Si occupano di pulire corpi, imboccare, tenere compagnia, somministrare farmaci gestendo anche terapie complesse, spesso senza alcuna formazione al riguardo; praticamente sostituiscono completamente infermieri e operatori socio-sanitari. Sono i cosiddetti caregiver, termine inglese ormai entrato nel linguaggio comune che indica tutti coloro che si prendono cura, ogni giorno, senza sosta e senza retribuzione, contributi o ferie, di un figlio disabile, di genitori anziani magari affetti da demenza senile, di una moglie o un marito gravemente ammalati, insomma di un familiare non autosufficiente. In Italia si calcola siano tra i 7 e gli 8 milioni. Si tratta di una figura di cui fino ad oggi pochi si sono occupati e, soprattutto, preoccupati.
Finalmente, però, dopo anni di discussione, a metà gennaio il Governo ha approvato un Disegno di Legge che riconosce ufficialmente la figura del caregiver familiare. Ne parliamo anche in queste pagine.
Identikit del caregiver
Ma chi sono le persone che ricoprono questo ruolo, che caratteristiche hanno, quali problemi devono affrontare? A queste domande ha cercato di dare delle risposte il progetto PRIN 22 “Il capitale sociale nelle pratiche di cura in Italia: caregiving e supporto sociale in tempi di pandemia”, realizzato in partnership tra l’Università Cattolica del Sacro Cuore sede di Milano e le Università di Verona e del Molise, che ha analizzato non solo chi si prende cura di una persona fragile, malata o disabile, ma l’intera rete relazionale in cui questa funzione si inserisce. Per tracciare una sorta di identikit del caregiver, sono state sentite 1.504 persone: quasi il 26,5% del campione ha risposto di avere fornito almeno una volta a settimana, nell’ultimo anno, aiuto a una o più persone vulnerabili.
«Se ne può ricavare – dicono i ricercatori – che, nel periodo preso in esame dalla domanda, il fenomeno del caregiving abbia riguardato quasi un terzo della popolazione».
Detto che in questo campione, a differenza di quanto emerso in precedenti indagini, si evidenziava una lieve maggioranza (52,7%) di caregiver di sesso maschile (si spera segno che la cura non è più un compito esclusivamente femminile), l’età media dei caregiver risulta essere di 52,4 anni: poco più di un quarto dei caregiver è composto da anziani (27,2%), ma c’è una percentuale significativa di giovani sotto i 35 anni (16,8%) e un’elevata percentuale di adulti (56%). Per quanto riguarda la loro distribuzione geografica nel Nordovest abbiamo il 27,5%. In particolare, stando ai numeri dell’Istat, un po’ datati (2019), elaborati dal Censis, in Lombardia ci sarebbero 1.180.000 caregiver sopra i 15 anni, in Piemonte 527.000 e in Liguria 195.000.
Secondo la ricerca dell’Università Cattolica,
«una percentuale significativa di caregiver (46,3%) possiede un diploma di scuola secondaria, seguita dal 18,7% con una laurea e dal 15% con un diploma di scuola media. Mentre, per quanto riguarda lo status occupazionale e la professione, si osserva che il 31,8% del campione è costituito da lavoratori del settore privato, il 23,6% da pensionati, il 13,7% da dipendenti del settore pubblico, l’11,4% da lavoratori autonomi, mentre una percentuale minore è costituita da casalinghe (8,2%) e studenti (5,1%)».
In merito all’attività svolta, il 49,7% dichiara di occuparsi sia dei compiti di carattere amministrativo, come pagare le bollette e simili, sia dei compiti di cura della persona per il proprio congiunto. Per fortuna, spesso il caregiver non è solo: prevalentemente è il coniuge la fonte di supporto (23,3%), o un/una fratello/sorella (17,7%) o altre figure della ristretta cerchia parentale come i figli (11%) o un altro parente (10,6%). Questo significa – concludono i ricercatori – «che il caregiving è un’attività prevalentemente di carattere familiare, poiché l’aiuto al caregiver proviene per quasi i due terzi dai familiari e dai parenti stretti».
Lavoro e problematiche
Il sondaggio dell’Università Cattolica evidenzia, inoltre, come il ruolo di caregiver comporti dei vincoli sul fronte degli impegni professionali o di studio. Un quinto degli intervistati, infatti, dichiara di trovarsi in difficoltà e le misure più utilizzate per conciliare i compiti di cura con quelli lavorativi sono l’istituto della legge 104 (21,9%), il lavoro da casa (18,8%), la flessibilità dell’orario di lavoro (15,6%) e i permessi retribuiti (15,6%).
Ma è soprattutto l’ultimo rapporto del Censis sulla situazione sociale del Paese a fornire un quadro più preciso di questo aspetto. Nel capitolo “Lavoro, professionalità, rappresentanze” si parla dei caregiver e delle loro difficoltà in ambito lavorativo: risulta che solo il 14,2% dei caregiver italiani ha beneficiato di orari di lavoro flessibili e il 14,1% ha modificato il proprio orario di lavoro, contro una media europea rispettivamente del 15,6% e del 14,6% (in Germania si sale rispettivamente al 21,4% e al 19,4%).
«Il prolungamento dei periodi lontani dal lavoro – dice il Censis – ha interessato il 10,1% dei caregiver italiani, contro il 9,7% della media europea e il 6,3% dei colleghi in Germania, attestando una peggiore conciliazione di lavoro e attività di cura in Italia».
Non dipende solo dalle difficoltà di conciliare il lavoro con le cure al proprio familiare, ma certo l’attività di caregiver è particolarmente pesante, soprattutto se si hanno pochi aiuti. Sempre secondo il Censis, infatti,
«nel nostro Paese il 23,8% dei caregiver riferisce sintomi depressivi moderati, il 13,6% sintomi moderatamente severi (il 15,8% tra le donne, il 6,5% tra gli uomini) e il 7,3% sintomi gravi. Si spiega perché solo il 30,4% afferma di godere di una buona salute e solo il 6,1% di una salute molto buona».