«Ogni comunità che desidera rimanere fedele al Vangelo deve fermarsi e comprendere dove il corpo ecclesiale e sociale fa più fatica a respirare».
E’ da questa riflessione che prende avvio la lettura del Report statistico di Caritas Italiana, presentato come uno strumento non solo per fotografare le nuove povertà, ma anche per interrogarsi sulle cause profonde che alimentano esclusione e disuguaglianze, come spiega don Marco Pagniello. Richiamando le parole di san Paolo sul corpo che soffre quando soffre uno dei suoi membri, il direttore di Caritas Italiana sottolinea come i dati raccolti rappresentino una chiamata alla corresponsabilità dell’intera comunità ecclesiale e civile.
Nel 2025 sono state 282.539 le persone accompagnate dalla rete Caritas, attraverso 3.520 servizi attivi e con il coinvolgimento di 206 diocesi. Numeri che testimoniano una presenza diffusa sul territorio e una capacità crescente di intercettare situazioni di fragilità.
«La povertà non è lontana, non è confinata, non è delegabile. E’ dentro i quartieri, accanto alle famiglie, nelle pieghe della nostra vita comune. Ed è proprio lì che scegliamo di incontrarla».
Uno degli aspetti più significativi emersi dal rapporto riguarda la durata delle condizioni di disagio. Sebbene l’incremento delle persone seguite rispetto al 2024 sia contenuto, nell’ultimo decennio gli assistiti sono aumentati del 48%. Crescono soprattutto le situazioni di lungo periodo: oltre una persona su quattro è accompagnata da almeno cinque anni.
«Quando quasi tre persone su dieci restano dentro un disagio che dura a lungo, l’emergenza ha già cambiato nome ed è diventata condizione ordinaria», osserva il direttore, evidenziando come la povertà stia assumendo caratteristiche sempre più strutturali. Un’altra criticità riguarda il lavoro. La povertà economica interessa oltre il 78% degli assistiti e i problemi occupazionali coinvolgono il 44,2% delle persone accompagnate. A colpire è soprattutto il dato relativo ai lavoratori poveri: il 24% di chi si rivolge alla Caritas ha infatti un’occupazione. Secondo l’analisi, il lavoro non rappresenta più una garanzia automatica di dignità economica, soprattutto per le famiglie con figli, che costituiscono oltre la metà degli assistiti. A ciò si aggiunge una diffusa fragilità formativa, con oltre due terzi delle persone che possiedono un titolo di studio non superiore alla scuola secondaria di primo grado. Il rapporto mette, inoltre, in evidenza il crescente intreccio tra diverse forme di vulnerabilità. Problemi abitativi, difficoltà sanitarie, isolamento sociale e povertà economica tendono sempre più a sovrapporsi.
«Povertà, salute, casa e solitudine non sono capitoli separati, ma dimensioni di una stessa frattura che attraversa il Paese», sottolinea il direttore. Un quadro particolarmente evidente nelle situazioni di disagio sanitario e mentale, dove si registra una forte concentrazione di bisogni multipli.
L’intervento richiama, quindi, la necessità di andare oltre una visione puramente assistenziale. I poveri, viene ribadito, non sono semplici destinatari di aiuti, ma persone che interrogano la coscienza delle comunità e aiutano a riscoprire il significato autentico del Vangelo. «La carità è anche atto di giustizia, oltre che gesto di prossimità. Ogni volta che una comunità si lascia attraversare dalla sofferenza dei poveri e prova a rispondere con intelligenza e tenerezza, essa annuncia concretamente il Vangelo». Da qui l’appello a rafforzare le politiche per la casa, il lavoro dignitoso, il sostegno alle famiglie e il contrasto alla povertà educativa, ma anche a costruire una maggiore integrazione tra servizi sociali, sanitari e abitativi.
Particolarmente preoccupante appare il dato secondo cui soltanto l’8% degli assistiti risulta preso in carico dai servizi pubblici territoriali.
«Laddove i poveri restano fuori dai percorsi ordinari di tutela, la comunità cristiana è chiamata non solo a prendersi cura delle persone, ma anche a interpellare, denunciare, proporre e costruire alleanze».
In conclusione, il direttore rivolge un appello alle parrocchie, alle istituzioni e alla politica affinché i dati del Report diventino occasione di cambiamento concreto. «Al Paese intero chiediamo di misurare il proprio stato di salute da ciò che accade ai più fragili». Solo così, conclude, le statistiche potranno trasformarsi in responsabilità condivisa e in un impegno reale per costruire comunità più giuste e inclusive, capaci di «ripartire dagli ultimi».