Alpi e Appennini nel 2026 salgono a quota 273 gli impianti sciistici dimessi e a ben 247 il numero degli “edifici sospesi”: presentato a Milano il nuovo report Nevediversa 2026 di Legambiente.
Il Piemonte si conferma la regione con il più alto numero di strutture sciistiche dismesse, ne conta 76, seguita dalla Lombardia (51). Tra i casi simbolo c’è, a esempio, in Lombardia quello di San Pellegrino Vetta (Bergamo): un’area lasciata al completo degrado, con diversi resti di strutture e della seggiovia dell’ex comprensorio; in Piemonte a Beaulard, Oulx (Torino) la partenza della seggiovia è ancora visibile dal piazzale del paese, con tralicci e funi.
Invece le regioni che contano più “edifici sospesi” censiti sull’arco alpino sono Valle D’Aosta (36), Lombardia (31), e Piemonte (20), mentre sull’Appennino Toscana (19), Abruzzo (16), Marche (15) e Sicilia (15). Tra i casi simbolo: il rifugio Guglielmina ad Alagna Valsesia (Vercelli) in completo abbandono e nato per servire escursionisti e alpinisti per soste in alta quota; a Colonia di Monte Magna a Gavardo (Brescia) un complesso dismesso che attende un progetto di riqualificazione per scopi turistici o sociali; l’ex Base Nato Ice box a Calice Ligure (Savona) dismessa negli anni ’90 e in stato precario.
A questi numeri, il report affianca a livello nazionale anche quelli dei 106 impianti sciistici chiusi temporaneamente, i 98 che operano in una condizione mista di “apertura e chiusura”; e poi i 231 impianti che a oggi sopravvivono grazie ai fondi, i cosiddetti “casi di accanimento terapeutico”. Lombardia (63 e tra queste il caso simbolo è Foppolo in provincia di Bergamo dove malgrado i numerosi fallimenti si ritenta con nuovi investimenti), Abruzzo (47) ed Emilia Romagna (34) le regioni con più casi. In Piemonte sono “solo” 17 e tra questi il Comprensorio di Bielmonte (Biella) con gli impianti esposti a sud ad un’altitudine tra i 1.500 e i 1.650 metri.
Sono invece 169 i bacini per l’innevamento artificiale censiti nella Penisola, la maggior parte si concentra in Trentino Alto Adige, Lombardia (sono 24 per 178.211 mq) e Piemonte (sono 23, per un totale di 84.498 mq).
Intanto in quota nascono sempre più strutture “luna park della montagna”, ossia quelle attrazioni ludiche come piste tubing, bob estivo ecc, spesso integrate ai comprensori sciistici, che secondo Legambiente sono forme di intrattenimento artificiale con impatti non sempre sostenibili sull’ambiente montano. Ventotto quelle censite per la prima volta e inserite come nuova categoria nel report. Di queste la maggior parte si concentra in Lombardia (13 strutture; a Casargo in provincia di Lecco, una pista tubing dal 2024) e in Toscana (7). In Piemonte sono due: una pista bob estiva a Frabosa Soprana e un impianto da tubing per l’estate e l’inverno a Viù (Torino) che ha ottenuto un finanziamento da 550mila euro.
Il riuso e lo smantellamento di strutture inutilizzate è fermo a 37 casi censiti (di cui 4 in Piemonte e 12 in Lombardia), un’inezia rispetto al totale. Tra i casi simbolo, in Lombardia, Val Palot, a Pisogne sono stati venduti i cannoni e lo skilift, in Piemonte, Alpe Cialma, a Locana (Torino si è provveduto allo smantellamento di due sciovie e al riuso in quota di una delle due.
Le buone pratiche
Ci sono anche esempi di buone pratiche nel report di Legambiente, con una top ten che vede nei primi due posti proprio il Nordovest.
Primo posto, dunque, per il Parco Regionale del Beigua (Genova): ha inaugurato 5 nuovi itinerari tutti molto ben segnalati. I tracciati, per un totale di 50 chilometri, si snodano tra paesaggi meravigliosi in scenari naturalistici unici. Secondo posto per la Valle Maira (Cuneo) che priva di impianti di risalita e infrastrutture invasive, si è affermata come una delle esperienze alpine più avanzate nel turismo dolce e outdoor. Centrale è il ruolo del Consorzio Turistico Valle Maira, che coordina oltre 130 operatori e ha orientato lo sviluppo locale verso scelte coerenti con la tutela ambientale.
L’analisi
Legambiente ricorda che sulle Alpi, stando ai dati Eurac Research, la stagione nevosa dura oggi 22-34 giorni in meno rispetto a 50 anni fa, con una contrazione di 10-20 giorni del periodo di copertura tra il 1982 e il 2020. Inoltre, si registra un calo superiore al 30% sia della profondità del manto nevoso sia dello Snow Water Equivalent, ovvero la quantità d’acqua immagazzinata nella neve e quindi la reale riserva idrica stagionale. Sugli Appennini la presenza di neve è sempre più instabile. Anche i dati sul turismo della neve sono col segno meno, complice il rincaro dei prezzi: l’Osservatorio Italiano del Turismo Montano, ha stimato per la stagione 2025-2026 un calo del 14,5% del numero degli sciatori giornalieri e una flessione del 3,9% del numero degli italiani che soggiornano su Alpi e Appennini, anche se restano comunque tanti, per un volume economico che supera i 12 miliardi di euro, di cui circa 6 miliardi nel settore dell’ospitalità. «Con il nostro report ci facciamo portavoce di un dibattito pubblico e un confronto coinvolgendo cittadini, amministratori e comunità locali in una lettura condivisa della montagna che cambia e che non può più basarsi solo sul “sistema neve” che ancora oggi stimiamo dreni all’incirca il 90% dei fondi pubblici destinati al turismo montano» commenta Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente.