Dai campi di gelso e dalle risaie dell’Ottocento ai grattacieli e alle startup digitali del terzo millennio. La storia demografica ed economica della Lombardia negli ultimi 160 anni non è soltanto la cronaca di una crescita regionale, ma il racconto del motore trainante dell’intera penisola italiana. E’ quanto emerge dall’ultimo report firmato dall’Istat, «Storie di dati: Le trasformazioni delle regioni italiane».
La dinamica demografica
I numeri dell’Istat tracciano una traiettoria di sviluppo impressionante. Al primo Censimento dell’Italia unita, nel 1861, la Lombardia contava appena 3,2 milioni di abitanti. Un secolo dopo, nel 1951, la popolazione era già raddoppiata a 6,6 milioni, per poi abbattere e superare la soglia storica dei 10 milioni di residenti nel Censimento del 2024. A differenza di gran parte del territorio nazionale (segnato nell’ultimo quinquennio da un pesante calo demografico, -2,4%) la Lombardia continua a mantenere una dinamica demografica positiva (+0,1% annuo), pur a fronte di un saldo naturale (nascite contro decessi) diventato significativamente negativo a cavallo del 2020. A tenere in attivo la bilancia della popolazione è la storicità dell’attrattività lombarda: fino agli anni ’70 polo d’attrazione primario per le migrazioni interne e il boom industriale, oggi punto di approdo per i flussi migratori dall’estero. Parallelamente, la qualità e la durata della vita sono cambiate radicalmente: se nel 1974 la speranza di vita alla nascita in regione (71,7 anni) era inferiore di un anno alla media nazionale, nel 2025 raggiunge gli 84,3 anni, superando ampiamente i 83,7 anni del dato medio italiano.
Dalla terra alla fabbrica, fino ai servizi ad alta tecnologia
La vera metamorfosi lombarda risiede nella rapidità della sua riconversione produttiva. Se al momento dell’Unità d’Italia il 69% della popolazione attiva era impiegato nell’agricoltura, già nel 1951 la quota era crollata al 20% (contro un’Italia ancora agricola). L’industrializzazione precoce ha visto il settore manifatturiero superare il 50% degli occupati tra gli anni ’50 e ’80. Oggi l’agricoltura occupa una frazione residuale, mentre l’industria mantiene una vocazione solida che impiega quasi il 28% degli occupati (circa 3 punti in più rispetto alla media nazionale), specializzata soprattutto nei comparti ad alta e media tecnologia come la chimica, la farmaceutica e la meccanica di precisione. Accanto alla manifattura avanzata domina il settore dei servizi ad alta intensità di conoscenza: finanza, consulenza legale e societaria, ICT e sviluppo software. Questo ecosistema ad alto valore aggiunto si riflette direttamente sulla ricchezza generata: il Pil pro capite lombardo supera di circa il 35% la media nazionale, collocando la regione ai vertici assoluti del Paese.
Il successo economico lombardo poggia su un mercato del lavoro dinamico e su livelli di scolarizzazione in costante crescita. Il tasso di occupazione della popolazione in età lavorativa sfiora il 69,6% nel 2025, marcatamente superiore al dato nazionale. Il vero motore dell’incremento occupazionale degli ultimi decenni è stato l’ingresso massiccio delle donne nel mondo del lavoro: un fenomeno che ha permesso una drastica riduzione del divario di genere. Sul fronte dell’istruzione, il 56% della popolazione possiede almeno un diploma di scuola secondaria superiore.
Milano
In questo scenario, il capoluogo funge da catalizzatore. Con i suoi 1,366 milioni di abitanti, Milano ha attraversato fasi di profonda ristrutturazione. Dopo il picco di 1,7 milioni di residenti nel 1971 e il successivo decentramento verso i comuni della cintura urbana, la città si è ridefinita come hub dei servizi ad alta qualificazione. Oggi a Milano l’88% degli occupati lavora nel settore terziario, contro il 12% dell’industria. Ma è sul capitale umano che il divario si fa eclatante: nel capoluogo oltre il 32% della popolazione residente possiede un titolo di studio terziario (laurea o dottorato), una percentuale più che doppia rispetto al resto della regione e quasi doppia rispetto alla media italiana (16,8%). Infine, i dati Istat confermano una forte coesione territoriale: nel 2022 appena il 13% dei comuni lombardi (in cui risiede meno dell’1,5% della popolazione) presenta livelli alti o massimi di fragilità socio-economica e ambientale, a fronte del 35% registrato a livello nazionale. Una solida rete di servizi e infrastrutture che continua a garantire alla Lombardia il ruolo indiscutibile di locomotiva d’Italia.