L'inchiesta sui caregiver nel Nordovest

«La conciliazione tra la cura e il lavoro è difficile»

Il parere di Sonia Vazzano della Fondazione Marco Vigorelli di Milano.

«La conciliazione tra la cura e il lavoro è difficile»

«Le necessità di cura si conciliano poco o male con il diritto-dovere al lavoro».

Ne è convinta Sonia Vazzano della Fondazione Marco Vigorelli di Milano, ente ispirato all’omonimo economista, senior partner di Accenture scomparso nel 2002, che si concentra sull’attenzione alla persona e a tutte le realtà in cui essa si esprime, soprattutto la famiglia e il lavoro, attraverso i settori di ricerca, formazione e assistenza sociale.

Quali le problematiche tra caregiver e mondo del lavoro?

«Quelle che percepiamo come rilevanti sono tre. La prima è il valore da dare alla cura, la seconda è la conciliazione famiglia-lavoro, la terza è la centralità della persona e delle relazioni perché nel contesto contemporaneo in cui viviamo, così tanto pervaso dalla tecnologia e dall’IA, l’innovazione tecnologica deve sempre tenere conto di cosa sia possibile sviluppare in termini di supporti alla cura (per esempio i sistemi di monitoraggio da remoto) e cosa non possa mai essere demandato a una macchina (la vicinanza, l’ascolto, la cura integrale della persona). Queste problematiche sono culturali e quindi difficili da risolvere, perché necessitano di tempo, dedicazione, adattamenti costanti».

Come si conciliano le necessità di cura con il diritto-dovere al lavoro?

«Al momento direi che si conciliano poco o male. Da una parte c’è il diritto-dovere alla cura per il caregiver informale. Il fatto cioè di avere la possibilità di scegliere come prendersi cura di un familiare o di un amico e in che condizioni. Prendersi cura delle persone della propria famiglia è un modo importantissimo di stare nei legami tra le generazioni, non soltanto nella fase dell’inizio dell’esistenza (penso alla cura e all’educazione dei figli) ma anche nelle condizioni di maggiore fragilità (malattie, disabilità) alla fine (anzianità). Nella cura si approfondisce la conoscenza di noi stessi e degli altri, si può coltivare il valore sociale e politico della gratuità, di cui la convivenza soprattutto nelle città ha un immenso bisogno, ma è anche una dimensione totalizzante dell’esistenza che racchiude il rischio di consumare il curante che non abbia le risorse culturali o materiali per evitare il burnout. Dall’altra parte c’è il diritto-dovere al lavoro, che ci permette di dare il nostro contributo alla società che abitiamo, dedicando le nostre energie a uno sviluppo non solo professionale, ma anche relazionale, e in cui sperimentiamo la nostra principale dignità di esseri umani».

Tra i due ambiti si può instaurare un circolo virtuoso?

«Sì, non mi pare superfluo sottolineare che anche nel lavoro c’è bisogno della competenza della cura, ogni volta che proprio il lavorare richiede di investire le nostre energie nell’attenzione all’altro, per esempio nei team di lavoro, nei processi complessi, nelle negoziazioni. Proprio quando si attiva la cura il nostro impegno nel lavoro risulta maggiormente appagante, perché ci rendiamo conto che il lavoro umano non è mai un’attività in cui siamo isolati. D’altro canto, anche le abilità organizzative e di focalizzazione che apprendiamo nel lavoro possono essere di grande utilità al momento di gestire le situazioni familiari di cura. Forse avremmo bisogno di instaurare un dialogo maggiore tra necessità di cura e diritto-dovere al lavoro, anche per aprirci a un dialogo costante che non dica dualismo – o mi prendo cura di qualcuno o lavoro – ma dualità – posso prendermi cura di qualcuno e allo stesso tempo lavorare se lascio il giusto spazio a entrambi, e se mi prendo cura di qualcuno potrei anche imparare a lavorare meglio con gli altri. Mi rendo conto che questo è anche un tema di strumenti e politiche a supporto della cura, soprattutto nell’ambito della conciliazione famiglia-lavoro, ma è anche una sfida innanzitutto per il singolo, per imparare a stare nelle diverse attività senza paraocchi o senza pensarli come settori incomunicabili».

Quali numeri avete raccolto?

«A parte il numero recente dei 7 milioni in Italia di caregiver invisibili, di cui forse si è sentito molto parlare, forse fa più impressione sapere che 1 dipendente su 5 è un caregiver. Se volessimo uscire dai confini italiani, già nel 2019 in una ricerca dal titolo The Caring Company (Harvard Business University), era emerso come nelle aziende 7 dipendenti su 10 sono caregiver. Ma il dato che, come Fondazione Marco Vigorelli ci interessa maggiormente, è che l’attività di cura familiare sviluppa tantissime competenze. In uno studio del 2020, elaborato da un gruppo di ricercatori della University of Pennsylvania School of Nursing, sono ben 63 le skill sviluppate nelle attività di cura che si ricollegano ai principali processi di cura. Ecco quest’ultimo numero mi sembra molto interessante, così non ci focalizziamo sempre sul negativo e su quello che non c’è, ma guardiamo anche a quello che c’è: la cura è un talento. Si tratta di valorizzarlo come tale. Non può essere trattato solo come un problema da risolvere. E aggiungerei che forse vale la pena anche porre un’altra questione: se la cura viene considerata come un talento, può supportare nella conciliazione famiglia-lavoro? Una domanda a partire dalla quale forse si possono aprire nuovi orizzonti di riflessione…».

I caregiver sono consapevoli dei loro diritti?

«Nella maggior parte dei casi direi di no: c’è poca informazione sui supporti per i caregiver informali, ancora tanta frammentazione dal punto di vista regionale, quasi nessuna consapevolezza dei talenti della cura di cui parlavamo prima. Lavorare sulla cultura della cura significa farlo sia per supportare chi si prende cura di qualcuno, sia perché chi si prende cura di qualcuno diventi maggiormente consapevole degli strumenti che non possono certo risolvere i suoi problemi, ma almeno alleggerire un po’ alcuni dei carichi che si è costretti a portare. Per questo abbiamo investito tante energie per la composizione del nostro Quaderno 14, dal titolo Caregiver che conciliano, una pubblicazione uscita a dicembre 2024. E nonostante tutto, la definizione di questi diritti risulta oggi ancora molto complicata».

Ci sono aziende sensibili alla problematica?

«Fino a qualche anno fa si potevano contare sulle dita di una mano e sarebbero rimaste delle dita libere. Oggi in tanti cominciano a occuparsi di questo tema e le politiche a supporto dei caregiver sono aumentate. Soprattutto nel privato a volte emergono delle strategie inaspettate che fanno i conti con i reali bisogni dei dipendenti e non hanno tanti vincoli burocratici che ne impediscono l’implementazione. Del resto non sempre servono grandi risorse economiche per andare incontro ai bisogni reali delle persone, ma piuttosto sono imprescindibili la lungimiranza di capire che il benessere dell’azienda passa sempre dal benessere del dipendente e la capacità di osservare che se dai uno al momento del bisogno, per le relazioni significative dei tuoi collaboratori, ti torna poi molto di più di quell’uno che hai investito. Come sempre la differenza la fanno le persone, che sono quelle che poi portano i risultati economici nelle aziende. Forse lavorare sulla formazione dei manager in questo senso potrebbe aiutare di più di qualsiasi politica di welfare promossa solo per seguire una moda o per avere una delle tante certificazioni in cui non sempre si crede davvero».