Il punto

La scuola del futuro? «Investire nei talenti e in un patto sociale»

L'intervista a Claudia Zanella, segretario generale Cisl Scuola Piemonte.

La scuola del futuro? «Investire nei talenti e in un patto sociale»

«Quando parliamo di immaginare la scuola del 2024 traduciamo in realtà quello che è il motto della Cisl Scuola “diamo forma al futuro”, secondo cui ci interroghiamo su quale modello di scuola vogliamo costruire per le nuove generazioni. Credo – afferma Claudia Zanella, segretario generale Cisl Scuola Piemonte – si debba partire da tutta una serie di considerazione rispetto al presente: l’idea dei talenti, cioè il fatto che ogni bambino, ogni ragazzo, vale; dobbiamo affrontare il tema dell’adolescenza dove le ragazze e i ragazzi si mostrano in tutte le loro fragilità, si costruiscono un’identità, sperimentano relazioni».
Al centro del dibattito, quindi, c’è un grande tema: la scuola deve formare persone. E ancora, chi fa la scuola merita. «A tutte le persone di scuola – continua la sindacalista – tocca il lavoro paziente e intelligente di chi ha cura dei talenti e li coltiva come fossero germogli. La grande responsabilità del personale di scuola è quella di farsi carico dell’elemento della cura e dell’educazione dei ragazzi. Abbiamo bisogno di un salto di qualità nelle nostre capacità di apprendere e “imparare a imparare”; la scuola è chiamata a riflettere non tanto su quanto impariamo ma sull’uso che facciamo della nostra capacità di conoscere: sono due cose diverse che vanno di pari passo con il tempo delle nostre vite, con gli spazi che occupiamo, con tutta una serie di solitudini soprattutto dal post pandemia. Allora possiamo dirci che abbiamo una serie di empatie che si sono interrotte e dobbiamo darci un orizzonte culturale per non perderci e affrontare i vissuti apocalittici che il susseguirsi delle crisi di vivibilità ci fa sperimentare. Dobbiamo interrogarci su quale sia il limite perché abbiamo perso il valore delle relazioni e degli spazi intersoggettivi che avevamo e ci indicavano la misura per agire, rispettando le condizioni che rendono possibile il fare». Abbiamo vissuto una lunga emergenza, «compreso l’insostenibilità dei nostri costrutti sociali e quindi ora la scuola ha bisogno di armonia, di ritrovare quelle emozioni che ci consentono di connettere il nostro mondo interno con l’esterno. Quando guardiamo alla scuola del 2040, guardiamo a una prospettiva basata sulla complessità e per tracciare le direttrici future dobbiamo comprendere il modo in cui tutto è intrecciato per collegare l’individuale con il collettivo» precisa Zanella.
Il tema dell’inverno demografico è uno dei più importanti e complessi che il mondo dovrà affrontare nei prossimi anni perché già produce conseguenze con effetti differenti nei territori e nei vari gradi di scuola. «Avremo bisogno di una terza educazione, fatta di responsabilità e di scelte; in grado di comprendere i vincoli e le possibilità della nostra condizione umana in relazione con gli altri: non dobbiamo affrontare il tema dell’inverno demografico solo con una logica contabile che ci dice meno bambini quindi meno insegnanti e meno scuole e meno risorse da destinare all’istruzione. Sarebbe una scelta miope, profondamente sbagliata, che non guarda ai bisogni attuali e futuri. Forse dovremmo tornare a considerare la scuola non come un costo ma come bene comune, investimento strategico per la crescita culturale, economica e sociale del nostro Paese. E se è un investimento, la diminuzione della popolazione scolastica non può e non deve tradursi in una riduzione degli organici, anzi potrebbe rappresentare una straordinaria opportunità per affrontare alcuni problemi strutturali che da anni caratterizzano il nostro sistema di istruzione. La crisi educativa ci pone davanti una sorta di pedagogia bancaria, per dirla come Paolo Freire, fatta di numeri, di prestazioni che si sottopongono agli alunni e allora la motivazione allo studio non diventa più costruirsi per la vita ma diventa il voto. Poi abbiamo una scuola del tutto pieno, di un attivismo frenetico di cose, di progetti, di attività che non ci consentono di cogliere l’essenziale. Anche la vita pubblica dei bambini non esiste più se non nell’offerta proposta dagli adulti e in modo assolutamente strutturato quindi laddove emergono anche problemi sociali come aggressioni e mancato rispetto nei confronti degli insegnanti, ricorriamo a un rigorismo difensivo per trovare rimedi che però sembrano non avere nulla a che fare con l’esercizio di un patto educativo inteso come alleanza scuola-famiglia nella pratica della libertà». Allora qual è il problema? «Bisognerebbe pensare alle risorse necessarie per ritornare a fornire esperienze significative e riempire le vite dei nostri ragazzi e bambini di contenuti affettivi che rendano l’apprendimento significativo, ribadendo