L'approfondimento di Silviano Di Pinto*

Il Business Plan non finisce con l’erogazione di un finanziamento

*Esperto in “Analisi di Bilancio, Pianificazione Finanziaria e strumenti di garanzia per le imprese”.

Il Business Plan non finisce con l’erogazione di un finanziamento

di Silviano Di Pinto*

Una nuova visione della pianificazione come architettura della continuità aziendale. Per troppo tempo il Business Plan è stato considerato dalle imprese soprattutto come un documento da predisporre in occasione di una richiesta di finanziamento, di un investimento o dell’accesso a una misura agevolativa. Una concezione ormai insufficiente.
Nella mia visione, il Business Plan deve diventare una vera architettura della continuità aziendale: uno strumento permanente di governo capace di integrare strategia, risultati economici, struttura patrimoniale, liquidità, indebitamento, rischio e capacità prospettica di rimborso. Il suo obiettivo non è semplicemente descrivere il futuro desiderato dell’impresa, ma renderlo misurabile, verificabile e governabile.
La vera qualità di un piano, infatti, non si misura nel giorno in cui viene consegnato alla banca. Si misura nei mesi successivi. È dopo l’erogazione del credito che il Business Plan esprime il suo valore maggiore, trasformandosi in monitoraggio, analisi degli scostamenti, revisione delle assumptions e disciplina informativa.
Il modello tradizionale può essere rappresentato con una sequenza lineare: predisposizione del piano, istruttoria, delibera, erogazione. Ma l’impresa reale continua a vivere dopo quella data. I clienti cambiano, i costi aumentano, gli incassi possono rallentare, gli investimenti subire ritardi, il capitale circolante assorbire più risorse del previsto.
Per questo propongo un modello circolare: Strategia > Assumptions > Budget > Piano finanziario > Tesoreria > KPI > Consuntivo > Scostamenti > Azioni correttive > Rolling Forecast > Nuova pianificazione. Il Business Plan smette così di essere un file statico e diventa un processo permanente di governo dell’impresa. Ogni consuntivo alimenta una nuova previsione e ogni scostamento deve portare non soltanto a una spiegazione, ma a una decisione.
In questo modello assume centralità il primato della cassa. Un’impresa può aumentare i ricavi, generare EBITDA e chiudere il bilancio in utile e, contemporaneamente, trovarsi in difficoltà finanziaria. Crescere significa spesso finanziare maggiori crediti commerciali, scorte, investimenti e fabbisogni operativi. La crescita, pertanto, deve essere valutata non soltanto in termini di fatturato, ma per la sua capacità di trasformarsi prima in margine e poi in cassa effettivamente disponibile.
Da qui deriva la necessità di monitorare indicatori quali DSCR, PFN/EBITDA, Interest Coverage, capitale circolante, liquidità e utilizzo degli affidamenti. Il DSCR, in particolare, porta il ragionamento dalla redditività alla sostenibilità: non basta sapere quanto l’impresa guadagna; occorre comprendere se i flussi generati saranno sufficienti a sostenere il servizio del debito anche quando lo scenario diventa meno favorevole.
Ed è proprio lo stress test a distinguere un piano descrittivo da uno strumento di governance. Un Business Plan credibile deve chiedersi cosa accadrebbe con una riduzione dei ricavi, una contrazione dell’EBITDA, l’aumento dei tassi, l’allungamento dei tempi di incasso o la perdita di un cliente strategico. La domanda fondamentale diventa: il piano rimane sostenibile se una parte delle assumptions non si realizza?
Questa impostazione modifica anche il rapporto con il sistema bancario. L’impresa non dovrebbe presentarsi alla banca soltanto quando necessita di nuova finanza o quando arriva il momento del rinnovo degli affidamenti. Dovrebbe costruire un rapporto informativo continuativo, fondato su dati infrannuali, PFN, liquidità, DSCR, ordini, forecast e analisi degli scostamenti. La qualità informativa non determina automaticamente un rating migliore, ma riduce l’asimmetria informativa e consente alla banca di comprendere non soltanto la fotografia dell’impresa, ma soprattutto la sua traiettoria.
Il passaggio culturale, quindi, è netto: da un’impresa che possiede un Business Plan a un’impresa che governa attraverso il Business Plan. È questa, a mio avviso, la vera maturità imprenditoriale: non pretendere di prevedere perfettamente il futuro, ma costruire un sistema capace di riconoscere tempestivamente quando la realtà si discosta dalle previsioni e di intervenire prima che lo scostamento diventi crisi.

*Esperto in “Analisi di Bilancio, Pianificazione Finanziaria e strumenti di garanzia per le imprese”