delle rispettive responsabilità coloro che operano con i minori».

Dal cogliere i segnali, a sapere a chi rivolgersi per chiedere aiuto affinché la presa in carico di una giovane vittima sia collettiva e organizzata.

I numeri dei maltrattamenti contro i minori sono in aumento, quali riflessioni?

«I numeri – risponde Biffi – si riferiscono alle prese in carico, quindi possiamo pensare che si riesce a portare allo scoperto più situazioni, ricordando che sono la punta dell’iceberg e che molto resta purtroppo sommerso. Questo perché la violenza contro l’infanzia è costitutiva: la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza è del 1989, troppo presto per aver creato una cultura. Si pensi solo alle punizioni corporali: uno schiaffo un bambino non è quasi considerato e semmai è un “affare di famiglia”, uno schiaffo tra adulti non è tollerato. Occorre anche considerare la condizione delle famiglie: chi ha perso il lavoro, ha quindi un carico di stress e ansia elevato, è solo, fatica a gestire situazioni complesse e sarà più vulnerabile, meno capace di essere tutelante nei confronti del minore o addirittura sarà maltrattante. Per questo è più “facile” intercettare casi di violenza in contesti già attenzionati dai servizi per altri fattori di fragilità».

Altro aspetto fondamentale è quello di «rendere consapevoli i bambini rispetto ai loro diritti attraverso un’educazione sessuale-affettiva ma se il sistema fa sì che questi temi vengano gestiti solo in famiglia, diventa complicato agganciare un bambino che vuole chiedere aiuto. La scuola permetterebbe di raggiungere tutti e si può provvedere anche a una formazione specifica degli insegnanti nel saper cogliere i segnali e nel gestire l’aiuto. La tutela deve essere strutturata».