«Non sarò mai solo, perché sarò sempre connesso con la natura, con le mie emozioni e con le persone che incontrerò. Voglio ispirare tutti quei giovani che soffrono, si sentono esclusi e si rifugiano sul web: fuori c’è un mondo e basta andare a prenderselo, una pedalata dopo l’altra».
Il cuneese Simone Avataneo è partito il 31 gennaio per realizzare il giro del mondo in bicicletta e pensa di tornare tra giugno e luglio del 2028; per il momento è una sensazione legata al suo programma, non una certezza.
Come è nata l’idea del viaggio?
«Volevo cercare una vita autentica nel ritmo del pedalare e del campeggiare in modo libero. Sono appassionato di ciclismo da sempre e ho praticato questo sport anche a livello agonistico. Ho tracciato un itinerario che mi permettesse di visitare l’Oriente, ma anche il deserto australiano che mi hanno raccontato essere un viaggio nel viaggio. Io soffro il caldo quindi sarà anche una particolare sfida personale. In Africa risalgo la costa Nord occidentale e poi il Sud America per raggiungere i luoghi estremi come la Terra del fuoco. Prenderò due arei, uno sul Mar Caspio e uno sull’oceano Pacifico e l’Oceania la “attraverserò” in barca a vela».
Come si è preparato dal punto di vista fisico?
«Non ho pensato a un allenamento specifico. Il mio background mi aiuta. E poi a fine settembre dello scorso anno ho partecipato all’Everesting: collezionare 8.848 metri di dislivello (l’altezza dell’Everest) percorrendo la stessa salita e discesa; ho pedalato 20 ore ininterrotte e questo mi ha dato il giusto entusiasmo per confermare ciò in cui credo e cioè che nulla è impossibile».
Quale la parte più difficile del progetto?
«Lasciare tutto: la casa, la famiglia, gli amici, il lavoro. Sono laureato in Ingegneria delle telecomunicazioni ed ero programmatore in un’azienda di consulenza informatica: non mi sono mai identificato con il mio lavoro, non rinnego il percorso compiuto, ma credo non sia sbagliato cambiare. La preparazione mentale è stata intensa. Sono appassionato di filosofie orientali e questo mi ha aiutato. Ho deciso di affidarmi alla vita al 100% perché c’è sempre qualcosa di più grande che ti aspetta e ho sentito che per me era arrivato il momento di compiere questa scelta: ci pensavo da quando avevo 20 anni e ora ne ho 28. Ho predisposto un budget di 10 euro di spese al giorno oltre agli aerei e lavorerò sulla barca. Mi voglio lasciar stupire dalla vita: ne abbiamo una sola e vorrei viverne più di una, all’interno della stessa».
Come hanno reagito i suoi genitori?
«Mia madre è la persona più entusiasta di tutte e questo permette di comprendere il grande amore di un genitore che lascia libero il figlio, anche se lo vede allontanarsi da sé. Mio padre mi ha sempre appoggiato tanto, sia per quanto riguarda l’attività sportiva, sia per gli hobby e anche lui mi ha detto “fai ciò che vuoi”. E poi ho tanti amici che mi sostengono e mi fanno sentire la loro vicinanza, così come i follower».
Ci sono stati momenti in cui ha pensato di abbandonare l’impresa?
«Tante volte mi sono ripetuto “resto a casa”, però tutte le sere parlavo con le stelle e mi affidavo a loro. Le stelle rappresentano i sogni, sono lontane e sembrano imprendibili, eppure i sogni si possono realizzare e gli obiettivi raggiungere. La mia bici è gialla e si chiama Stella».
Il suo viaggio ha anche un obiettivo sociale: quale?
«Pedalo contro il bullismo. Sono stato una vittima e non ne ho mai parlato. Mi sono tenuto tutto dentro e questo non ha fatto altro se non alimentare paure e angosce. Ho deciso di trasformare la mia sofferenza e ispirare i ragazzi affinché si confidino con una figura di riferimento e non siano più vittime. Questa missione mi dà ancora più entusiasmo. Ho deciso di supportare il progetto di Fondazione Carolina. Io sono di Cuneo, Carolina viveva a Novara (prima vittima riconosciuta di cyberbullismo): mi sono sentito vicino a questa ragazza e ho pensato di unire due grandi imprese: la lotta contro il bullismo e un giro del mondo in bici. Comunicare con i ragazzi attraverso i fatti è l’esempio migliore per essere credibili. Questa esperienza, soprattutto per questa missione, è il coronamento del sogno di una vita».
