Il personaggio

Dal capriccio di bimba alla Scala: la storia dell’ètoile Nicoletta Manni

Nicoletta Manni ha iniziato a danzare per non lasciare la madre, insegnante, poi ha calcato i più importanti palcoscenici del mondo. Una storia di incontri, crescita e sorprese.

Dal capriccio di bimba alla Scala: la storia dell’ètoile Nicoletta Manni

Non sono stati i meravigliosi tutù o le scarpette da punta a chiamare Nicoletta Manni alla danza, ma il desiderio di rimanere accanto alla mamma, insegnante. Poi la danza è diventata la sua vita.

Come ha iniziato a danzare?

«Il percorso verso la danza è stato naturale: a due anni e mezzo ho iniziato per capriccio, non separarmi da lei al pomeriggio quando andava a scuola dalle sue allieve. Da allora la danza non ha mai abbandonato la mia vita. A 12 anni ho chiesto di sostenere l’audizione all’Accademia del Teatro alla Scala perché la danza mi rendeva felice e libera di esprimermi».

Cos’è per lei la danza, oggi?

«E’ tutto. Mi ha dato la vita professionale, mi ha fatto incontrare l’amore della mia vita e mi fa sentire al posto giusto, regalandomi le emozioni sul palco, permettendomi di interpretare eroine diverse e vivere in un mondo privilegiato per opportunità».

Suo marito, Timofej Andrijashenko, è primo ballerino del corpo di ballo del Teatro alla Scala: quanto ha aiutato condividere la professione nel conciliare vita privata e carriera?

«Se due anime si vogliono e si cercano, riescono a stare insieme ma avere chi comprende la vocazione dell’altro è di grande aiuto. E’ difficile trovare un equilibrio tra pubblico e privato, perché spesso ci si scambiano anche commenti crudi, ma il rispetto reciproco è il fondamento. Quando si trova la complicità completa sul palco, è magico e quello che si prova è vero, intenso, forte».

La proposta di matrimonio è arrivata al termine di una serata all’Arena di Verona: una sorpresa reale?

«Dopo tanti anni di vita insieme, avevamo parlato di matrimonio ma Timofej ripeteva di volere qualcosa di intimo, solo per noi. Mai avrei immaginato che organizzasse una proposta davanti a 13mila spettatori, dopo aver ballato Giulietta a Verona, con le nostre famiglie e gli amici. Nella mia percezione, il tempo e il cuore si sono fermati, ero in una bolla perfetta».

Sempre direttamente sul palco al termine della rappresentazione di Onegin, evento senza precedenti, è stata nominata étoile della Scala…

«Un’emozione unica! Non accadeva da 37 anni la nomina di un membro interno ed ero ben consapevole del valore profondo di questo riconoscimento, riservato a pochissimi eletti. La modalità ha reso tutto sensazionale ed è stato stupendo condividere con colleghi e pubblico».

Nel suo libro «La gioia di danzare» scrive che ha sempre avuto il terrore che si potessero slacciare le scarpe durante un balletto: è ancora così?

«Sempre. Non mi potrei perdonare il fatto di non aver prestato attenzione a un dettaglio così banale eppure così fondamentale».

E’ stata Giulietta, Odile, Odette, Giselle, Aurora, Tatjana… quale ruolo le manca?

«Non ho mai interpretato Raymonda… magari in futuro… Oggi mi interessa maggiormente lavorare con coreografi diversi che sappiano rendere unici e speciali i ruoli che ho già interpretato e che abbiano approcci specifici sugli artisti. Un modo per sperimentare, mettersi alla prova e rendere ogni interpretazione diversa».

Un incontro che le ha cambiato la vita?

«Troppo limitante nominarne uno solo perché tutti gli altri non sono meno importanti. Penso a Makhar Vaziev che, in qualità di direttore del corpo di ballo della Scala, mi ha voluta fortemente a Milano, a Manuel Legris, il direttore che mi ha promosso étoile, a Frederic Olivieri che mi ha diplomata e ora è direttore. Penso anche a tutti i coreografi che mi hanno permesso di affrontare balletti diversi».

Cosa significa interpretare un ruolo?

