Un concentrato di energia, simpatia e semplicità. Maratoneta alessandrina, argento ai Mondiali 2013 e agli Europei 2014, settima nel ranking olimpico 2012, Valeria Straneo sarà la special guest della terza edizione dell’Epica dell’Acqua, la 100 km in tre tappe nel Delta del Po Veneto, dal 17 al 19 ottobre. Riceverà il Premio Atleta Epico 2025 sabato 18 ottobre sull’Isola di Albarella, per poi allacciare le scarpe e unirsi ai partecipanti per l’ultima tappa di questa esperienza di profonda unione con la natura, in compagnia del fiume più lungo d’Italia nel suo Delta, attraversato da sud a nord, nel basso Polesine.
Come è iniziato tutto?
«Un po’ per caso. Da bambina non praticavo sport strutturati: giocavo molto all’aria aperta, mi arrampicavo sugli alberi, andavo sui pattini e in bici. Più tardi ho praticato nuoto e ginnastica artistica, con i miei genitori che mi hanno sempre appoggiata. A 16 anni ho iniziato a correre da sola, con ai piedi scarpe non certo adatte, senza obiettivi particolari, solo perché mi faceva stare bene; a 20 partecipavo a quelle gare dove vinci mele e prosciutto. Intanto nel 2001 mi sono laureata all’università degli studi di Torino in lingue e letterature moderne e contemporanee. La prima svolta è avvenuta nel 2002, ho conosciuto Beatrice Brossa, la persona che per 12 anni è stata la mia allenatrice. Correvo con le sue figlie, Laura ed Elisa; ci spostavamo in camper per partecipare alle gare. E’ diventata la mia seconda famiglia».
E così avete deciso di preparare seriamente una maratona?
«Nel 2000, da sola, mi ero messa in testa di percorrere la mia prima maratona; ho esordito alla Turin Marathon, allenandomi per circa 70 km a settimana e ho concluso in 3h 32’. Tre anni dopo, preparandomi in maniera strutturata, a Piacenza ho corso in 2h 48’, a Reggio Emilia in 2h 51’. La mia futura carriera è nata qui».
Una carriera che però l’ha fatta attendere ancora prima di dare i risultati sperati, perché?
«Sono nati Leonardo e Arianna che ora hanno 19 e 18 anni, e sono rimasta ferma per qualche anno».
Sognano la maratona?
«Ovviamente no! Hanno però scelto il pattinaggio in linea e hanno già vinto diverse gare nelle rispettive discipline».
Nel 2009 ha deciso di riprendere l’attività agonistica, ha migliorato il suo personale ma ha anche iniziato a stare male: quale la causa?
«Ho scoperto una disfunzione genetica della membrana dei globuli rossi: la sferocitosi. Il globulo rosso è più fragile e viene distrutto dalla milza, che di conseguenza s’ingrossa, creando una situazione di anemia perenne. Faticavo persino a camminare. All’inizio avevo pensato si trattasse di stanchezza legata ai figli piccoli, all’aver anche iniziato a lavorare in un asilo nido come educatrice, ma è arrivata l’occlusione di una parte dell’intestino. Avevo dentro un mostro. Operata, mi hanno asportato milza e colicisti perché avevo i calcoli: era il 14 maggio 2010. Insomma, mi hanno alleggerita un po’! A fine giugno ero sulla linea di partenza della mezza maratona di Biella ma non volevo più gareggiare».
Non è però riuscita a stare lontana per molto dall’agonismo…
«A marzo 2011 ho deciso di iscrivermi alla Lago Maggiore Half Marathon più che altro per allenarmi per la Stramilano e per passare una bella giornata con la mia famiglia sul lago Maggiore. Ho corso questa gara in 1h13′ netti, abbassando addirittura di un minuto il mio vecchio personal best. Mi sono scoperta forte. Correvo veloce come mai era accaduto, mi veniva bene e facile. I valori del sangue erano perfetti e da lì ho iniziato a ottenere risultati che mai mi sarei sognata: sono passata dall’ammirare le ragazze della nazionale a gareggiare con loro e a vincere! La prima a stupirmi ero io».
Una felicità velata dalle voci che hanno iniziato a girare, è così?
«Sì. Avevo 36 anni e vincevo. Mi ha fatto male sentire i dubbi sul mio essere dopata o meno. Un fatto che si è ripetuto anche quando ho centrato il tempo per le Olimpiadi».
E’ andata avanti senza lasciarsi scoraggiare.
«Ho continuato a vincere gare e la mia carriera ha accelerato. Nell’estate del 2011 Beatrice mi ha proposto di provare a raggiungere il tempo minimo olimpico per la maratona. Dovevo abbassare i miei tempi di dieci minuti e mi sembrava impossibile, invece… A settembre siamo andate a Berlino, da sole, senza il supporto della Federazione che ancora non ci considerava, e ho chiuso in 2h30′. Ero la terza italiana: potevo pensare alle Olimpiadi di Londra. Ho lasciato il lavoro, ho rischiato di essere la prima delle escluse, ho recuperato con la maratona di Rotterdam stabilendo il record italiano: nessuno poteva più lasciarmi a casa».
