Il personaggio

Andrea Spinelli è l’unico illustratore giudiziario d’Italia: «Descrivo la giustizia con la matita»

«Mentre ritraggo nessun giudizio, ma c’è l’interpretazione delle emozioni».

Andrea Spinelli è l’unico illustratore giudiziario d’Italia: «Descrivo la giustizia con la matita»

Non è un avvocato né un giudice né un teste, ma rimane ore nelle aule di tribunale, soprattutto in quelle di Milano. Andrea Spinelli in America lo chiamerebbero «courtroom sketch artist», qui in Italia, si può definire «illustratore giudiziario»: dipinge, ritrae i protagonisti dei processi. Classe 1990, originario di Arluno, in provincia di Milano, in aula si veste di nero, elegante, in completo, ed è ormai una presenza costante.

Come è nata la sua passione per il disegno?

«I miei genitori avevano una pasticceria a conduzione familiare e questo mi ha aiutato a sviluppare il senso artistico. Fin da bambino, poi, amavo disegnare. Ho frequentato il liceo artistico nel Magentino e ho poi intrapreso un percorso di formazione personale. All’inizio mi sono dedicato alla musica, ai ritratti degli artisti durante i concerti. Nel 2022 ho deciso di sperimentare i ritratti nelle aule di giustizia».

Qual è il suo colore preferito?

«Lavorando tanto con i colori, li apprezzo tutti. In questo momento direi: color terra che rappresenta le aule del tribunale di Milano e l’oltremare. Colori complementari».

Cosa significa per lei disegnare?

«Comunicare con l’esterno. E’ una necessità. Ho trascorso ore, giornate intere a disegnare perché ero introverso e solitario. Con il tempo ho capito che il disegno poteva essere utile anche per gli altri».

Come definisce il suo stile?

«Riconosco influenze dal mondo grafico, ma anche dal cinema, dalla pasticceria perché gioco con la materia. Mi ispiro all’Impressionismo, il mio periodo preferito».

Cosa cercava quando ha iniziato a ritrarre i cantanti?

«Sono anche un batterista. Mi ero infortunato e sarei dovuto rimanere fermo. Disegnare la musica era una specie di compromesso. Durante i concerti cercavo di catturare l’energia che sentivo nella musica, poi mi sono mosso in altre direzioni, preferendo cogliere l’emotività degli artisti e le emozioni. Ho ritratto tutti i cantanti italiani che desideravo. Ricordo Samuele Bersani che mi ha intravisto dal palco e che sento ancora almeno una volta all’anno o Tosca con la quale ho poi collaborato per il videoclip della cover che ha portato al Festival di Sanremo, Piazza Grande di Dalla».

E in tribunale?

«Mi rifaccio agli illustratori americani, per me Jane Rosenberg è la numero uno. Lavorare nelle aule di giustizia è molto impattante. Ho sempre provato una grande curiosità verso il crime e la cronaca nera e nel tempo chi mi conosceva mi ripeteva questa affinità con “i disegnatori dei film americani”. Più guardavo documentari e più mi piaceva l’idea. Ho disegnato in tutti i contesti possibili così alla fine mi sono detto: “Perché non farlo anche in tribunale?”».

Quali caratteristiche occorrono?

«Pazienza e rapidità nell’elaborare ciò che si vede. Diciamo che fotografo mentalmente gli elementi più rilevanti e poi li riporto su carta. E’ un lavoro anche di memoria, mentre per i concerti era più immediato».

Come si inserisce la parte emozionale?

«Il giudizio o il pensiero giudicante non mi influenza. Voglio capire. La parte emozionale, certo, esiste e a tante situazioni non ci si può abituare. Con il passare del tempo, però, ti crei una specie di protezione. Il fatto, poi, di continuare a disegnare, di essere sempre concentrato, mitica la relazione con il “fuori”. Ascolto ma sto con la testa sul foglio, su ciò che faccio, anche perché di “post produzione” vi è solo la digitalizzazione del lavoro; tutto avviene dal vivo».

La sua presenza in tribunale viene ammessa anche quando, invece, i giornalisti e i fotografi non possono entrare in aula: perché secondo lei?

