di Micol Baronio
Per anni la fibromialgia è stata considerata una malattia misteriosa. Dolori diffusi, stanchezza cronica, insonnia, ansia, difficoltà di concentrazione e una lunga serie di sintomi che spesso non trovano riscontro negli esami tradizionali. Le analisi del sangue risultano normali, le indagini strumentali non mostrano alterazioni decisive e molte pazienti finiscono per sentirsi dire che il problema è “nella loro testa”. Eppure la sofferenza è reale e coinvolge soprattutto le donne. Secondo il dottor Gabriele Prinzi, gastroenterologo, la fibromialgia non dovrebbe essere osservata come una malattia isolata, ma come parte di una famiglia più ampia di disturbi della sensibilità centrale. In questa famiglia rientrano la sindrome da stanchezza cronica, la cefalea cronica, le cistiti ricorrenti, i disturbi del pavimento pelvico e soprattutto la sindrome dell’intestino irritabile.
Il dato più importante è che una quota molto alta di pazienti fibromialgiche presenta anche problemi intestinali: gonfiore, dolore addominale, costipazione, alvo alterno o diarrea. Per Prinzi, questo non è un dettaglio secondario, ma una possibile chiave di lettura. In alcuni casi, la fibromialgia potrebbe rappresentare l’evoluzione di un intestino irritabile trascurato o interpretato troppo superficialmente. Il problema, spiega il medico, è che spesso ogni specialista vede solo una parte del quadro: il reumatologo guarda il dolore, il gastroenterologo l’intestino, il neurologo la cefalea, il ginecologo le cistiti o il dolore pelvico. È la metafora dei ciechi e dell’elefante: ognuno tocca una parte diversa dell’animale e crede di aver capito tutto, mentre la malattia è il risultato di un sistema intero che non comunica più correttamente. L’intestino, infatti, non è soltanto un tubo digerente. È un organo immunitario, neurologico e metabolico. Al suo interno vive un universo di microrganismi che dialogano continuamente con il sistema nervoso e con il cervello. Quando questo equilibrio si altera, possono comparire infiammazione, gonfiore, alterata motilità intestinale e una maggiore percezione del dolore.
Tra i fenomeni da indagare, Prinzi richiama la SIBO, cioè la sovracrescita batterica del piccolo intestino. In questo caso batteri che dovrebbero vivere nel colon risalgono verso l’intestino tenue e iniziano a fermentare dove non dovrebbero. Producono gas, infiammazione, dolore e possono contribuire a quel “rumore di fondo” che mantiene acceso il sistema nervoso.
Da qui i consigli: non accontentarsi di una colonscopia negativa, perché quella esclude alcune patologie, ma non racconta tutto ciò che accade nei metri di intestino tenue che restano difficili da esplorare. Serve una valutazione più ampia, che consideri microbiota, alimentazione, eventuale SIBO, candida, uso pregresso di antibiotici e storia clinica della paziente.
Sul piano pratico, l’intervento deve seguire un ordine: prima ridurre ciò che alimenta disbiosi e fermentazione, poi ricostruire. In alcuni casi può essere utile limitare temporaneamente alimenti molto fermentabili, prodotti industriali, eccesso di fibre integrali e zuccheri semplici. Solo dopo una vera “bonifica” del terreno intestinale, anche con sostanze naturali mirate come oli essenziali microincapsulati, si può pensare a una ricolonizzazione probiotica efficace.
Il punto, per Prinzi, non è dare un altro nome al dolore, ma smettere di spezzettare la paziente in reparti diversi. La fibromialgia non è solo muscolo, non è solo nervo, non è solo intestino. È spesso la voce finale di un sistema che da anni segnala un’interruzione del dialogo tra pancia, immunità e cervello. Finché si guarda solo la “proboscide” o solo la “coda”, l’elefante resta invisibile. E la paziente resta sola con il suo dolore.