Come ricorda quell’Olimpiade?
«Un sogno. Mi sentivo spettatrice di me stessa. Ero stordita. Sei scelto per rappresentare la tua nazione: è una grande responsabilità e un grande orgoglio. Sono tornata alle Olimpiadi nel 2016, a 40 anni, e speravo di poter chiudere la carriera a Tokyo ma i tanti infortuni non me lo hanno permesso. Il tempo d’altra parte avanzava e io mi sentivo in scadenza. Ho vissuto anni bellissimi».
Una curiosità del dietro le quinte delle Olimpiadi?
«Mi è sempre piaciuta la mensa, aperta 24 ore su 24, dove si possono trovare i piatti tipici di tutti i Paesi e incontrare atleti delle varie discipline, compresi quelli che consideri dei “miti”. Il giro del mondo in un solo posto».
Ha ripreso a lavorare a scuola?
«Ho seguito un secondo percorso universitario per ottenere la specializzazione e poter diventare insegnante di sostegno. Sono di ruolo alle medie di Valenza e mi trovo benissimo. La scuola è faticosa, soprattutto per la tanta burocrazia, ma la parte da docente ti motiva. Vedere gli occhi dei ragazzi che capiscono e si illuminano, regala soddisfazioni».
Cosa pensava mentre correva?
«In gara ero sempre concentratissima, attenta alle sensazioni interne ed esterne. La parte più fastidiosa della maratona sono i ristori, 8 in tutto, quando ti devi idratare, e non è facile “prenderli bene” mentre sei sul tuo passo più veloce. Facevo la spunta, dandomi piccoli obiettivi. I momenti di crisi ci sono ma bisogna superarli pensando non alla meta finale bensì a compiere un passo alla volta. Occorre poi cercare di gestire la fatica, il caldo, il freddo. Non è solo uno sforzo di gambe ma tanto di testa».
Quanto si allenava?
«Ci sono teorie diverse e ognuno affronta gli allenamenti in maniera diversa. Io percorrevo tantissimi chilometri alla settimana, in media 160, sono arrivata a 200. Poi si aggiungevano due sedute al giorno con circuiti di potenziamento, di mobilità. Non ho mai sentito la necessità di farmi seguire da un mental coach ma so che ora si è più attenti anche a questa parte psicologica. Mi sono sempre allenata con la musica perché mi distraeva e mi faceva proseguire anche quando era faticoso e non avevo voglia, magari quando pioveva… Ora non la ascolto più perché per me la corsa è diventata relax».
Quanto conta l’alimentazione?
«Mi seguiva un dietologo sportivo e seguivo i suoi consigli alla lettera. Quello che mangi è la tua benzina e se ti nutri male, il fisico ne risente e di conseguenza la tua prestazione. Io, per esempio, devo stare attenta ai latticini. E’ importante non agire a caso perché si rischia la salute».
Aveva “riti” pre gara o portafortuna?
«Non sono scaramantica. Per un periodo ho indossato un braccialetto di perline acquistato in Kenya e uno con le iniziali di figli e marito, ma quando si sono rotti ho continuato a correre ed è andata bene comunque!».
Qual è il segreto per ottenere risultati?
«La costanza è ciò che ti premia. Ho parlato tanto con i giovani, invitata nelle scuole, e l’ho sempre ripetuto: con l’impegno quotidiano si può arrivare molto lontano. Occorre un fisico che non si rompe e una mente in grado di non farti arrendere al primo ostacolo, e il lavoro: nello sport come negli altri aspetti della vita. L’atletica è lo sport più democratico che ci sia. Io sono la prova che ce la si può fare».
Come ha conciliato la carriera e il suo essere mamma?
«Facendo i salti mortali e avendo accanto persone che mi hanno appoggiata: prima di tutto mio marito, un papà con grandi abilità, e poi i nonni che ci hanno aiutato tantissimo. Con un gioco di incastri siamo sempre riusciti a gestire tutto».
Ha mai pensato di allenare?
«Me l’hanno chiesto ma non fa per me, mi annoia. Anche per questo io mi sono sempre affidata ad altri».
Ha altre passioni?
«La scuola mi lascia tempo libero e mi organizzo per non lasciare tempi morti. Adoro leggere, viaggiare, camminare in montagna, cucinare e prendermi cura di piante e orto».
Quali sono le caratteristiche di Valeria?
«Sono perseverante, disponibile e distratta».
E’ felice per questo premio a Epica dell’Acqua?
«Moltissimo perché l’evento è vicino alla mia attuale idea di corsa: non un dovere ma un piacere, a contatto con la natura. Un premio importante come gli altri conquistati».