di Vassiliki Tziveli*
L’estate è spesso associata alle partenze, alle vacanze e ai momenti da condividere in famiglia. Eppure, per molti genitori arriva anche un’esperienza particolare: quella di trascorrere giorni o settimane senza i propri figli. Partono con i nonni, partecipano a un campo estivo, vanno in vacanza con amici o con l’altro genitore. La casa si svuota, il ritmo cambia e, all’improvviso, il silenzio prende il posto della quotidiana confusione.
Molti immaginano questo momento come una liberazione senza le corse mattutine e le richieste continue trovando finalmente un po’ di tempo per sé. Ma la realtà, spesso, è più complessa e insieme al sollievo possono comparire nostalgia, malinconia e perfino un senso di smarrimento. La verità è che i figli occupano molto più dello spazio fisico di una casa. Riempiono le giornate, scandiscono i tempi, influenzano le scelte e diventano parte integrante della nostra identità e quando non ci sono, alcuni genitori si accorgono di quanto il proprio ruolo abbia assorbito energie, attenzioni e persino parti di sé.
Dal punto di vista del mental coaching, questo periodo può trasformarsi in una preziosa occasione di consapevolezza che permette di fermarsi, osservarsi e porsi domande utili. Chi siamo quando, per qualche giorno, non siamo impegnati a rispondere alle esigenze dei figli? Cosa ci piace fare? Quali passioni abbiamo accantonato? Quali desideri abbiamo messo in pausa?
Per molte coppie, inoltre, l’assenza dei figli rappresenta un’opportunità per ritrovarsi. Durante l’anno si parla spesso di organizzazione, scuola, sport, impegni e problemi da risolvere. Quando il rumore della routine si abbassa, può riemergere il dialogo tra due persone che, prima di essere genitori, erano una coppia. Non sempre è semplice perché a volte emergono silenzi, distanze o abitudini consolidate nel tempo, ma anche queste scoperte possono diventare occasioni di crescita.
Esiste poi un altro aspetto, spesso poco raccontato: il senso di colpa. Alcuni genitori si sentono quasi in difetto nel provare piacere per quei momenti di libertà. Eppure non c’è nulla di sbagliato nel concedersi riposo, leggerezza o tempo personale. Prendersi cura di sé non significa amare meno i propri figli. Al contrario, significa preservare energie ed equilibrio da portare poi nella relazione con loro.
L’estate senza figli può insegnarci qualcosa di importante: la nostra identità non coincide esclusivamente con il ruolo genitoriale. Essere madre o padre è una parte fondamentale della vita, ma non è l’unica. Restano i sogni, gli interessi, le amicizie, la coppia e quella dimensione personale che merita attenzione durante tutto l’anno. Quando i figli tornano, la casa riprende il suo ritmo abituale con le stanze che si riempiono di voci, gli impegni che tornano a rincorrersi e la quotidianità che riparte. Chi ha saputo utilizzare quel tempo per ascoltarsi, rallentare e ritrovare sé stesso spesso scopre di essere tornato più sereno, più presente e più consapevole. Crescere i figli significa anche insegnare loro, con l’esempio, che prendersi cura di sé è un valore e che, ogni tanto, anche il silenzio può diventare un alleato prezioso.
*mental coach e giornalista