L'inchiesta sui nuovi pellegrini

Intervista al sociologo: “Il senso del lento viaggiare ha radici nel nostro passato”

Matteo Colleoni è professore di Sociologia dell’Ambiente e del territorio all’Università di Milano-Bicocca, docente di Fondamenti dei sistemi turistici e Prorettore alla sostenibilità.

Intervista al sociologo: “Il senso del lento viaggiare ha radici nel nostro passato”

I cammini del passato e quelli di oggi mantengono motivazioni comuni e valori. Non stupisce l’incremento di persone che si mettono, dunque, in viaggio. A spiegare senso, trasformazioni e futuro possibile è Matteo Colleoni, professore di Sociologia dell’Ambiente e del territorio all’Università di Milano-Bicocca, docente di Fondamenti dei sistemi turistici e Prorettore alla sostenibilità.

«Il pellegrinaggio è la forma più antica di movimento di popolazioni – afferma – avviata ben prima della nascita del turismo, avvenuta nel 1840, con il primo viaggio in Inghilterra promosso da Thomas Cook. Il pellegrinaggio nasce nel X secolo, e i pellegrini erano i “marciatori di Dio” come li definì Pierre André Sigal, coloro che andavano attraverso i campi (dal latino “per ager”) per raggiungere i luoghi sacri, presenti in tutte le religioni non solo quelle monoteistiche».

Erano viaggi a piedi, come tutta la mobilità precedente all’invenzione dei mezzi di trasporto collettivi e alla loro democratizzazione, ma erano fatti a piedi anche per guadagnarsi, con la fatica e i rischi del cammino, il premio della meta finale.

«Alcuni dei motivi, dunque, che erano alla base dei pellegrinaggi – prosegue il professore – sono ancora presenti nei cammini di oggi in direzione dei luoghi sacri (basti pensare a quello verso la tomba dell’apostolo san Giacomo a Compostela dal X secolo) seppure reinterpretati alla luce dei cambiamenti sociali. La motivazione di ottenere la salvezza dell’anima (nella versione più devota) tipico dei movimenti spirituali del passato è presente anche nel desiderio contemporaneo di ritornare a una visione teleologica della vita (cioè finalistica) in un mondo in cui si è spesso perso il senso delle azioni: darsi una meta, darsi un obiettivo diventa importante. Poi, l’itinerario spaziale è metafora di uno spirituale ma anche di uno interiore, spesso successivo a un cambiamento drammatico, come la morte di un proprio caro, per darsi un tempo e spazio di riflessione, di confronto interiore, di liberazione. Terza motivazione, il raggiungere una meta in cui ricevere qualcosa (guarigione, protezione), per ringraziare per un beneficio ricevuto, per sciogliere un voto, per portare a casa una reliquia come ricordo o talismano protettivo: esempio più noto, la conchiglia di san Giacomo il signum peregrinationis per eccellenza».

Interessante anche notare come i cammini non siano mai stati solo esperienze individuali ma fortemente sociali: erano spesso fatti in gruppi e di conseguenza annullavano le differenze sociali.

«In passato, come oggi, si incontravano persone di tutti i ceti sociali e non era raro vedere i sudditi camminare con i membri delle famiglie reali perché lo status del viaggiatore rende tutti uguali e l’obiettivo di raggiungere la meta accomuna, creando un forte senso di uguaglianza e solidarietà – precisa Colleoni – Anche le prime forme di ospitalità (come l’Hospital Real per accogliere i pellegrini francesi) tendono a questo, promuovendo condizioni di uguaglianza, solidarietà ed economicità e in tal senso si parla di pellegrinaggio come “guarigione dalle ferite dell’io e di riscoperta della relazionalità”. Valori ancora presenti».

Nel cammino si ricerca un’esperienza totale in un modo sempre più parcellizzato, frammentario, veloce, in cui la disaggregazione spazio-temporale ha fatto perdere identità alle attività e alle persone. Il cammino, quindi, nel suo riappropriarsi della dimensione spazio-temporale attraverso il passo lento (il contrario dell’effetto tunnel dell’aereo) è anche riappropriazione dell’identità.

«Arrivare alla meta, o provarci inoltrandosi nei cammini, era una prova innanzitutto fisica che, se in passato era usuale (non esistendo i mezzi di trasporto) – commenta il docente – oggi ha assunto il valore della ricerca dell’esperienza sensibile del movimento e dello sforzo (presente anche nel turismo montano e sportivo). I dati dicono che gli oltre 500mila pellegrini (+6%) che nel 2025 hanno fatto il cammino di Santiago, per esempio, per il 91% lo hanno fatto a piedi, per buona parte degli 800 km nei 35 giorni necessari per coprire le distanze e gli italiani sono al terzo posto dopo spagnoli e statunitensi. Aumenta la componente femminile, quella giovane così come quella tra i 65 e i 75 anni d’età».

Si dice che oggi il cammino sia soprattutto un’esperienza di vita più che di fede, ma in fondo in ogni fede la fatica del cammino, il rischio e l’allontanamento dai luoghi noti sono serviti a rimettere in discussione l’esistenza quotidiana e il consumismo (compreso l’utilizzo di tecnologie e cellulari), cercando la «perla preziosa» dell’interiorità.  In fondo, come diceva Erasmo da Rotterdam, camminare e viaggiare non sono solo spostamenti fisici, ma opportunità di scambio culturale, studio e libertà intellettuale.

«L’incremento della fruizione dei cammini proseguirà e si andrà verso una commercializzazione come è già accaduto in passato – conclude Colleoni – con i pellegrinaggi e la conseguente protesta dei luterani. In futuro, quindi, ci sarà una contestazione della commercializzazione affinché si possa mantenere la qualità e il valore del cammino e abbiamo gli strumenti per conservali. D’altra parte, nemmeno la montagna è mai stata “turistica”: un detto della pianura padana recitava “chi fa fatica per nulla o è stupido o è molto ricco”. Di conseguenza vi è un contrasto tra chi cerca il comfort anche in alta quota e chi lo disapprova. Si troveranno i giusti equilibri e non si perderà l’attrattiva».