«Nelle nuove generazioni il desiderio di acquistare una casa resta molto forte ma vi è una difficoltà a trasformare il desiderio in realtà: sono cambiate le condizioni economiche della generazione precedente. Il costo della casa pesa sui redditi di conseguenza gli under 35, spesso con lavoro precario, sono costretti a scegliere un affitto o la mobilità».
Lucia Carriera, assegnista di ricerca di Pedagogia generale e sociale all’Università Milano-Bicocca, racconta come la “scelta” di non avere una casa di proprietà non sia sempre libera ma condizionata da uno scenario critico a livello di possibilità economiche.
Accanto a questo, si innesta un discorso valoriale:
«Se per la generazione precedente l’acquisto di una casa rappresentava una tappa obbligata nel percorso del diventare adulti, ora non è più un obiettivo lungo uno svolgimento lineare di crescita. E’ anche cambiata la funzione della casa stessa».
Non bisogna dimenticare, infatti, che con la parola «casa» non si rappresenta solo un ambiente fisico, le “quattro mura”, ma una dimensione più ampia, anche psicologica.
«In passato la casa è stata sinonimo di nido, di approdo sicuro – precisa Carriera – uno spazio privato, separato da quello lavorativo. Oggi si mostra in una dimensione più porosa, nella quale lavoriamo, ci curiamo, ci esponiamo. La pandemia ha reso visibile qualcosa già in essere e ha rotto la netta separazione tra spazio privato e pubblico. D’altra parte già in passato era ben presente il concetto di casa-bottega, per esempio, e la pandemia ha riaperto questa soglia. Per le nuove generazioni la casa è uno spazio di negoziazione».
Questo porta a considerare la casa con una lente più “critica”, evitando l’idealizzazione del “focolare”:
«Per chi ha il privilegio di possedere una casa (in quanto non rappresenta un diritto sempre garantito), questa può essere sia rifugio sia bene di consumo. La geografia critica della casa ci aiuta a immaginare la casa come nido e porto perché è nutrizione e protezione, ma anche come guscio che può essere inteso sia come barriera di sicurezza nei confronti del fuori ma anche come costrizione. Abbiamo imparato che la casa, esperienza corporea, simbolica e fisica, non è necessariamente buona e pacifica: è anche spazio nel quale si osservano gerarchie di potere, disagi, conflitti, addirittura violenze. La casa è anche un valore d’uso e di scambio (basti pensare ai programmi di intrattenimento proprio legati alla casa, all’arredamento, alla ricerca)».
Una narrazione, quindi, che permette di guardare alla casa in maniera meno idealizzata e più fluida, senza dimenticare come, però, il desiderio di averne una propria sia plasmato dalle reali opportunità: «Altro nodo da tenere in considerazione è quello intergenerazionale: c’è chi eredita una casa e chi no e di conseguenza parte da una condizione di “svantaggio”. I dati parlano chiaro: il 76% degli italiani vive in una casa di proprietà e, nello stesso tempo, i giovani lasciano la casa di famiglia molto più tardi dei coetanei europei, in media cioè intorno ai 30 anni» conclude la ricercatrice.
Se, per le nuove generazioni, non ci fossero condizioni di precariato lavorativo ed economico, se non ci fossero costi elevati per l’acquisto della casa e difficoltà nell’accesso ai mutui, si prediligerebbe comunque l’affitto e la mobilità? A leggere i dati e la geografica della casa, parrebbe di no.