«Nonostante il disegnatore sia un occhio attento e molto presente, in un certo senso fa sparire l’osservatore. Il ritratto, inoltre, è un’interpretazione che quindi risulta meno invadente rispetto a una fotografia. Come dice Fabio Roia, presidente del tribunale di Milano, si tratta di una “narrazione gentile”. Una narrazione che non si pone in antitesi con quella del giornalismo, ma risulta complementare. E’ importante lavorare sempre bene, nel rispetto di tutti».

E il suo rapporto con i giornalisti, com’è?

«Nessuna competizione. E le interviste a me sono un’autoanalisi della mia carriera!».

Quale l’atmosfera delle aule?

«I processi mediatici, con tanti giornalisti e tanti curiosi, hanno un’atmosfera impattante, ma le sensazioni più forti le ho provate durante i processi più “intimi”. Poi, la visione di alcune immagini delle autopsie e ascoltare alcune storie lasciano il segno».

I processi che non dimentica?

«Una donna che aveva ammazzato la madre e ne aveva nascosto il corpo. Mi ero immaginato una persona folle, invece la ricostruzione di quella vita e di quel fatto mi sono rimasti dentro. Poi, il processo Mazzotti (Cristina Mazzotti rapita a Como nel 1975 a scopo estorsivo e trovata morta due mesi dopo in una discarica di Galliate in provincia di Novara. Aveva 18 anni: ndr), con il ricordo dei fratelli, il pianto in aula, il dolore. Il 28 marzo abbiamo inaugurato una mostra a Barzanò, in provincia di Lecco, con la giornalista Paola Piatti, proprio dedicata a quel processo. Il 99% del mio lavoro si svolge in Corte d’Assise e ci sono anche momenti in cui gli avvocati si trasformano in performer appassionati: non dimentico l’arringa di Fabio Schembri, penalista difensore di Rosa Bazzi e Olindo Romano (condannati per la strage di Erba: ndr)».

Il primo processo che ha seguito se lo ricorda?

«Sì, sono diventato anche amico di alcuni studenti di giurisprudenza che stavano in aula come me. Il verdetto finale fu un ergastolo e non ce lo aspettavamo. Sul banco degli imputati c’era Lucia Finetti, una donna che aveva ucciso il marito. Teneva il volto tra le mani. Fu lei il soggetto della mia prima illustrazione, seduta dietro le sbarre, tutt’attorno una colata di macchie azzurre come una pioggia densa di colpe a battere sulle sue spalle».

Cosa vuole fare da grande?

«In gran parte lo sto già facendo. Mi concentro per lunghi periodi su alcune zone della mia vita e voglio continuare. La mia è una ricerca inquieta. Intanto non ho abbandonato nemmeno il mondo della musica. In questo mestiere occorre tanta passione che aiuta nei momenti difficili. Non è semplice mantenersi, ma io sono anche disegnatore per eventi e non mi dispiacerebbe pubblicare in un volume le oltre 280 illustrazioni realizzate in 30 processi ai quali ho assistito».

Ha mai pensato di diventare avvocato?

«Mi piacerebbe la materia, ma io e lo studio siamo due entità separate. Ho bisogno di fare per imparare».

Il consiglio che darebbe a un giovane che vorrebbe approcciare il suo mestiere?

«Bisogna capire se si può fare a meno del disegno, quanto è importante. Può essere un hobby da coltivare per tutta la vita e va benissimo. Se, invece, si comprende come non sia sufficiente relegarlo al tempo libero, allora si può iniziare la formazione».

Pentito di non aver frequentato un’Accademia?

«Pentito no. Ho avuto parecchi dubbi, ma la vita mi ha messo davanti al fatto che non sia fondamentale. Una studentessa di Sassari che si sta laureando in Storia dell’illustrazione giudiziaria mi ha chiesto di essere correlatore esterno: è una grande soddisfazione che mi permette di “entrare” in quel mondo».

Ha degli hobby?

«Mi piace tanto cucinare ed è qualcosa che non faccio con ossessione e metodo: mi rilassa. Amo preparare ciò che richiede una lunga cottura. L’esercizio della pazienza».