Lo studio di Sios Winter 2025 riprende anche alcune storie e interviste ai protagonisti più significativi, grazie anche a Startup Italia.
«Genenta Science», per esempio, si impone al Sios 2019 come Startup of the Year, ma il suo percorso è il risultato di una visione maturata molto prima da Pierluigi Paracchi, classe 1973, nato a Milano, con studi in Economia all’Università Cattolica, pioniere del venture capital biotech in Italia. E’ lui che fonda nel 2002 uno dei primi fondi VC dedicati alle biotecnologie e nel 2014 incontra Luigi Naldini al San Raffaele di Milano, intuendo il potenziale della terapia genica contro i tumori. Da quella intuizione nasce Genenta, oggi impegnata contro il glioblastoma con risultati clinici promettenti. Guidata da Paracchi, la startup attira round significativi e nel 2021 arriva alla quotazione al Nasdaq, celebrata con la “closing bell” a Times Square (ovvero la campanella che chiude la sessione di contrattazioni). Oggi vale circa 70-80 milioni di dollari e mantiene il cuore della ricerca in Italia. In particolare, l’obiettivo di Genenta Science è di curare i tumori attraverso degli agenti “estratti” dalla “parte buona” del virus dell’Hiv. In termini più tecnici, la tecnologia chiave è basata sull’ingegneria delle cellule staminali ematopoietiche, per introdurre un gene terapeutico che viene “sfruttato” all’interno del microambiente tumorale. Lo sforzo dei ricercatori si concentra oggi sul glioblastoma multiforme, un tumore maligno che colpisce il cervello.
Che significa oggi per un’innovazione restare “italiana”?
«Serve una coscienza nazionale – risponde Paracchi – se un vaccino o una terapia nascono qui, devono curare prima i pazienti italiani, nei nostri centri di eccellenza. Quando un’innovazione nasce in Cina o negli Stati Uniti, parte da lì: noi dobbiamo fare lo stesso».
Cosa manca all’Italia per competere?
«In Paesi come Stati Uniti, Cina, Israele o UK il venture capital lavora con una visione strategica governativa per creare campioni globali. In Europa, invece, il capitale viene frammentato in mille iniziative, senza una direzione comune».
Cosa si può fare per invertire la rotta?
«Smettere di moltiplicare piccoli investimenti. Nel biotech bisogna scegliere malattie di interesse nazionale, tecnologie emergenti e aziende strategiche. Investire meno di 25 milioni non genera alcun impatto. Se distribuisci un milione a cento realtà, non crei nulla. Se ne metti cento su una sola, può nascere un campione. Per questo ho lanciato la fondazione Praexidia, che nasce per promuovere la consapevolezza dell’importanza dei settori industriali strategici per la sicurezza nazionale, l’innovazione tecnologica e la competitività dell’Italia. Abbiamo analizzato tutte le exit dal 2000 a oggi: in due casi su tre l’acquirente non è italiano. Questo significa che il capitale privato, invece di creare campioni nazionali, trasferisce know-how all’estero, arricchendo i Paesi leader».
Il ricordo più intenso?
«Una delle emozioni più forti che ho provato è stata nel 2019, proprio quando stava per nascere il mio secondo figlio: abbiamo dosato il primo paziente. Una cosa è fare test clinici, un’altra è accorgersi che quella terapia può curare le persone. Nell’ultimo test, 25 pazienti hanno già ricevuto Temferon, la nostra terapia sperimentale basata sull’ingegnerizzazione delle cellule staminali ematopoietiche. I dati clinici raccolti sono molto promettenti. Nello studio su pazienti affetti da glioblastoma il tasso di sopravvivenza a due anni si è mantenuto al 29% e la sopravvivenza globale mediana a 17 mesi. In particolare, due pazienti hanno superato i tre anni di vita. Risultati superiori rispetto alle cure standard, che in passato hanno mostrato una sopravvivenza a due anni di circa il 14% e una mediana di 13-15 mesi».