Il piemontese Gianni Gaude, speaker, doppiatore, classe 1956, ha appena festeggiato un compleanno “tondo” e si definisce un ragazzo nato in un paese piccolo che per lui rappresentava un mondo.
Come si avvicinato al suo mestiere?
«Ho sempre avuto una passione per la musica, il mondo dello spettacolo; non mi sono mai visto a lavorare dietro una scrivania, in maniera routinaria, ma pensavo a qualcosa di artistico. Ho iniziato giocando come dj alle feste, poi nei locali e nel 1975 con qualche amico ho aperto una piccola emittente radiofonica a Chieri: non si sentiva nemmeno a Santena dove vivevo. Mia mamma mi diceva che non capiva cosa facessi e quando ho registrato una trasmissione per lei e mi ha sentito, ha pianto per l’emozione. Io, invece, per la disperazione… per il risultato… A quel punto ho frequentato un corso di dizione della lingua italiana a Torino con Iginio Bonazzi e tutto il percorso ha cambiato prospettiva: è diventato professionale. Ho iniziato con la pubblicità e poi sono stato coinvolto in una cooperativa di attori. Nel 1989 ho versato i miei primi contributi come doppiatore».
Com’era quel mondo?
«Con la sola Rai erano poche le occasioni per doppiare: si trattava di un film ogni due o tre settimane. Allora il doppiaggio era un’arte per il cinema e non per la televisione. Con la nascita di Mediaset cambiò tutto perché quasi tutto il palinsesto era da doppiare e il lavoro è cresciuto in maniera notevole: negli anni Novanta è esplosa la mia carriera».
Si è, quindi, realizzato il suo desiderio?
«Mi sono diplomato geometra e non avevo inquadrato subito cosa volessi fare; avevo pensato ad Architettura per mantenere una vena artistica, ma approcciando musica e radio, ho abbandonato tutto il resto».
Ha rimpianti?
«No, non per quanto riguarda la mia professione. Ho anche avuto la possibilità di “deviare”: mi hanno offerto un posto da marinaio; ho detto no».
Avrebbe voluto essere la voce di un attore in particolare?
«Ho doppiato più di 300 attori e non penso ai nomi quanto ai ruoli. Ci sono stati personaggi che non ho amato in modo particolare, altri che hanno rappresentato una sfida e una soddisfazione intensa. Avevo una vocalità educata, asciutta, non adatta a “colpi di testa” e questo mi ha condotto a doppiare i “buoni”. Anche nei cartoni animati, ero il genitore, la spalla dei protagonisti. Ero sempre presente, lavoravo tanto e questo mi ha permesso di fare del doppiaggio la mia professione, anche perché è difficile conciliare altri incarichi».
Perché?
«Se arriva una chiamata devi essere presente e non puoi abbinare, per esempio, una tournée teatrale che ti porta a spostamenti continui».
Un mestiere che consiglierebbe ai giovani?
«Certo: è il mestiere più bello del mondo. Significa alzarsi al mattino, andare davanti al leggio e lasciarsi trasportare. Si può essere un sacerdote al mattino, un orsacchiotto buffo all’ora di pranzo e un generale dell’esercito nel pomeriggio. Vivi talmente tante “sberle emotive”, che non si ripetono. E’ necessario mantenere la propria personalità e nello stesso tempo essere credibile: tutte le storie che vivi sono storie forti e devi essere capace di accettarle dentro di te mentre le interpreti e respingerle quando hai terminato. Una professione che affascina, che regala un’adrenalina di cui non puoi fare a meno e nello stesso tempo logora se, come nel mio caso, si continua per 40 anni».
Quali caratteristiche sono necessarie?
«Non si può improvvisare, è indispensabile una solida formazione, una perfetta conoscenza della dizione della lingua italiana (ancor più che in teatro dove viene sdoganata nel caso della comicità o della commedia dialettale) oltre a elementi recitativi. Si tratta di una recitazione basata esclusivamente sulla vocalità e con la voce non menti: puoi arrivare con la tecnica ma serve anche lo scatto dell’anima per coinvolgere. Non si può “compensare” con il corpo nel nostro caso».
