Il personaggio

Emanuela e Roberta Chiola, alla guida di una filiera da 550 milioni di euro

Le sorelle Emanuela e Roberta Chiola sono state inserite nella classifica 2026 di Forbes Women: «Crescere sì, ma senza perdere il legame con le persone».

Emanuela e Roberta Chiola, alla guida di una filiera da 550 milioni di euro

Emanuela e Roberta Chiola, proprietarie e amministratrici delegate del Gruppo Chiola, Filiera Agroalimentare di Eccellenza, sono state inserite da Forbes Italia nella classifica 2026 di Forbes Women, che dal 2018 seleziona ogni anno 100 donne italiane distintesi nei mondi dell’impresa, delle istituzioni, della cultura, della ricerca e dello sport.
Un’intervista “doppia” racconta una storia imprenditoriale importante: il valore complessivo generato dalle aziende del Gruppo supera i 550 milioni di euro.

Il Gruppo Chiola ha scelto di controllare praticamente tutta la filiera, dai mangimi fino al prosciutto. Qual è stata la decisione più difficile o rischiosa tra le acquisizioni e gli investimenti fatti negli ultimi anni?

«La scelta più impegnativa, in generale, è stata quella di continuare a investire nell’integrazione della filiera, assumendoci direttamente la responsabilità di sempre più fasi produttive. Una decisione che richiede capitali, competenze molto diverse tra loro e una visione di lungo periodo: i risultati non sono mai immediati. Ma è anche ciò che oggi ci permette di conoscere e controllare il percorso del prodotto, dal mangime all’allevamento, fino alla lavorazione e alla stagionatura. Ogni acquisizione e ogni investimento sono stati valutati con prudenza, ma con una convinzione precisa: per garantire qualità, continuità e tracciabilità bisogna essere disposti a investire anche quando il ritorno non è soltanto economico e non si misura nel breve termine. Se però dobbiamo individuare un’acquisizione particolarmente complessa, sicuramente è stata quella dello stabilimento di lavorazione carni a fine 2023, che ha portato con sé numerose complessità legate anche a una gestione precedente particolarmente problematica. E’ stato necessario intervenire profondamente sull’organizzazione, sui processi e sul modo di lavorare, affrontando criticità che andavano ben oltre il semplice investimento economico».

Oggi parlate molto di innovazione, sostenibilità, automazione e ricerca, ma il Gruppo nasce nel 1975. Qual è una tradizione della vostra azienda o della vostra famiglia che non vorreste mai perdere, nonostante la crescita e la trasformazione industriale?

«La vicinanza alle persone. L’azienda è cresciuta molto rispetto agli inizi, ma non vorremmo mai perdere quel modo diretto di lavorare che deriva dalla nostra storia familiare: conoscere le persone, ascoltare chi lavora con noi, confrontarsi con allevatori, clienti e collaboratori e non considerare mai l’impresa soltanto come numeri e processi. Innovazione e tecnologia sono indispensabili, ma devono rimanere strumenti al servizio delle persone e del prodotto. Anche oggi cerchiamo di mantenere un approccio molto concreto: essere presenti, entrare nei problemi, capire cosa succede davvero in azienda e nella filiera».

Il 2026 è l’Anno Internazionale delle Donne Agricoltrici e proprio quest’anno siete entrate nella classifica Forbes Women. Vi siete mai trovate, nel vostro percorso, a dover dimostrare qualcosa in più proprio perché siete donne in un settore storicamente molto maschile?

«No, non ci siamo mai trovate a pensare di dover dimostrare qualcosa in più rispetto agli uomini. Crediamo fortemente che, se una persona è brava nel proprio lavoro, non debba dimostrare di più: deve semplicemente dimostrare di essere capace. Nel nostro percorso abbiamo sempre ricevuto molto rispetto, proprio per il nostro modo di essere, di lavorare e di affrontare responsabilità e decisioni. Per questo preferiamo guardare alle competenze, all’impegno e ai risultati, più che al genere».

Con 275 allevamenti e una filiera così articolata, immagino che il lavoro non finisca mai davvero. Qual è la parte del vostro lavoro che vi appassiona di più e, al contrario, quella che vi pesa maggiormente?

«La parte più appassionante è vedere come tante realtà diverse riescano a diventare un unico progetto. La nostra filiera coinvolge allevamenti, stabilimenti produttivi, persone, territori e competenze molto differenti: riuscire a collegare tutti questi elementi e vedere un’idea trasformarsi in un risultato concreto dà molta soddisfazione. Ci piace anche il fatto che questo lavoro non sia mai statico: ogni giorno pone problemi nuovi e costringe a imparare. La parte più pesante è probabilmente la responsabilità che accompagna le decisioni, soprattutto quando riguardano molte persone e producono effetti nel lungo periodo. Crescendo aumentano inevitabilmente anche la complessità e il peso delle scelte, e questo è forse l’aspetto più impegnativo».

Fuori dall’azienda, chi sono Emanuela e Roberta? Avete passioni, hobby, viaggi o piccole abitudini che vi aiutano a staccare completamente dal lavoro?

«Fuori dall’azienda cerchiamo prima di tutto di ritagliarci tempo per la famiglia e per le persone a cui siamo legate. Amiamo entrambe lo sport e cerchiamo di dedicarci alle nostre passioni: dalla montagna allo sport, ai viaggi e alla scoperta di posti nuovi. Sono momenti importanti perché ci permettono di cambiare contesto, dedicare tempo ad altro e rientrare poi nella quotidianità con energie diverse».

Dopo una giornata particolarmente intensa, qual è il vostro modo preferito per “staccare la spina”? Una cena in famiglia, sport, un viaggio, una serata sul divano… oppure finite comunque a parlare di azienda?

