L'inchiesta sulla situazione dei giovani

I neolaureati italiani hanno gli stipendi tra i più bassi d’Europa

Classifica Ue: in Italia un neolaureato guadagna in media 30.500 euro lordi, in Svizzera più di 80mila, in Germania 50mila. Peggio solo Spagna e Polonia.

I neolaureati italiani hanno gli stipendi tra i più bassi d’Europa

«Un giovane laureato in Germania guadagna in media l’80% in più di un coetaneo italiano, mentre il differenziale rispetto alla Francia è del 30%. Si tratta di divari che si sono ampliati nel corso degli anni».

A dirlo è stato il Governatore della Banca d’Italia Fabrizio Panetta in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico di Messina, lo scorso 15 gennaio.
Insomma, altro che i “bamboccioni” del ministro Tommaso Padoa Schioppa: a dover essere ripensato probabilmente è l’intero sistema. Se 8 giovani su 10 in Italia vivono ancora con i loro genitori secondo l’Ocse la colpa non è tutta loro, ma di un mercato del lavoro che è molto meno competitivo che all’estero. Tra gli Stati membri dell’Unione Europea, l’Italia è al terz’ultimo posto nella classifica della remunerazione media al primo ingresso nel mondo del lavoro dopo il conseguimento di una laurea. Peggio di noi ci sono solamente Spagna e Polonia.
Secondo un sondaggio condotto da Mercer, società di consulenza americana che si occupa di trasparenza retributiva, analizzando le differenze tra gli stati nelle retribuzioni – tra le altre cose – gli stipendi dei neolaureati al primo ingresso nel mondo del lavoro sono aumentati nel 2024 del 5,4% rispetto al 2021. La ricerca parla in termini lordi, e rileva come in Italia un neolaureato percepisca una media di 30.500 euro l’anno. Non male, ma confrontando il dato con gli altri Paesi UE la situazione cambia non poco. Come si diceva peggio di noi ci sono solo Spagna (28.500 euro nel 2024) e Polonia (addirittura 16.675 euro, sempre nel 2024). Nel resto d’Europa è tutta un’altra musica: in Svizzera un neolaureato al primo ingresso nel mondo del lavoro guadagna 86.722 euro, in Germania 53.300 euro e in Austria 51.100 euro.

«La decisione di compiere un percorso di studi universitari – per riprendere ancora il discorso del Governatore della Banca d’Italia a Messina – è fortemente influenzata dalle prospettive di reddito e di carriera. Da noi, l’ingresso nel mondo del lavoro dopo la laurea richiede tempi lunghi e, rispetto agli altri paesi europei, i giovani laureati faticano a trovare un lavoro stabile, coerente con le proprie competenze e adeguatamente remunerato. Ne risente il rendimento dell’istruzione universitaria: un laureato trentenne guadagna oggi solo il 20% in più di un coetaneo diplomato, un differenziale nettamente inferiore a quello degli altri principali paesi europei. Questa debolezza dei rendimenti riflette in parte le limitate opportunità che il sistema produttivo offre ai lavoratori altamente istruiti. Come venticinque anni fa, la maggior parte delle assunzioni di laureati continua a concentrarsi nel settore pubblico, soprattutto nella scuola e, dopo la pandemia, nella sanità».

In un quadro del genere allora le difficoltà per i giovani di uscire di casa sono molte, e diventa quasi più facile uscire dal Paese:

«I giovani laureati – così ha continuato Panetta, spostando il punto dalla differenza retributiva all’offerta di ambienti diversi – si spostano alla ricerca di ambienti di lavoro in cui il merito sia pienamente riconosciuto attraverso contratti stabili, impieghi coerenti con le competenze e percorsi di carriera più dinamici. A queste motivazioni si aggiungono spesso preferenze per contesti sociali ritenuti più attrattivi, così come la naturale curiosità verso mondi e stili di vita diversi da quelli di origine. Questa mobilità favorisce l’accumulazione di esperienze e arricchisce il bagaglio culturale individuale. Quando, però, l’emigrazione riflette le carenze del contesto di partenza, essa si trasforma in una scelta onerosa per chi la compie. E quando i giovani formati nelle nostre università non fanno ritorno nel Paese, la perdita riguarda l’intera collettività. Tra i principali paesi, l’Italia è quello con la quota più bassa di immigrati laureati. In un contesto in cui la competizione globale per attrarre talenti è divenuta intensa, questo rappresenta un ulteriore elemento di fragilità».