un principio fondamentale – risponde il segretario generale – non trasformare in tagli le risorse che si liberano ma scegliere programmazioni e investimenti». Tutto questo è ancora più importante in regioni, come il Piemonte, che ha realtà territoriali molto differenti per dimensioni e caratteristiche: dalla metropoli ai piccoli centri di montagna dove la scuola rappresenta uno degli ultimi presidi sociali. «La chiusura di un plesso non significherebbe solo la chiusura di un presidio educativo ma rischierebbe di compromettere la vitalità stessa della comunità. Una scuola che chiude può essere motivo in più, per una giovane famiglia, di lasciare un territorio e così il calo demografico anziché essere contrastato rischierebbe di incrementarsi ulteriormente». In questo scenario, molti giovani si chiedono se abbia ancora senso scegliere la professione di insegnante. Cosa dire a una studentessa della facoltà di Scienze della formazione primaria sogna di diventare maestra? Possiamo dirle di investire ancora in questo percorso? «Sì, devono investire accompagnati da un dato di realtà fondamentale: la responsabilità e la vocazione. Come diceva don Milani: si può fare del bene al mondo con la scuola, la politica e il sindacato e allora cominciamo dalla scuola. Dobbiamo essere consapevoli che le difficoltà che si affrontano tutti i giorni portano delle sfide continue e costanti per i nostri docenti e allora quello che sarà il nostro impegno sindacale, ci porterà a tavoli di confronto con i decisori politici per capire la come affrontare il calo demografico. Sarebbe scorretto promettere che il calo non intaccherà i numeri occupazionali, ma nello stesso tempo sarebbe una visione miope dire che tutto rimarrà così. Si dovrà anche affrontare i temi del ricambio generazionale, del reclutamento e dell’inclusione. Ecco perché il sostenere i bisogni che derivano dalla presenza degli alunni stranieri, da un numero elevatissimo di studenti diversamente abili o con difficoltà di apprendimento, ci consentono di dire che le risorse ch abbiamo possono essere adeguatamente reimpiegate in percosi che vogliono promuovere i percorsi interculturali, le competenze digitali, la consapevolezza dell’uso delle nuove tecnologie compresa l’intelligenza artificiale, e che si possa attenzionare sempre di più il bisogno di personalizzazione degli apprendimenti in piccoli gruppi. Diventa necessario ridurre i numeri degli alunni per classe, anche tenendo conto di quelle che sono le difficoltà in termini di spazi a disposizione e che non rispettano le norme in termini di sicurezza». La scuola del 2040 sarà chiamata a rispondere a bisogni educativi ancora più articolati e complessi e serviranno insegnanti preparati, motivati, continuamente aggiornati: ecco perché l’investimento da fare è nella formazione. L’AI potrà aiutare nell’acquisizione di competenze ma non potrà sostituire il valore della relazione educativa che accompagna nella crescita e forma cittadini consapevoli. «Dobbiamo anche guardare all’educazione che continua tutta la vita e comprende i temi della formazione degli adulti e dell’inclusione. Abbiamo bisogno di investire sul sostegno alla fragilità, sull’affiancamento alle famiglie. Il lavoro del docente è una particolare condizione che ci mette a operare su quello che è materiale umano. In questa prospettiva occorre accompagnare ragazzi, docenti e famiglie attraverso percorsi di orientamento puntuale per far comprendere come evolve la professione del docente. Non credo ci debba spaventare il tema della composizione della popolazione scolastica, in particolare quindi la presenza di studenti con cittadinanza non italiana: è un argomento che richiede equilibrio, attenzione e soprattutto la capacità di distinguere i problemi reali dalle semplificazioni. In molte realtà scolastiche ha contribuito a mantenere attivi classi e plessi che diversamente avrebbero potuto essere messi in discussione per la diminuzione del numero degli alunni. Non si può ignorare questo dato mentre è stato ignorato il mettere a disposizione adeguate risorse laddove i numeri degli alunni con cittadinanza non italiana superavano la soglia. Parliamo di persone e non di numeri. Un tetto potrebbe portare conseguenze dannose: dallo spostamento in altre scuole, alla dispersione scolastica, a far nascere attriti. Abbiamo bisogno, quindi, di personale formato, stabile e a questo proposito abbiamo bisogno di ripensare velocemente al sistema di reclutamento per dar stabilità. La scuola non può diventare oggetto delle campagne elettorali del momento e a ogni cambio al vertice si distrugge e si ricostruisce. La scuola – conclude Zanella – ha bisogno di consolidare un percorso e vedere un orizzonte chiaro, condiviso, dove trovi attenzione alla perona. Serve un patto sociale per la scuola, per superare la logica emergenziale».