L’intelligenza artificiale inciderà nel mestiere?
«L’IA è un problema che riguarda tutta l’umanità, non solo il doppiaggio e solo gli esseri umani possono contrarlo. La si fa passare come qualcosa di buono, ma ridurremo così tanto il nostro cervello da trasformarci in persone che non vivono nemmeno più e schiacciano solo bottoni. Penso al film Blade runner, a come sia necessario un “cacciatore” per distinguere umani da androidi; ma quando si innamora di un androide non lo denuncia. Se vogliamo un futuro di questo tipo… Io ho 70 anni e quindi non mi dovrebbe riguardare questo futuro, ma magari mi reincarno in una lucertola. In questo momento l’IA, per quanto riguarda il doppiaggio, non è arrivata a fornire le stesse prestazioni degli umani e poi è troppo costosa».
Come si concilia una professione come la sua con la vita privata?
«Ho cercato di tenerla distinta, non tanto per la quantità di ore di lavoro, quanto per i fattori emozionali. Si torna a casa prosciugati e consumati e si rischia di essere piatti rispetto alle emozioni della vita sentimentale e dei figli. Insomma, sta tutto alla bravura del neurologo che frequenti! Scherzi a parte, meglio distinguere tra vita reale e vita interpretata. Importante è la scelta della compagna con cui condividere l’esistenza e l’educazione dei figli. Ci sono stati giorni in cui, tornato a casa dopo 7-8 ore di lavoro, mio figlio stava guardando un cartone animato in tv, uno con la mia voce. Dicevo “ma questo è papà” e la risposta era “ah”. Ma come? Mi interrogavo sulla mia bravura… Altre volte, invece, fiorivano complimenti e tutto cambiava».
Ha degli hobby?
«Tanti: arrampicata, vela, calcio. Vado volentieri a teatro; poco cinema e tv perché “ci lavoro” già tutto il giorno».
Il sogno nel cassetto?
«Vivere una vita tranquilla, magari al mare o in un posto immaginario ma non troppo perché penso alla Grecia, alla Corsica… anche se so che se dovesse accadere, penserei di tornare in sala doppiaggio. Questo è un mestiere che si continua fino alla fine dei propri giorni e bisognerebbe dirlo a chi ha preso il bottino Enpas e l’ha buttato nel calderone Inps».
La sua soddisfazione più grande?
«Mio figlio. E’ sano, intelligente, non ha mai dato problemi; studia Giurisprudenza e lavora».
E nella carriera?
«Aver doppiato film che magari non hanno avuto un successo planetario ma mi hanno regalato tanto dal punto di vista emotivo. Penso, per esempio, a una versione teatrale della Tempesta di Shakespeare trasposta su schermo, in cui ho doppiato Prospero: non ero perfetto dal punto di vista tecnico ma mi è piaciuta e ha reso come interpretazione. E poi dare la voce ad attori come Depardieu e Duval. Non amo incensarmi, comunque. Ho fatto anche cose bruttine…».
Quale segreto nel conservare la voce?
«La voce è una parte importante del proprio fisico, quanto gli occhi o il cuore o i muscoli e per questo va trattata con rispetto, merita la stessa attenzione. Occorre intervenire a livello culturale affinché possa essere compreso fin dalla tenera età. Non siamo stimolati nel rapporto con la nostra vocalità. Ci preoccupiamo subito se un bimbo non vede bene o non cammina in modo corretto e interveniamo subito con occhiali o calzature particolari mentre non facciamo lo stesso per rafforzare e migliorare la nostra voce. La vocalità è un sistema di espressione primaria e come tale va educato. Ci insegnano a essere “fighissimi” esteticamente e poi si apre la bocca, si parla… e tutto crolla».