«Far Lombard», «Arcancel» e «Conseggio pe-o patrimònio linguistico ligure» sono le tre associazioni regionali che rappresentano le parlate locali rispettivamente di Lombardia, Piemonte e Liguria nel neonato Coordinamento delle lingue regionali e dei diritti linguistici. Lo scopo che si è dato il coordinamento alla sua nascita (avvenuta il 21 febbraio di quest’anno, data non scelta a caso: ricorre infatti la Giornata della Lingua madre) è quello di riunire le associazioni rappresentative delle lingue regionali che non erano state comprese nella tutela prevista dalla legge 482/1999, nonostante la dotazione di un codice ISO (sigla che identifica in modo unitario una lingua), e chiederne la salvaguardia e la difesa dalla discriminazione linguistica che spesso colpisce le minoranze.
La questione è tecnica, ma molto chiara
La legislazione in questione era stata adottata sul finire del secolo scorso con l’obiettivo di tutelare le minoranze linguistiche presenti nel nostro Paese. Rimanendo nei confini del Nordovest, si parla dei raggruppamenti linguistici francofoni (nelle varianti dell’occitano o del patois) e dei walser, lingue inquadrate come tali (e non dialetti). La legge ha però lasciato in disparte le parlate regionali più propriamente conosciute, che secondo il coordinamento e le associazioni che lo compongono hanno tutte le specifiche per essere considerate lingue a sé:
«Queste lingue – afferma Alessandro Mocellin, di professione docente, formatore e ricercatore, oltre che presidente del coordinamento – vantano oltre mille anni di storia linguistica non sono dialetti dell’italiano, perché non derivano dall’italiano, bensì direttamente dal latino. Infatti, emiliano, ligure, lombardo, napoletano, piemontese, romagnolo, siciliano e veneto sono lingue sorelle dell’italiano, non certo figlie: tutti i linguisti concordano su questo. Nella pratica, queste lingue non solo hanno diritto di essere parlate, ma sono un’opportunità imperdibile per educare (anche a scuola) le generazioni presenti e future al plurilinguismo come valore culturale, palestra di apprendimento e patrimonio civile. Chi parla fin da piccolo una lingua ufficiale e una lingua minoritaria (anche non ancora riconosciuta) avrà un cervello bilingue, con tutti gli enormi benefici sulla memoria, il problem solving e l’intelligenza in generale. Non dimentichiamo che la maggior parte dei grandi letterati della lingua italiana (si pensi ad esempio a Manzoni, Goldoni, Pascoli, Marino, etc.) parlava perfettamente la lingua storica del proprio territorio (lombardo, veneto, romagnolo, napoletano, etc.) come lingua madre, anche se al tempo la chiamavano magari “dialetto”. Questo dimostra che le nostre lingue d’Italia non sono un ostacolo, ma una risorsa preziosa se la sappiamo valorizzare con intelligenza. In passato il monolinguismo italiano (cioè che tutti sapessero solo l’italiano) poteva essere un’opzione: oggi il multilinguismo è una realtà e anzi una necessità prioritaria».