«Sicuramente stare con la famiglia, fare sport o semplicemente cambiare contesto aiuta. Ma sarebbe poco credibile dire che riusciamo sempre a lasciare il lavoro fuori dalla porta: capita spesso che un tema aziendale riemerga durante una cena o in un momento informale. A volte, però, proprio quelle conversazioni meno strutturate aiutano a vedere un problema da un punto di vista diverso. La vera sfida è capire quando vale la pena continuare a parlarne e quando, invece, è meglio rimandare tutto al giorno dopo».

Avete costruito una realtà che oggi ha una dimensione molto diversa da quella degli inizi. Se poteste tornare indietro e incontrare le vostre versioni più giovani, quale consiglio dareste loro?

«Di avere un po’ più di pazienza e di non pretendere di capire tutto subito. Quando si è giovani si ha spesso la sensazione di dover dimostrare rapidamente il proprio valore, mentre molte competenze si costruiscono soltanto con il tempo, facendo esperienza, sbagliando e osservando le persone più preparate. Diremmo anche di non avere paura dei cambiamenti: alcuni dei passaggi che all’inizio sembrano più complessi sono quelli che poi permettono di crescere di più. E, soprattutto, di mantenere sempre la curiosità e la disponibilità a imparare, perché anche quando l’azienda cresce non si arriva mai a un punto in cui si può pensare di sapere già tutto».

E un consiglio ai giovani di oggi?

«Di essere curiosi e di cercare esperienze vere. Studiare è importante, ma lo è altrettanto entrare nelle aziende, vedere come funzionano, confrontarsi con persone di età e competenze diverse e imparare a prendersi delle responsabilità. Consiglieremmo di non avere fretta di trovare subito il ruolo perfetto e di non considerare gli errori come tempo perso. Il mondo del lavoro cambia molto velocemente e le competenze tecniche diventano rapidamente aggiornabili: quello che fa davvero la differenza nel tempo sono la capacità di imparare, l’affidabilità, il senso di responsabilità e la voglia di mettersi in gioco».

E una curiosità per chi vi conosce soprattutto attraverso il vostro ruolo professionale: qual è una cosa che avete completamente diversa l’una dall’altra? E invece qual è quella caratteristica che vi rende una squadra particolarmente affiatata?

«Abbiamo caratteri piuttosto diversi: una è più istintiva e diretta, l’altra più riflessiva e misurata. Questo fa sì che spesso affrontiamo le situazioni in modo diverso e che il confronto tra noi sia molto spontaneo. Quello che ci rende una squadra è soprattutto la fiducia reciproca. Possiamo discutere e vedere un problema da prospettive differenti, ma sappiamo che l’obiettivo finale è lo stesso. Conoscersi da tutta la vita significa anche capire molto rapidamente il punto di vista dell’altra. Le differenze, alla fine, diventano un vantaggio perché ci permettono di compensarci a vicenda».

Essere sorelle e guidare insieme un Gruppo da oltre 400 milioni di euro: com’è cambiato il vostro rapporto personale da quando siete diventate anche socie e Amministratrici Delegate?

«Con il tempo abbiamo imparato soprattutto a distinguere meglio i ruoli e a dividerci responsabilità e ambiti di lavoro. Crescendo insieme all’azienda è cambiato anche il nostro modo di confrontarci: oggi sappiamo molto meglio quando una decisione riguarda l’ambito di una o dell’altra e quando, invece, è necessario fermarsi e decidere insieme. Naturalmente il lavoro entra facilmente anche nella vita privata e ci capita di parlarne a tavola. Fa parte del fatto che l’azienda sia anche una storia di famiglia. Cerchiamo però di mantenere un equilibrio e di ricordarci che il nostro rapporto non può essere soltanto professionale».

Vostro padre Mario è ancora molto presente nelle decisioni strategiche dell’azienda. Com’è lavorare fianco a fianco con il proprio padre? E c’è mai stato un momento in cui avete sentito di dover dimostrare a voi stesse, o a lui, di essere pronte a prendere in mano il futuro del Gruppo?

«Lavorare con nostro padre significa confrontarsi ogni giorno con una persona che ha costruito l’azienda partendo da una realtà completamente diversa da quella di oggi e che conserva un patrimonio di esperienza difficilmente sostituibile. Non sempre le generazioni vedono le cose allo stesso modo, ed è naturale: cambiano il mercato, gli strumenti, le sensibilità e anche il modo di gestire un’impresa. Proprio per questo il confronto può essere molto utile. Più che un singolo momento in cui abbiamo dovuto dimostrare di essere pronte, è stato un percorso graduale: assumersi responsabilità sempre maggiori, prendere decisioni, affrontarne le conseguenze e costruire nel tempo la propria autorevolezza. Il passaggio generazionale, per noi, non è mai stato un interruttore che si accende da un giorno all’altro, ma un processo fatto di fiducia, esperienza e responsabilità condivisa».

Quello che non ho chiesto e vorreste dire?

«Forse una cosa a cui teniamo particolarmente: dietro ai numeri e alla crescita del Gruppo ci sono moltissime persone. Quando si racconta un’azienda è facile concentrarsi sul fatturato, sugli stabilimenti, sulle acquisizioni o sugli investimenti, ma una filiera come la nostra vive grazie al lavoro quotidiano di collaboratori, allevatori, tecnici, clienti e partner. In questi cinquant’anni il Gruppo è cambiato profondamente, ma il nostro obiettivo è continuare a crescere senza perdere il legame con le persone, i territori e il mondo produttivo da cui siamo partiti. Per noi il futuro significa innovare e diventare più efficienti, ma mantenendo una responsabilità molto concreta verso tutta la filiera».