Inchiesta sulla crescita dei territori

Il Piemonte che invecchia ma non perde il cuore produttivo

Il focus sul Piemonte nei dati dell'Istat.

Il Piemonte che invecchia  ma non perde il cuore produttivo

Il Piemonte racconta, attraverso i numeri, la storia di una trasformazione profonda: da territorio prevalentemente agricolo a una delle principali aree industriali del Paese, fino all’attuale fase di riorganizzazione economica e demografica. Il rapporto dell’Istat Storie di dati: le trasformazioni delle regioni italiane, pubblicato il 13 ottobre, ricostruisce questa evoluzione dall’Unità d’Italia ai giorni nostri, mettendo in luce le opportunità e le fragilità di una regione che continua a mantenere un peso economico importante, pur dovendo fare i conti con l’invecchiamento della popolazione e una crescita più lenta rispetto alla media nazionale.

Una popolazione che cambia

Nel 1861 il Piemonte contava poco meno di tre milioni di residenti. La popolazione è cresciuta progressivamente fino a raggiungere quasi 4,5 milioni di abitanti nel 1981, per poi ridiscendere a 4,3 milioni nel 2024. La fase di maggiore espansione si è concentrata nel secondo dopoguerra, fino alla metà degli anni Settanta, quando lo sviluppo dell’industria meccanica attirava lavoratori provenienti da altre regioni italiane. Con l’esaurirsi dei flussi migratori e l’indebolimento della crescita naturale, il saldo demografico è diventato negativo con largo anticipo rispetto al quadro nazionale. Negli anni più recenti, tuttavia, la ripresa dell’immigrazione ha contribuito a compensare almeno in parte la diminuzione della popolazione. Il dato più significativo riguarda l’età dei residenti. Nel 2024, in Piemonte, l’indice di vecchiaia ha raggiunto quota 240: significa che ogni 100 giovani sotto i 15 anni si contano 240 persone con almeno 65 anni. In Italia il rapporto si ferma a 208. La riduzione della propensione ad avere figli e l’aumento della sopravvivenza hanno modificato profondamente la struttura demografica regionale. Nel 2025, la speranza di vita alla nascita è arrivata a 83,6 anni, in linea con la media nazionale. L’allungamento della vita rappresenta un risultato importante, ma pone anche questioni concrete per i servizi sanitari e assistenziali, l’organizzazione del lavoro e il ricambio generazionale. La tenuta demografica diventa così una delle principali sfide per il futuro del territorio.

Un’economia che fatica a recuperare

Sul fronte economico, il Piemonte conserva un livello di benessere superiore alla media italiana, ma mostra una dinamica di crescita meno sostenuta. Dal 1980 l’economia regionale è cresciuta più lentamente rispetto a quella nazionale e non ha ancora recuperato completamente gli effetti della Grande recessione. Nel 2024 il Pil, misurato in termini reali, risultava infatti inferiore del 3% rispetto al picco raggiunto nel 2007. Il Pil pro capite rimane comunque più elevato di quello italiano: nel 2024 il vantaggio era di circa quattro punti percentuali, contro gli otto registrati nel 1980. Un risultato che va letto anche alla luce del ristagno demografico, che incide sul rapporto tra ricchezza prodotta e popolazione residente. La manifattura resta uno degli elementi distintivi del sistema produttivo piemontese. Se al momento dell’Unità oltre l’80% della forza lavoro era impiegato nell’agricoltura, già all’inizio del Novecento l’industria aveva superato la media nazionale. Il punto più alto di questa trasformazione si raggiunse nel 1971, quando la quota degli occupati nell’industria sfiorò il 56%, contro il 44% dell’Italia. Oggi il peso dell’industria è diminuito, ma continua a essere superiore al dato nazionale: nel 2024 gli occupati del settore rappresentavano il 27,6% del totale, contro il 24,4% italiano. Particolarmente rilevante è la specializzazione nella manifattura ad alta e medio-alta tecnologia, che nel 2023 concentrava il 10% degli addetti extra-agricoli, rispetto al 6% nazionale. Anche la struttura delle imprese è cambiata. Le aziende agricole, che nel 1961 erano 96 ogni mille abitanti, sono scese a 12 nel 2020, al di sotto della media italiana. Le unità locali delle imprese dell’industria e dei servizi sono invece aumentate da 46 ogni mille abitanti nel 1951 a 89 nel 2023, mentre il vantaggio iniziale rispetto al Paese si è progressivamente ridotto.

Lavoro e istruzione, il ruolo delle donne

Il mercato del lavoro offre un altro elemento significativo. Nel 2025 il tasso di occupazione della popolazione tra i 15 e i 64 anni ha raggiunto in Piemonte il 68,9%, un livello superiore alla media nazionale. L’aumento rispetto al passato è riconducibile interamente al contributo della componente femminile, con una conseguente riduzione dei divari di genere. Anche l’istruzione racconta una storia di cambiamento. Nel 1951 gli analfabeti rappresentavano appena il 3% della popolazione piemontese con almeno sei anni, contro il 13% registrato in Italia. Nel 2024 la distribuzione dei livelli di istruzione è diventata più simile a quella nazionale, sebbene la quota di laureati rimanga inferiore. Il capitale umano e le competenze specialistiche rappresentano quindi una risorsa strategica per sostenere l’innovazione industriale e accompagnare la trasformazione dei servizi.

Torino

Il percorso del capoluogo sintetizza le trasformazioni dell’intera regione. Tra il 1861 e il 1971 la popolazione di Torino è passata da 173 mila a quasi 1,2 milioni di abitanti, con una crescita di quasi il 600%. Negli altri comuni piemontesi, nello stesso periodo, l’aumento è stato di appena un quarto. In circa trent’anni Torino ha perso oltre 300 mila residenti, mentre i comuni della prima e della seconda cintura ne hanno guadagnati complessivamente 190 mila. Nel 2024 il 60% dei residenti torinesi con almeno nove anni possedeva un diploma o un titolo di istruzione terziaria, mentre l’incidenza dei laureati era quasi doppia rispetto al resto del Piemonte. Sul piano occupazionale, il tasso del capoluogo si attestava al 67%, un valore inferiore a quello degli altri comuni della regione, ma con un divario che si è ridotto. La trasformazione produttiva è altrettanto evidente: nel 1951 circa il 60% degli occupati torinesi lavorava nell’industria. Nel 2024 oltre otto persone su dieci erano impiegate nei servizi. Negli altri comuni piemontesi, dove nello stesso anno i servizi occupavano quasi sette lavoratori su dieci, l’industria conservava un peso superiore alla media nazionale.

Territori meno fragili

Il quadro regionale presenta infine un elemento positivo sul fronte della vulnerabilità territoriale. Secondo l’indice di fragilità comunale dell’Istat, nel 2022 i comuni piemontesi classificati con fragilità alta o massima erano il 23%, contro il 35% nazionale. In questi comuni viveva meno dell’1,5% della popolazione regionale, mentre in Italia la quota raggiungeva quasi il 22%. Torino si collocava nella fascia di fragilità moderata. I dati restituiscono dunque l’immagine di un Piemonte che ha perso parte dello slancio demografico ed economico del Novecento, ma conserva una solida specializzazione produttiva e una capacità di adattamento. Per una regione che ha costruito la propria identità sull’industria, il futuro dipenderà dalla capacità di innovare senza disperdere il patrimonio manifatturiero che ancora la distingue.