Da un’indagine dell’Osservatorio congiunturale di Unioncamere Lombardia emerge come un’impresa su tre segnala difficoltà nel trovare personale soprattutto nel comparto industriale.
Nel comparto industriale le imprese lombarde segnalano difficoltà nel trovare personale
Un’impresa lombarda su tre ha segnalato la difficoltà nel reperire personale nell’ultimo anno, con un picco nel comparto industriale (34%); appare inferiore nell’artigianato (28%) dove prevalgono le micro-imprese che sfruttano la prossimità territoriale e le reti informali di reclutamento; una situazione intermedia caratterizza il commercio al dettaglio (31%) e i servizi (30%). Il problema appare più marcato nelle imprese di dimensione medio-grande, dove la domanda di competenze specialistiche è più elevata. I dati dell’Osservatorio congiunturale di Unioncamere Lombardia parlano chiaro e le cause principali sono riconducibili al mismatch qualitativo tra domanda e offerta di competenze, accentuato dalle transizioni digitale ed ecologica, alla riduzione quantitativa della forza lavoro, dovuta al calo demografico. Sul fronte delle strategie di attrazione del personale emerge un quadro variegato: l’industria consolida un modello “manageriale”, con un’intensa attività di scouting, anche grazie al ricorso ad agenzie del lavoro, investimenti in welfare e benefit; i servizi e il commercio al dettaglio puntano sulla flessibilità (orario flessibile, smart working, part time e turni personalizzabili) e sulle misure di ascolto e coinvolgimento del personale; l’artigianato privilegia le collaborazioni con la filiera formativa, puntando sui tirocini e la formazione on the job, e sul miglioramento dell’organizzazione lavorativa in merito ai turni e alla sicurezza.
La struttura produttiva regionale risente della difficoltà del diploma
Il diploma si conferma il titolo di studio più difficile da reperire, con una percentuale che va dal 47% dei servizi al 75% del commercio. Questa prevalenza riflette la struttura produttiva regionale, orientata a ruoli tecnico-operativi e gestionali intermedi. Il livello di istruzione universitario è ricercato soprattutto nei settori dei servizi (22%) e dell’industria (20%) e tende ad assumere maggiore importanza al crescere della dimensione di impresa, salendo fino al 40% per le grandi realtà industriali. Nei servizi la difficoltà di reperimento riguarda però anche i livelli di istruzione più bassi (31%), richiesti soprattutto nella logistica e nei servizi operativi di supporto alle imprese, sebbene la quota più elevata si riscontri nell’artigianato (43%). Per quanto riguarda l’esperienza richiesta, le difficoltà riguardano soprattutto le figure con 1 o 5 anni di lavoro alle spalle, indicate da una percentuale compresa tra il 48% dell’artigianato e il 66% del commercio. Personale senza esperienza è ricercato soprattutto dalle imprese artigiane (40%), probabilmente in un’ottica di formazione diretta sul campo.
Ora la ricerca viaggia sui canali digitali, tranne che per l’artigianato
I canali digitali sono lo strumento più utilizzato dalle imprese lombarde per attrarre personale, con l’eccezione dell’artigianato, dove prevalgono i tirocini e le collaborazioni con la filiera formativa; nell’industria è molto ampio anche il ricorso alle agenzie del lavoro. Per quanto riguarda gli incentivi offerti, nell’industria prevalgono welfare e benefit, mentre negli altri settori riveste un ruolo più importante la flessibilità organizzativa. Nonostante l’elevata difficoltà di reperimento, una quota significativa di imprese non mette in campo nessuna leva: dal 19% dell’industria al 48% dell’artigianato.
L’importanza dei premi e della revisione retributiva periodica
La revisione retributiva periodica, in linea con il mercato e le performance, rimane la misura di fidelizzazione più diffusa, soprattutto nell’industria (35%) e nell’artigianato (31%). Anche i premi variabili assumono un’elevata importanza, tuttavia la formazione continua e i piani di carriera emergono come elementi chiave nelle imprese più strutturate, a conferma della tendenza a fidelizzare i dipendenti attraverso percorsi di crescita interna. Nel settore dei servizi, spicca il peso delle politiche di coinvolgimento e ascolto (22%), spesso associate a un miglioramento del clima aziendale e della partecipazione organizzativa. L’artigianato mostra un approccio più tradizionale legato all’organizzazione dei turni e alla sicurezza (15%), tuttavia quasi 4 imprese artigiane su 10 (39%) non adottano misure, segno di una gestione del personale ancora familiare e poco formalizzata tipica delle micro e piccole imprese.
Il welfare aziendale è più diffuso nell’industria
Il welfare aziendale risulta più diffuso nell’industria, da un lato per effetto di contratti nazionali più generosi e dall’altro grazie alla maggiore dimensione delle imprese: il 70% ha adottato o ha in programma benefit economici come buoni pasto, trasporti e carburante, inoltre più della metà delle imprese industriali offre/offrirà sanità integrativa (68%) e previdenza complementare (58%). Nel terziario assume invece maggiore importanza l’organizzazione del lavoro: orario flessibile, smart working, part time e turni personalizzabili occupano posizioni elevate nel ranking delle misure adottate o in programma, con percentuali superiori al 40% nei servizi e al 30% nel commercio al dettaglio. Il comparto artigiano, ancora una volta penalizzato dalle piccole dimensioni, presenta percentuali più basse per quasi tutte le misure, eccetto i permessi e congedi extra e il supporto per chi assiste familiari.
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