«Spesso si pensa alla danza “solo” come a una sequenza di passi, di salti e di pirouette, una pura ricerca della bellezza estetica. Certo, la danza è questo, ma a differenza di altre discipline sportive è anche il saper raccontare una storia. Siamo personaggi. Io devo saper essere Nicoletta e Tatiana, non solo Nicoletta, non solo il numero di giri portati a termine alla perfezione. Questa è la parte che rende interessante il lavoro: non si finisce mai di imparare e di scoprire anche parti di se stessi. Ognuno di noi può interpretare un personaggio in maniera diversa, sempre secondo le indicazioni del coreografo. Per quanto riguarda il mio percorso, sono contenta che i ruoli in Onegin e Manon non siano arrivati subito perché sarei stata troppo giovane e non in grado di arrivare nel profondo di me stessa per dare loro spessore e significato. Ci sono stati ruoli che mi hanno messa alla prova e altri che mi hanno da subito rappresentata».

Un pregio e un difetto di Nicoletta?

«Lo stesso: la perseveranza. Non mi do mai tregua e non riesco a perdonarmi gli errori, ma nello stesso tempo arrivo a raggiungere risultati».

Carla Fracci le ha consigliato di essere “meno ballerina” (quindi di lasciarsi andare di più): è riuscita?

«L’età aiuta, così come aiuta molto avere mio marito come partner sul palco».

Perché ha deciso di raccontarsi in un libro?

«La proposta è arrivata dalla casa editrice e ci ho riflettuto molto: non volevo una biografia fine a se stessa; avevo 32 anni e ancora tanto da dare. Allora ho impostato il racconto di me attraverso quello di alcune delle eroine che ho portato sul palco».

Quale consiglio darebbe a una bimba che si avvicina alla danza e sogna di diventare ballerina?

«Dico di avere il coraggio di sognare e di credere nella propria passione; di lavorare con serietà perché i sacrifici ripagano, magari non subito, ma di sicuro sempre. Poi certo, ci vuole un pizzico di fortuna…».

Quale rapporto ha con il suo corpo?

«Di amore e odio, vivendo davanti allo specchio 24 ore su 24. Il corpo è lo strumento che mi permette di vivere il mio sogno ed è fondamentale prendersene cura, saperlo ascoltare, conoscerne i limiti e fare un passo indietro quando necessario. Occorre sapersi accettare, valorizzando i pregi e nascondendo al meglio i difetti».

Il complimento più bello che ha ricevuto?

«Uno spettatore, all’esterno di un teatro, mi ha confessato che non stava bene e che proprio grazie allo spettacolo aveva ritrovato la felicità».

La danza è scorciatoia per la felicità come scriveva Vicki Baum?

«Sì perché si possono raccontare storie, far vivere personaggi ed emozioni attraverso l’arte».

Sogna un palcoscenico in particolare?

«Tanti: il Metropolitan di New York, il Royal Opera House di Londra. Da due anni, però, con mio marito e lo spettacolo “La gioia di danzare” ho scoperto palchi in teatri piccoli che regalano tanto».

E’ appena tornata alla Scala con Don Chisciotte il 2 luglio e replica il 7, soddisfatta?

«Questo allestimento della Scala è uno dei più danzati all’estero: Cina, Giappone, Australia, Kazakistan e la “mia” Kitri è un’esplosione di energia e felicità. Un balletto umoristico, teatro nel teatro, un racconto interessante e frizzante che rappresenta al meglio il nostro corpo di ballo. Dal 2021 non era a Milano e sono felice».

Ha da poco ricevuto il premio Rosa Camuna, massima onorificenza istituita dalla Regione Lombardia: cosa rappresenta per lei?

«Un grande onore. La danza riconosciuta in un premio istituzionale non è così scontato accada. Un premio che si unisce alla nomina di Ufficiale al merito della Repubblica nel 2024. Spero che le istituzioni pongano sempre più attenzione alla danza, affinché abbia il ruolo e il seguito che si merita. Occorre abbattere il cliché che definisce la danza come un linguaggio difficile: il pubblico è cambiato, le sale sono piene e bisogna sostenere questa arte».

Aveva un piano b nella vita?

«Ho cercato di non crearlo. Al massimo avrei voluto diventare attrice… quindi con la danza ho unito tutto».

Ha già pensato al “dopo”, a quando darà l’addio alle scene?

«Non veramente. Cerco di godermi il momento. La carriera di un danzatore è breve e questi sono gli anni più belli e intensi, è difficile rimanere fermi e la mia vita è frenetica. Dico di essere alla ricerca della pace, ma so che non è il momento».