Con un microfono adornato con la croce di San Giorgio, il simbolo che svetta sulla bandiera genovese, il 37enne Michele Ferroni ormai da alcuni anni gira per le strade della Liguria (e non solo) per parlare con la gente e cercare di capire se è vero che il dialetto “zeneize” non si usi più. Stando, però, ai video che pubblica sul suo profilo Instagram Mike fC, dove raggiunge ogni giorno decine di migliaia di persone, sembra che questa affermazione non sia del tutto vera.
«Non è tutto o bianco o nero, come dice l’Istat – racconta al telefono con un fortissimo accento genovese che suona come una musica – ci sono delle belle differenze tra il non parlare una lingua ma capendola comunque o il parlarla fluentemente. Ma non è che chi non la parla non la conosca».
Ferroni, musicista e rapper sia in italiano che in genovese, da diversi anni ha iniziato ad andare per strada e cercare di capire l’effettiva diffusione del vernacolo genovese:
«Dopo aver scritto un disco tutto in genovese (“Luxe inti euggi”, pubblicato nel 2019) la gente mi diceva che il dialetto ormai non lo parlava più nessuno e che nessuno avrebbe capito il disco. Allora ho voluto cercare di capire questa cosa».
Da questa spinta, partita tra i caruggi di Genova, Ferroni è arrivato a intervistare nientemeno che i liguri residenti in Argentina.
«Non mi piacciono i social in generale – continua il cantautore e rapper – ma in questo caso sono molto utili perché danno il riscontro chiaro del fatto che soprattutto negli ultimi 5 anni è cresciuto molto l’interesse della gente per le parlate locali. Probabilmente diminuisce il numero dei locutori, ma anche qui alla base c’è un discorso particolare. Per tanti anni alle persone che magari non lo parlavano benissimo veniva fatto notare con dileggio, con il risultato che alla fine chi non si sentiva proprio sicuro si vergognava a parlare in genovese».
Adesso siamo arrivati a un punto delicato, e non è solo il caso del genovese:
«Viviamo un momento molto particolare adesso – continua Ferroni – sono sempre meno i parlanti anche per una questione demografica. Secondo me bisogna agganciare quelli della mia generazione, che magari lo capiscono senza parlarlo, a riscoprirlo per trasferire questa conoscenza ai giovani prima che sia troppo tardi».
L’opera di «Mike fC» è al tempo stesso divulgazione e creazione di un archivio di testimonianze, liberamente accessibile.
«La lingua non è che muore o sta morendo, dobbiamo solo decidere cosa fare per continuarla. Io continuo a spingere perché vedo che l’interesse c’è, e continuerò a cercare persone che parlano zeneise perché è una lingua viva, quanto resisterà dipenderà da noi. Ma anche nella peggiore delle ipotesi, anche se l’interesse calerà e se la lingua dovesse perdersi, lasceremmo una testimonianza di cosa è stata».
Ferroni si è guadagnato sul campo il titolo di ambasciatore del genovese
«Negli anni sono quasi diventato un ambasciatore del genovese, che chi pensa che si parli solo in città si sbaglia. Sono stato anche in Sardegna e in Corsica a parlare genovese, oltre che in Argentina (con un collegamento internet). Ho scritto la prima canzone in genovese quando avevo 20 anni, è una lingua che ho sempre parlato. I social sono diventati un veicolo inaspettato per diffonderla».
L’altro aspetto delle parlate locali è che possono diventare terreno di confronto tra culture
«L’ultimo aspetto che trovo molto importante delle parlate locali – conclude Ferroni – è che possono diventare oggetto di incontri e scambi, tra regioni. Quando diventa così è arricchente per tutti quanti».