Dialetto nella letteratura, nel cinema, nella tv, nei fumetti, nelle canzoni… Insomma il dialetto è sicuramente parte integrante della nostra cultura. Certo, anni fa era molto più diffuso; ma se l’abbiamo ritrovato anche sull’ultimo palco di Sanremo e proprio nella canzone vincitrice, morto non è.
Partiamo allora proprio dalla musica dove il dialetto ha fatto anche parte di un genere specifico: si pensi alla canzone dialettale napoletana (da Salvatore Di Giacomo a Roberto Murolo, da Renato Carosone a Pino Daniele). Per quel che riguarda il Nordovest, il più emblematico è stato forse Fabrizio De Andrè e il suo capolavoro “Crêuza de mä”, scritto con Mauro Pagani. Ma non si possono dimenticare tutti i brani della tradizione milanese, con in testa “O mia bela Madunina” di Giovanni D’Anzi, o i vari successi de I Gufi, storico gruppo cabaret milanese composto da Nanni Svampa, Lino Patruno, Gianni Magni e Roberto Brivio.
Se pensiamo, invece, al dialetto nella letteratura del Nordovest, il primo nome che viene in mente è sicuramente Carlo Porta che con “La Ninetta del Verzee” ha toccato le vette più alte della poetica dialettale milanese; ma non si può non citare il genovese Franco Loi che ha scritto poesie sia in milanese che nella sua lingua madre e il Carlo Emilio Gadda sia dell’”Adalgisa”, dov’è centrale il milanese, sia di “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” dove domina il romanesco.
Non possiamo poi dimenticare, seppur lontano dalle nostre regioni, Andrea Camilleri, perché ci consente di trasferirci dalle pagine dei libri ai frame delle pellicole, visto che l’uso del siciliano nel suo “Commissario Montalbano” è ben noto a tutti visto il successo avuto in televisione. Così come per altre serie televisive quali “Gomorra” o “L’amica geniale”.
Il dialetto è stato un importante protagonista anche sul grande schermo. Tracce non mancano già nel filone neorealista dove il dialetto riproduce la lingua del popolo: si pensi a “Roma città aperta” di Roberto Rossellini, a “Ladri di biciclette” di Vittorio De Sica o “La terra trema” di Luchino Visconti, che decise di girare il film in dialetto siciliano nella variante locale di Acitrezza.
Le lingue del Sud sono poi state, negli anni, protagoniste di diversi altri film, da “Mery per sempre” (1989) a “Ragazzi fuori” (1990), entrambi del regista Marco Risi, da “Nuovo Cinema Paradiso” (1988) di Giuseppe Tornatore, che vinse l’Oscar per il miglior film straniero nel 1990, a “Baarìa”, sempre suo.
Non sono, invece, molti gli esempi di film in uno dei dialetti del Nordovest. L’eccezione (ma che eccezione!) è il capolavoro di Ermanno Olmi “L’albero degli zoccoli”, film del 1978, vincitore della Palma d’oro al 31º Festival di Cannes, nel quale attori non professionisti recitano in dialetto bergamasco. Il film è stato selezionato tra i 100 film italiani da salvare.
Potremmo, infine, sbizzarrirci con diversi altri usi del dialetto, più o meno nobili. Se ne trova traccia sui cartelli stradali (antica battaglia leghista, un po’ messa in disparte ma mai abbandonata del tutto). Ma ne ha fatto uso anche la pubblicità: ricordate la campagna della Ferrero e le etichette dei barattoli di Nutella con 135 espressioni dialettali? Sulle etichette dell’area milanese si poteva leggere: «Uelà», «Cum te stet?», «Alùra?». Per non dire della scelta della svedese Ikea che ha chiamato il centro commerciale di Roncadelle, nel Bresciano, “Elnòs shopping”, ricorrendo al dialetto bresciano per rendere il possessivo “il nostro”.
Concludiamo con i fumetti, ricordando come per celebrare la Giornata nazionale del dialetto sia stata pubblicata un’edizione di Topolino tradotto in diversi dialetti regionali.
L'inchiesta sui dialetti
Il dialetto arricchisce la nostra cultura
Ci sono diversi esempi letterari, cinematografici e musicali che hanno fatto del dialetto il loro punto di forza.