I nidi rappresentano un servizio strategico per la prima infanzia, sia per la funzione educativa, di promozione dell’uguaglianza e di contrasto alla povertà educativa, sia per il valore di sostegno alla genitorialità e di conseguenza alla possibilità di far crescere l’occupazione soprattutto femminile. Nonostante ciò, in Italia, questo servizio risulta fortemente disomogenei. A lanciare l’allarme è uno studio svolto dal servizio Stato Sociale della Uil: l’analisi mette a confronto le rette mensili dei nidi, applicate dai Comuni ai nuclei familiari con un Isee pari a 15mila euro. A Bolzano la retta mensile è di 102 euro, a Bologna di 115 euro, ad Aosta di 425 euro e a Belluno di 440. A Mantova tutto gratuito. A fronte della stessa condizione reddituale, quindi, le rette oscillano da zero a oltre 400 euro per lo stesso servizio di base. La media nazionale è di 293 euro per chi ha l’Isee fino a 15mila euro e di 407 per chi arriva a 25mila.
Il servizio mensa, poi, aggiunge un ulteriore livello di disparità. Alcuni Comuni, infatti, come Ancona e Bolzano, lo includono nella retta; altri, invece, richiedono una quota separata, talvolta con importi rilevanti. Sono i casi di Biella e di Brescia, dove la mensa ha un costo mensile che supera gli 80 euro, anche per le fasce di reddito più basse.
Inoltre, le variazioni si registrano tra città vicine, con parametri socioeconomici simili, senza una logica territoriale univoca. Il Nord, infatti, non è necessariamente più costoso del Sud, né il Centro si distingue per coerenza. A Bari la retta è di 158 euro e a Crotone di 120 euro, mentre a Milano è di 251 e a Cuneo di 107. In Toscana si passa dai 308 euro di Pisa ai 193 euro di Livorno, fino ai 449 di Prato.
«I nidi per la prima infanzia continuano ancora, erroneamente, a essere classificati come servizi pubblici a domanda individuale – spiega il segretario confederale Santo Biondo – Questa impostazione attribuisce ai Comuni un’ampia discrezionalità nella definizione delle tariffe, nonostante il riconoscimento dei nidi come parte integrante del sistema educativo nazionale. Di conseguenza, il quadro tariffario risulta fortemente variabile tra territori, anche a parità di Isee, riflettendo la combinazione di autonomia locale, vincoli di bilancio e orientamenti politici. Negli anni, le difficoltà di gestione dei Comuni hanno aumentato il ricorso a forme esternalizzate o convenzionate, spesso con una conseguente variabilità nella qualità dell’offerta e nelle condizioni lavorative del personale educativo. Un ulteriore fattore di criticità riguarda la sostenibilità economica del servizio: le rette richieste alle famiglie restano spesso elevate, soprattutto per i nuclei monoreddito, con il rischio di escludere proprio quei bambini che avrebbero maggiore bisogno di un’esperienza educativa precoce».
Di recente il Governo ha ridotto l’obiettivo di copertura dei posti negli asili nido regionale al 15% nel Piano strutturale di Bilancio; pertanto, l’Italia resta lontana dal target europeo del 45% e dall’obiettivo nazionale del 33%. Il Pnrr avrebbe potuto rappresentare una svolta, tuttavia, riferisce Uil, la revisione del 2023 ha ridotto il target da 264.480 a 150.480 posti negli asili nido, ha diminuito la quota di fondi europei e ha spostato una parte significativa dei finanziamenti su risorse nazionali, introducendo incertezze sulla stabilità del quadro finanziario e sull’ammissibilità dei progetti. Questo ha determinato lo slittamento dei bandi e ha prolungato le procedure di riassegnazione delle risorse non utilizzate. Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, anche nello scenario più favorevole, non si riuscirà a raggiungere il target previsto: mancheranno comunque circa 500 posti. Nello scenario meno favorevole, il deficit stimato supera i 26mila. Un risultato paradossale è che il Pnrr riduce i divari tra le Regioni, ma amplifica quelli interni alle Regioni stesse: nel 2021 il 96,2% della disuguaglianza nella copertura dei servizi era interna alle Regioni; dopo gli interventi del Pnrr la quota è salita al 98,6%. L’88,6% dei Comuni con più di 100mila abitanti è stato destinatario di almeno un intervento, mentre i Comuni sotto i 500 abitanti restano quasi tutti privi di nidi (97%). Di conseguenza, migliora la media nazionale ma non l’equità territoriale.
«L’assenza o l’insufficienza dei servizi per la prima infanzia – conclude Biondo – hanno un costo sociale elevato: alimentano la povertà educativa, limitano la partecipazione femminile al mercato del lavoro, amplificano le disuguaglianze e contribuiscono al calo demografico. Occorrono strategie per incrementarne la copertura, investimenti strutturali per migliorarne la qualità e misure per la valorizzazione delle figure professionali che vi operano».