Il personaggio

Dacia Maraini: «Ho iniziato a scrivere per timidezza»

Dacia Maraini, scrittice e personalità di spicco della cultura italiana sarà ad Arona dall’1 al 6 settembre, come ormai da 16 anni, per il Festival Teatro sull’Acqua, di cui è direttrice artistica. Nel 2016 ha anche ricevuto la cittadinanza onoraria.

Dacia Maraini: «Ho iniziato a scrivere per timidezza»

Dacia Maraini, nata a Fiesole il 13 novembre 1936, è una delle più importanti scrittrici italiane contemporanee. Trascorse parte dell’infanzia in Giappone, dove la sua famiglia fu internata in un campo di prigionia durante la Seconda guerra mondiale. Tornata in Italia nel dopoguerra, si stabilì a Roma e iniziò presto a dedicarsi alla scrittura. Nel 1962 pubblicò il primo romanzo, «La vacanza», seguito da numerose opere narrative, teatrali e poetiche. Tra i suoi libri più celebri ci sono «L’età del malessere», «Memorie di una ladra», «Donna in guerra». Nel 1990 vinse il Premio Strega con «La lunga vita di Marianna Ucrìa». Ha ricevuto altri prestigiosi riconoscimenti. Maraini ha sempre affrontato temi come la condizione femminile, la violenza, la libertà e i diritti umani. E’ stata attiva nel teatro e nel cinema. Da 16 anni è anche direttrice artistica del Festival Teatro sull’Acqua che si svolge ad Arona agli inizi di settembre.

Che bambina è stata Dacia Maraini?

«Una bambina timidissima che non osava rivolgersi agli adulti per timore di disturbarli, una bambina che non riusciva e parlare di sé e di ciò che avrebbe voluto. Per questo ho sempre privilegiato la scrittura. Anche adesso se devo dire qualcosa di intimo o di importante per me a una persona preferisco scrivere piuttosto che parlare».

Qual è stato il momento in cui ha capito che la scrittura sarebbe diventata una parte fondamentale della sua vita?

«Quando ho imparato a scrivere ho capito che quella era la mia espressione preferita. La parola mi spaventava, i corpi mi spaventavano. La scrittura creava distanza e la distanza mi aiutava a non soccombere alla paura dell’altro. Solo da adulta, facendo teatro ho imparato a vincere in qualche modo la mia timidezza, ma ancora adesso non amo esibirmi, anche se mi costringo a farlo per parlare di libri e di letteratura».

Nei suoi libri la memoria ha spesso un ruolo centrale: quanto è importante ricordare per comprendere il presente?

«La memoria è la nostra coscienza. Senza memoria siamo dei vegetali, anche se ora la scienza ci dice che perfino i vegetali hanno una memoria, ma certo larvale e sconosciuta».

Ha vissuto esperienze molto diverse e in epoche profondamente cambiate. Quale trasformazione della società italiana l’ha colpita di più?

«Mi ha colpito, nel dopoguerra, la grande voglia di cambiare, di migliorare, di stare bene. Ma ho anche imparato che la voglia di migliorare spesso è vista come una voglia pericolosa e c’è sempre qualcuno che fa di tutto per rimanere immobili e non cambiare mai. Poi però sono arrivati gli anni dei grandi veri cambiamenti, come il Sessantotto e nei seguenti anni Settanta. Una rivolta dal basso, di enorme e diffusa volontà di emancipazione. Credo che il Sessantotto e il Femminismo siano state due grandi rivoluzioni civili, pacifiche, salvo alcuni casi di perverso estremismo. Non hanno agito sull’economia ma sul costume sì. L’Italia è cresciuta e si è emancipata. Oggi assisto a una regressione strana da capire, ma diffusa, segno che ci sono scontentezze profonde e disagi che non sono stati compresi e che guidati da una destra conservatrice possono portare indietro la nostra società».

Nei suoi romanzi affronta spesso la condizione femminile. Che cosa significa oggi, secondo lei, essere una donna libera?

«Non esistono donne libere da sole. La libertà è un fatto collettivo. Altrimenti si tratta di casi eccezionali che non fanno regola, ma solo eccezione».

Crede che la letteratura possa ancora contribuire concretamente a cambiare la società?

«La letteratura non cambia il mondo in senso economico e politico, ma scende in profondità nella costruzione delle coscienze. La letteratura è conoscenza e in quanto tale aiuta a costruire consapevolezza. Per vivere insieme in armonia abbiamo bisogno di consapevolezza e responsabilità».

Qual è il rapporto tra la sua esperienza personale e i personaggi che crea?

«I personaggi sono personaggi, ovvero figure autonome, a meno che non scriva una autobiografia. Comunque in tutti i personaggi c’è qualcosa di chi scrive, anche se si tratta di un rapporto che potrei chiamare materno. I figli prendono dalla madre e dal padre caratteri e DNA ma poi crescendo diventano autonomi e possono anche divergere completamente dai genitori che a volte non riescono neanche a conoscerli. Alcuni grandi personaggi letterari non sono stati ben conosciuti degli autori stessi, come Don Chisciotte, come Emma Bovary».

Quanto è difficile trasformare un’esperienza dolorosa in materia letteraria?

«Ci vuole del tempo, ma dipende molto da come si elabora il dolore».

Che cosa pensa sia cambiato, nel bene e nel male, nella situazione delle donne rispetto a quando ha iniziato a scrivere?

«E’ cambiato moltissimo. Le donne hanno conquistato grandi libertà e diritti civili, ma questo ha creato reazioni scomposte in alcuni uomini che non riescono ad accettare le loro libertà, vedi i femminicidi. Però non possiamo più pensare in termini di piccole isole isolate dal resto del mondo. Ormai siamo in tempi di globalizzazione e quello che succede per esempio di terribile e ingiusto oggi in Afghanistan mi riguarda, mi coinvolge».