Com’era da ragazzo?
«Sono sempre stato autentico e questo spesso ti porta a non considerare gli standard e le mode. Ero libero, fuori dagli schemi e forse per questo ero preso di mira. Ho realizzato me stesso mantenendo la mia autenticità. Ora sono più forte e consapevole. Ho attraversato quei momenti bui dedicandomi allo sport, alle mie passioni e così ho conquistato autostima. Oggi parlo ai ragazzi perché voglio spiegare come ogni prevaricazione sia bullismo: una relazione tossica, un Governo che assume decisioni non democratiche».
Parla ai giovani e a tutti attraverso il suo diario social: scrive tutti i giorni?
«Il mio diario digitale si chiama Ciclismo Zen perché richiama il mio modo di pedalare meditativo, capace di trasformare le persone. Si collega al concetto di non attaccamento: a ogni pedalata il paesaggio cambia e non torna più. Nello stesso tempo si gusta l’avventura. Scrivo tutte le sere e condivido il percorso, gli incontri e i miei pensieri».
Quali tappe già alle spalle? Ha nostalgia di casa?
«Sono partito da Andonno, con la presenza di papà Paolo Picchio, poi sono arrivato a Cuneo casa dei miei genitori e Roburent dove viveva nonna a cui ero legato, e poi tutta la Liguria che è stata casa mia per tanto tempo e poi l’Emilia, la Pianura Padana fino a Treviso, Udine, Trieste, l’Altopiano carsico, la Croazia. Combatto la nostalgia grazie agli incontri: la tua famiglia sono le persone che ti ospitano anche solo per una notte. Finora ho conosciuto persone bellissime: ho giocato con una bimba di 3 anni, figlia di chi mi ha accolto, ho dormito nella mansarda di una figlia che non aveva avuto occasione però di ospitarla, ho anche ritrovato una coinquilina ed è stato interessante confrontare i percorsi di vita intrapresi e come ci hanno cambiati. E poi porto con me un fischietto a forma di pipa: lo ha realizzato mio padre e io apro e chiudo le tappe con un triplice fischio: questo suono mi riporta a casa ed è fondamentale».
Cosa fa mentre pedala?
«Canto, soprattutto la canzone che hanno composto per me i bambini della scuola materna di Andonno: un inno personale. E poi assaporo ogni istante, osservando la natura, le persone, i sorrisi di chi incontro. Sono partito con un e-reader per il tempo libero ma non ho ancora avuto occasione di leggere. Ho anche un’armonica per suonare: la mia chitarra era troppo ingombrante».
Piatto preferito?
«Peperoni, focaccia alle cipolle e pasta con aglio, olio e peperoncino. Sono però pronto a sperimentare!».
Quale messaggio vuole lasciare ai ragazzi?
«Inseguite l’autenticità, non fatevi trascinare dalle mode. Realizzate voi stessi, non abbiate rimpianti, imparate a prendere decisioni che vi indirizzano sulla vostra strada di crescita. Se siete vittime di bullismo, parlatene. Fatelo con un maestro, con un allenatore, con un nonno, un genitore, un adulto di cui vi fidate. Io ho iniziato a parlarne solo ora e ho capito quanto il contatto umano sia un aiuto non paragonabile a quello che può dare applicarsi in uno sport e rifugiandosi nella natura».
Come pensa sarà la sua vita al ritorno?
«Sono sempre stato una persona che ha ribaltato la propria esistenza ogni tot tempo e quindi dubito che rientrerò in un percorso lineare. Credo fortemente in un mondo migliore e quindi al ritorno vorrei parlare dei miei incontri, scrivere un libro su questo viaggio, sperando che il movimento sociale contro il bullismo abbia un impatto forte. Tornerò cambiato e sarà curioso capire come saranno cambiati anche gli altri. Non ho un piano b ma ogni giorno penso al mio rientro: mi godo ogni giornata con questo focus e ogni giorno mi avvicino alla meta».
Come si vede tra 10 anni?
«Non escludo nulla. Potrei avere una famiglia con figli o essere monaco buddista o guida turistica nei luoghi che ho visitato. Non sono partito per scappare: ho risolto tutti i miei problemi prima di partire, quindi potrebbe accadere tutto».