Inchiesta sulla parità di genere

Angela Mondellini (Cgil Lombardia): «Il gap salariale esiste da sempre, per il futuro sono però ottimista»

«Oggi le ragazze vogliono avere un ruolo nel mondo del lavoro e della società e i ragazzi non sono chini sul modello maschile di forza e machismo. C’è sempre chi rema contro, ma la direzione è quella, anche se di strada da fare ce n’è ancora tanta».

Angela Mondellini (Cgil Lombardia): «Il gap salariale esiste da sempre,  per il futuro sono però ottimista»

di Maurizio Colombo

«Il gap salariale? In pratica esiste da quando esiste il sindacato; fortunatamente oggi se ne parla e quindi c’è la speranza che in futuro le cose possano migliorare. Personalmente sono ottimista».

A parlare è Angela Mondellini, componente della segreteria della Cgil Lombardia, che contattiamo nella pausa di una giornata di formazione in occasione della Giornata mondiale della donna a Sesto San Giovanni. Tema dell’incontro: «Donne, salari, storia: il prezzo della differenza», che in pratica è anche l’argomento di questa inchiesta. Mondellini, che è stata la prima donna ad essere eletta al vertice della segreteria della Cgil di Monza sette anni or sono, è una delle relatrici.

«Nel sindacato – rimarca – le donne ci sono sempre state, pure figure di rilevo, e oggi anche per noi è più facile raggiungere i vertici grazie alla norma anti discriminatoria, tant’è che alla guida della segreteria regionale c’è una donna».

Veniamo al tema del gap salariale, che è anche il tema della vostra giornata di studio: quali sono le prospettive?

«Diciamo innanzitutto che il problema parte da due segregazioni, una orizzontale e l’altra verticale. Quella orizzontale comporta il fatto che le donne sono impiegate soprattutto in settori dove le retribuzioni sono più basse, come quello della cura delle persone. Poi c’è una segregazione verticale, legata al fatto che le donne occupano livelli più basi degli uomini, anche se, come evidenzia il recente rapporto dell’Inps, hanno nel complesso un livello di istruzione più alto. Per effetto di questa doppia segregazione, alla quale possiamo aggiungere il part time involontario, gli stipendi delle donne sono molto più bassi».

Quindi quali potrebbero essere le strade da percorre per ridurre il gap?

«Innanzitutto mettere mano alla Legge Fornero, perché oggi chi guadagna meno va in pensione con meno soldi. Poi intervenire sulla contrattazione aziendale, legando il salario non solo alla quantità di ore lavorate, ma anche alla qualità. Quindi la lotta al part time involontario. Il part time deve essere una scelta, non un’imposizione. Va favorita l’occupazione femminile con orari flessibili e permessi aggiuntivi. Il nostro mantra è sostenere la contrattazione con la condivisione, per consentire a entrambi i genitori di occuparsi della famiglia. Perché altrimenti alla nascita del secondo figlio le donne spesso e volentieri lasciano il lavoro, per poi rientrarvi con contratti precari o non rientrarvi affatto, con notevoli ripercussioni sulla loro pensione. Perché purtroppo in tanti casi il salario della donna viene ancora visto come accessorio a quello dell’uomo. C’è ancora molto da fare per contrastare gli stereotipi e le discriminazioni; anche se c’è un leggero innalzamento dei congedi parentali da parte degli uomini la differenza resta abissale, perché c’è lo stereotipo secondo il quale le donne sono più brave a prendersi cura dei figli malati o dei genitori anziani. Spiace che recentemente alla Camera dei deputati sia stata respinta la proposta di congedo parentale paritario, è un brutto segnale».

La trasparenza salariale potrebbe avvicinare la parità salariale?

«Sì, può aiutare, anche se il quadro non è ancora del tutto chiaro e dovrà essere oggetto di intervento».

Per il futuro resta comunque ottimista…

«Sì, perché oggi le ragazze vogliono avere un ruolo nel mondo del lavoro e della società e i ragazzi non sono chini sul modello maschile di forza e machismo. C’è sempre chi rema contro, ma la direzione è quella, anche se di strada da fare ce n’è ancora tanta».