Inchiesta sul clima

Anche i boschi sono sotto stress

L'intervista a Francesca Oggionni, presidentessa dell'ordine dei dottori Agronomi e dottori Forestali della Provincia di Milano.

Anche i boschi sono sotto stress
Francesca Oggionni
Francesca Oggionni

Tra le vittime di questa caldissima estate ci sono anche le piante. E’ sotto gli occhi di tutti: i boschi nelle campagne, ma anche le zone verdi dei parchi cittadini sembrano già essere in autunno, a giudicare dalla perdita di colore delle foglie e dalla loro caduta. Ma la situazione, anche se le temperature ormai si dovrebbero assestare a livelli – se non già più stagionali – più accettabili, è tutt’altro che rosea. A raccontare le ripercussioni del cambiamento climatico sulla vegetazione è Francesca Oggionni, presidente dell’Ordine dei dottori agronomi e dei dottori forestali della provincia di Milano (nella foto).

Dottoressa, cosa sta succedendo? Perché sembra che per i nostri boschi e i nostri parchi cittadini sia già iniziato l’autunno?

«Sono le conseguenze del caldo e della siccità degli scorsi mesi, e sono sotto gli occhi di tutti. Quella che si osserva è una precoce dormienza delle piante legata allo stress che hanno subito. Sono andate oltre i limiti di sopportazione, e ora cercano di recuperare».

Cosa significa questo? L’anno prossimo andrà meglio?

«No, per niente. Stiamo assistendo a un cambiamento climatico vero e proprio, e quest’anno forse si smetterà di parlare di anomalia. Non è un’anomalia quella che abbiamo vissuto questa estate: vorrebbe dire che l’estate prossima tornerà a essere normale. No, queste condizioni avranno ripercussioni anche sui prossimi anni, e sarà sempre peggio. E’ un fenomeno che abbiamo già sotto gli occhi: l’altitudine dei famosi boschi di conifere si sta alzando. Vuol dire che dove le piante non resistono più muoiono, lasciando andare i loro semi cercando condizioni più favorevoli alla vita. Salgono di altitudine in montagna, ma il problema è che poi finirà anche la montagna. La cosa si vede anche nelle città da qualche anno: noi a Milano ci occupiamo di parchi e giardini, ma ci sono delle piante che non si possono più piantare perché non resistono più. Ad esempio le betulle e i faggi, sono piante destinate a scomparire in città. Più genericamente è significativo l’esempio dell’abete rosso: fino a 30 o 40 anni fa lo si vedeva ovunque a queste altitudini, ma anche quella pianta sta modificando il suo areale. Questo vuol dire però che il nostro paesaggio non si potrà più sostituire, ne dovrà nascere uno nuovo».

Quali sono le ripercussioni che queste condizioni possono avere sull’uomo? E c’è qualcosa che possiamo fare per scongiurare il problema?

«Le città per come sono state concepite non hanno più senso. Lo si è visto in questa estate, quando chi non ha potuto installare dei condizionatori ha avuto una vita difficile. Le isole di calore a Milano erano sempre viola, e tanti sono stati anche i decessi tra le fasce più deboli dovuti al caldo. Il verde di una città non deve rimanere solo un costo, ma bisogna capire che è un capitale prezioso. Ci sono degli studi che provano scientificamente come il verde urbano sia utile per la vita umana, con quelli che si chiamano servizi ecosistemici. Si tratta di calcoli complessi, ma per esempio è provato come gli alberi siano una sorta di condizionatori naturali e a costo zero. Prendono l’acqua dal terreno in forma liquida, e la espellono dalle foglie in forma aeriforme, vapore acqueo, abbassando notevolmente le temperature in prossimità delle piante. Ma finché la manutenzione del verde in una città è considerato un costo vivo, il più delle volte da tagliare per risparmiare, non si farà nulla. E’ necessario cambiare paradigma e piantare alberi. Per fare un altro esempio, a Milano il Monte Stella permette un risparmio di circa 1 milione e 700mila euro: è il costo dei condizionatori da installare in quell’area per avere la stessa temperatura che c’è, garantita dal parco. Lo dice da anni il professore Stefano Mancuso: se vogliamo vivere meglio piantiamo alberi! Non c’è miglior rifugio climatico nelle città che un parco. Invece le nostre città stanno diventando i posti più invivibili per l’uomo, proprio perché nelle loro progettazioni non si era preso in considerazione l’aspetto della biofilia, ossia il rapporto dell’uomo con la natura, che è l’unica cosa che ci fa vivere bene sia dal punto di vista psicologico che più propriamente fisico».