Secondo lei, quali sono oggi le battaglie per i diritti delle donne che rischiamo di dare per vinte troppo presto?

«Tutte le conquiste sono sempre rimovibili e cancellabili, ce lo insegna la storia che non è mai una freccia lanciata verso il futuro ma una linea morbida e fluttuante che va avanti e torna indietro quando meno te lo aspetti. In questo momento storico stiamo tornando indietro ed è una pena vedere come sia facile calpestare libertà e diritti che abbiamo faticato tanto a conquistare».

Ha conosciuto e frequentato molti importanti protagonisti della cultura italiana. C’è un incontro che ha cambiato particolarmente il suo modo di pensare?

«Più che cambiare i nostri pensieri crescono, maturano e tutte le persone che incontriamo partecipano a questi cambiamenti».

Quanto conta il viaggio nella formazione di una scrittrice e di una persona?

«I viaggi, se sono fatti con voglia di capire e confrontarsi con culture e mentalità diverse sono importantissimi per la formazione. Se invece li si fanno come puro svago turistico non servono a niente. Il viaggio vero comporta un certo rischio nel confrontarsi con altre culture che a volte ci mettono in crisi».

Lei ha conosciuto anche esperienze molto dure durante la Seconda guerra mondiale (penso al Giappone). Cosa ricorda e in che modo quelle esperienze hanno influenzato la sua visione della vita?

«I due anni di campo di concentramento giapponese dovuto all’antifascismo dei mie genitori sono stati un trauma che ha segnato la mia vita. Sono cicatrici che rimangono, anche se chiuse, ma spesso, col cambiamento del clima, possono tornare a fare male».

Che rapporto ha con la solitudine?

«La solitudine può essere bellissima se si tratta di una scelta libera. Se invece viene imposta diventa un inferno e può portare alla alienazione e all’autodistruzione».

In un’epoca dominata dai social media e dalla comunicazione velocissima, quale spazio può ancora avere un libro?

«In un’epoca in cui tutto si consuma rapidamente il libro insegna a concentrarsi, a riflettere, a sognare; tutte attività scoraggiate dalla cultura in cui siamo immersi. Si tratta di resistere e credo che molti se ne rendono conto».

Pensa che i giovani leggano meno oppure che stiano sviluppando modi diversi di avvicinarsi alle storie?

«Sì, i giovani leggono meno anche perché sono stregati dalla tecnologia che propongono loro i social, dalle verità avanzate come assolute, dalle false notizie e da un’idea della persona umana basata sulla ricchezza, il successo e il potere. Ma voglio essere ottimista: ci si libera dalla fascinazione di un mezzo affatturante quando si comprende che è povero e porta alla standardizzazione. Perciò penso che ci libereremo da questa stregoneria dei social come ci siamo liberati da altre fascinazioni pericolose e debilitanti».

Se potesse parlare con la Dacia Maraini giovane, all’inizio della sua carriera, quale consiglio le darebbe?

«Le direi di tenersi stretta ai suoi valori di giustizia e verità. Le direi di non dimenticare le sofferenze di quei due anni terribili della prigionia e di avere fiducia nel prossimo, anche quando sembra diventato un nemico».

C’è un suo libro al quale è particolarmente legata e perché?

«No, ho letto tanto e sempre con passione. Mi sono innamorata di grandi scrittori che mi hanno insegnato tanto, ma non saprei isolarne uno».

Cosa continua a sorprenderla e a darle il desiderio di scrivere?

«I giovani mi sorprendono. E’ vero che tira un’aria di sconforto e di fuga, ma ce ne sono tanti e li incontro continuamente nelle scuole, che hanno voglia di capire, di costruire, di migliorare il mondo e questa presenza mi invita a credere nel futuro nonostante le minacce di disgregazione».

Qual è il suo rapporto con Arona e perché?

«Arona l’ho conosciuta attraverso Luca Petruzzelli che era venuto a fare esperienza a Gioia dei Marsi in Abruzzo quando dirigevo e organizzato un festival di teatro. Lì abbiamo fatto amicizia. Mi ha chiesto di aiutarlo a inventare un festival di teatro sull’acqua. Io ho accettato perché avevo e ho fiducia in lui. Ho trovato oltre tutto un sindaco di grande apertura mentale e di grande disponibilità. Ho lavorato bene e continuo a farlo con piacere. Ho imparato nel tempo ad amare questa piccola e vitalissima città che vive dell’acqua di un lago pieno di storia».

Quale domanda avrebbe voluto che le venisse posta più spesso durante le sue tante interviste?

«Mi dispiace che le cose più importanti che ho fatto nella mia vita siano sconosciute, come per esempio il lavoro che ho fatto nelle carceri, nei manicomi, fra i senzatetto. Ci ho perso tanta energia e tanto tempo e tanta passione, ma sembra tutto dimenticato. La mia scrittura si è sempre accompagnata a un lavoro fatto di persona, giorno per giorno nei luoghi della povertà e del disadattamento».

Si avvicina un compleanno importante: lo festeggerà? Come affronta il trascorre del tempo?

«Non ho mai festeggiato i miei compleanni. Me ne dimentico e di solito mi trovo in viaggio. Ma certo 90 sono tanti. Mi riesce difficile crederci. Io che ho sempre vissuto guardando con allegria e fiducia al futuro ora ho davanti solo la morte e questo non aiuta a festeggiare compleanni. Mia nonna diceva: ho smesso di contare».