Il dottorato di ricerca continua a rappresentare una carta importante per entrare nel mercato del lavoro, ma non garantisce automaticamente una carriera stabile. E’ questo il quadro che emerge dal rapporto «Esiti occupazionali del dottorato di ricerca – Report 2026» di AlmaLaurea, dedicato ai dottori che hanno conseguito il titolo nel 2024 e sono stati intervistati nel 2025.
A livello nazionale, il tasso di occupazione dei dottori di ricerca a un anno dal titolo raggiunge il 94,1%, in crescita di 2,9 punti percentuali rispetto alla rilevazione precedente e di 5,1 punti rispetto al 2019. Il tasso di disoccupazione si ferma al 3,5%, mentre il 97,5% dei dottori rientra nelle forze di lavoro, perché occupato oppure attivamente alla ricerca di un impiego. Il vantaggio rispetto ai laureati magistrali è netto: tra questi ultimi, a un anno dal titolo, l’occupazione è pari all’80,8% e la disoccupazione al 9,3%.
Lombardia, il potenziale del sistema produttivo
Nel confronto tra le tre regioni del Nordovest, la Lombardia rappresenta il contesto in cui interrogarsi sul raccordo tra università, ricerca applicata e imprese. La presenza di un tessuto economico articolato rende centrale la capacità di trasferire le competenze scientifiche fuori dagli atenei, soprattutto nei settori ad alta intensità tecnologica, nella manifattura avanzata, nella sanità e nei servizi professionali. Il rapporto AlmaLaurea mostra infatti che, a livello nazionale, il 28,1% dei dottori occupati lavora nel settore privato e che la quota sale al 40,3% tra chi ha conseguito un dottorato in ingegneria. Un’indicazione importante: la ricerca può alimentare l’innovazione industriale, purché esistano canali efficaci di collaborazione e opportunità professionali adeguate.
Piemonte, la sfida del trasferimento tecnologico
Anche per il Piemonte il nodo è far dialogare formazione avanzata, università e sistema produttivo, valorizzando le competenze maturate durante il dottorato. Il dato nazionale relativo all’ingegneria è particolarmente significativo: il 96,1% dei dottori di quest’area risulta occupato a un anno dal titolo, contro una media complessiva del 94,1%. Inoltre, il 34,8% degli ingegneri dottori di ricerca ha un contratto a tempo indeterminato, rispetto al 27,5% rilevato considerando tutte le discipline. Numeri che sottolineano l’importanza delle competenze tecnico-scientifiche per le imprese, ma che non possono essere interpretati come una misura diretta delle performance piemontesi: il rapporto pubblicato non presenta, nella sintesi nazionale, risultati distinti per regione.
Liguria, ricerca e specializzazione
Per la Liguria il tema è come consolidare le opportunità professionali connesse alle competenze scientifiche, anche attraverso le relazioni tra università, sanità, centri di ricerca e imprese. La composizione dell’occupazione dei dottori offre alcuni elementi utili per comprendere la posta in gioco. Nel complesso nazionale, il 68,9% lavora nel settore pubblico, il 28,1% nel privato e il 2,8% nel non profit. I servizi assorbono l’88,7% degli occupati e il ramo dell’istruzione e della ricerca, da solo, il 63,2%. Il settore industriale raccoglie invece il 9,9% del totale, ma arriva al 22,9% tra i dottori in ingegneria. La capacità di collegare ricerca pubblica e attività economiche può quindi fare la differenza, soprattutto dove il mercato del lavoro è più specializzato.
Il nodo resta la qualità dell’occupazione
Il dato più rilevante del rapporto non è soltanto l’elevata probabilità di trovare lavoro, ma la forma che questo lavoro assume. A un anno dal titolo, il 36,1% degli occupati svolge un’attività sostenuta da assegno di ricerca, il 27,5% ha un contratto a tempo indeterminato e il 20,9% un contratto a tempo determinato. Le attività in proprio rappresentano il 6,8%, mentre le borse post-doc, di studio o di ricerca raggiungono il 4,8%. Gli assegni di ricerca restano dunque la modalità più diffusa, nonostante una flessione di 3,9 punti rispetto alla precedente rilevazione, anche per effetto della conclusione progressiva di attività legate ai primi bandi Pnrr e della transizione normativa dei contratti universitari. Sul fronte economico, la retribuzione mensile netta media è di 1.984 euro. Il valore, tuttavia, scende a 1.891 euro per chi ha iniziato a lavorare soltanto dopo il dottorato, mentre sale a 2.233 euro per chi prosegue un’attività precedente. Anche la disciplina pesa: si passa dai 2.107 euro delle scienze della vita ai 2.075 dell’ingegneria, fino ai 1.650 delle scienze umane. Il divario tra uomini e donne è dell’11,9%: 2.092 euro contro 1.869. Inoltre, il 14,4% degli occupati lavora all’estero, dove il reddito netto medio raggiunge 2.745 euro, contro i 1.858 percepiti in Italia. La prospettiva territoriale pone così una questione comune a Piemonte, Lombardia e Liguria: non basta formare ricercatori qualificati, occorre offrire loro condizioni che consentano di restare, crescere professionalmente e contribuire allo sviluppo locale. A un anno dal titolo, il 76% degli occupati considera il dottorato almeno efficace per il proprio lavoro e il 66,5% dichiara di svolgere attività di ricerca in misura elevata. La soddisfazione lavorativa media è pari a 7,9 su 10, ma stabilità, prospettive di guadagno e carriera ottengono valutazioni inferiori. Il messaggio del rapporto è chiaro: il dottorato aumenta sensibilmente le possibilità di occupazione, ma il passaggio dalla formazione alla ricerca stabile resta decisivo.