«Scarichiamo su un’etichetta comportamentale gli errori delle politiche abitative degli ultimi 50 anni: i giovani di oggi non sono “bamboccioni”, ma salmoni che devono nuotare controcorrente per arrivare».
Silvia Mugnano, professoressa di Sociologia dell’Ambiente e del Territorio dell’Università Milano-Bicocca, non può accettare una definizione che sposta l’attenzione da una questione strutturale avallata negli anni.
«I giovani che accedono oggi al mercato della casa hanno sulle spalle l’eredità scomoda delle politiche abitative delle generazioni precedenti – spiega – dove casa significa acquisto e proprietà. Se anche oggi il Governo iniziasse a costruire una politica seria e non a spot, i benefici arriverebbero per la generazione alfa, cioè i nati quest’anno. Ci sono città come Vienna dove il 70% della popolazione vive in affitto ma calmierato, pur avendo un reddito che qui si considererebbe medio-alto. Le politiche egoiste italiane hanno pensato solo alle generazioni post belliche, del boom e del baby boom, senza volgere lo sguardo al futuro».
A questo si aggiunge il crescere del costo della vita non paritario all’aumento degli stipendi:
«A livello internazionale la spesa accessibile per una casa (quindi, affitto e bollette) è pari al 30% di uno stipendio – continua la docente – se ipotizziamo, quindi, un salario di 1.500 neuro al mese, vorrebbe dire 450 euro; ma questa cifra rappresenta oggi solo la spesa per i consumi. Un problema che attanaglia non solo i giovani ma tutte le famiglie con un conseguente incremento della povertà energetica che implica ulteriori disuguaglianze sociali. Solo per fare un esempio, se si vive in una casa fredda, diventa più difficile anche studiare».
Altra problematica italiana, quella di aver costruito un sistema di welfare familiaristico, nel quale l’accesso alla casa, e dunque l’acquisto, diventava un affare di famiglia (come cita Padovani in un articolo degli anni Ottanta) in quanto venivano mobilitati i risparmi del nucleo. Anche in questo caso un meccanismo che acuiva le disparità: chi aveva alle spalle una famiglia d’origine con delle possibilità riusciva ad acquistare casa, altrimenti no.
«L’Italia, poi, è il Paese europeo con il più basso tasso di accesso all’università e la più bassa mobilità territoriale, dopo la fase post bellica – continua Mugnano – in quanto negli anni Novanta i figli continuavano a vivere vicini ai genitori, non per amore ma per forza, perché il punto di riferimento rimaneva la famiglia d’origine soprattutto per la cura dei nipoti. Ancora una volta, la mobilità dalle città più piccole verso le più grandi per studiare (Milano accoglie il 10% di tutti gli studenti universitari italiani) o verso l’estero per ottenere carriere più soddisfacenti è appannaggio dei più abbienti».
Il tema “dell’uscire di casa” deve, quindi, essere letto in maniera più ampia, secondo la sociologa, come tema dell’accesso all’abitare per chi si approccia al mercato per la prima volta:
«Negli anni Novanta erano i flussi migratori che però non avevano voce per far emergere il fenomeno – dice – oggi sono i giovani e si possono vedere. Indipendenza abitativa significa entrare nella vita adulta e quindi crescita per i giovani. Molti, per forza, scelgono l’estero per rientrare in politiche di accesso alla casa molto più facile. Noi abbiamo sostenuto una struttura che vede poche case disponibili per l’affitto con assenza di tutele per gli inquilini che possono veder aumentare il canone, e per i proprietari».
Uno scenario non favorevole, ma che ha degli spiragli di positività:
«In Lombardia, ad esempio, si sta sviluppando l’housing sociale e si sta ripensando al patrimonio abitativo delle cooperative che riguardano una fetta importante e che oggi necessita di un ricambio generazionale – afferma Mugnano – anche se la precarietà lavorativa non favorisce una visione a lungo termine».
Per quanto riguarda, invece, la crescita dei giovani, i modelli di studentati privati, soprattutto nelle grandi città come Milano, Torino, Bologna e Padova, non sembrano direzionarsi verso un’acquisizione responsabile dell’indipendenza:
«Si tratta di servizi tra l’hotellerie e il villaggio vacanza, quindi un modello che parla di protezione fortissima e non di crescita. Ecco, se ciò che viene fatto è un ulteriore errore, non possiamo essere soddisfatti».