La siccità nel bacino del Po non è più soltanto una questione meteorologica. E’ diventata una questione economica, ambientale e soprattutto politica: quando l’acqua diminuisce, chi deve rinunciare per primo? Quali territori devono ridurre i prelievi? Quanto deve essere garantito all’agricoltura, quanto agli usi civili, quanto all’industria e quanto agli ecosistemi?
E’ questa la domanda al centro del Position Paper 323 del laboratorio REF Ricerche, dedicato alla governance della siccità nel bacino del Po. La conclusione è netta: l’Italia dispone oggi di strumenti di monitoraggio e previsione sofisticati, ma non possiede ancora un sistema altrettanto efficace per trasformare automaticamente i dati sulla scarsità in regole vincolanti di distribuzione della risorsa.
Il problema riguarda da vicino il Nordovest e, in particolare, Piemonte e Lombardia, territori nei quali si concentra una parte rilevante delle risorse idriche che alimentano il sistema del Po. E riguarda, seppure in modo diverso, anche la Liguria, che si trova a fare i conti con la necessità di governare una risorsa sempre più variabile e con un territorio idrograficamente distinto dal grande sistema padano.
La grande pressione arriva dall’agricoltura
Nel bacino del Po vengono prelevati ogni anno circa 20,5 miliardi di metri cubi d’acqua. Di questi, circa 16,5 miliardi, vale a dire oltre l’80%, sono destinati all’irrigazione agricola. E’ qui che si trova uno dei nodi più delicati della crisi.
La storica disponibilità d’acqua della Pianura Padana ha infatti favorito lo sviluppo di un’economia fortemente dipendente dalla risorsa idrica. Quando arrivano annate siccitose, però, quel modello entra in tensione. Il problema, osserva REF, non è soltanto la quantità assoluta d’acqua disponibile. E’ soprattutto l’intensità degli utilizzi e la rigidità della domanda. Gli effetti della scarsità, inoltre, non sono uguali per tutti: alcuni agricoltori possono riuscire a trasferire parte dell’aumento dei costi sui prezzi, mentre consumatori e determinate colture possono subire perdite molto più pesanti.
Per legge, in condizioni di siccità l’ordine delle priorità è chiaro: prima il consumo umano e, subito dopo, l’uso agricolo. Allo stesso tempo devono essere garantiti l’equilibrio del bilancio idrico, il deflusso ecologico e la capacità di ricarica delle falde. La difficoltà nasce quando non c’è acqua sufficiente per soddisfare tutti.
Piemonte, il caso del torrente Orco: il ritorno del “regolatore”
Proprio il Piemonte offre nel 2026 uno degli esempi più interessanti indicati dal rapporto. Nel Canavese, sul torrente Orco, nel luglio 2026 è stato nominato un “regolatore delle acque”: una figura prevista dalla legislazione italiana già dal 1933 e incaricata di ripartire la disponibilità idrica tra i diversi concessionari, proponendo anche eventuali limitazioni temporanee. L’incarico è previsto fino alla fine della stagione irrigua, il 15 settembre 2026. REF sottolinea come si tratti di uno dei rari casi di effettiva attivazione di una figura rimasta per decenni quasi inutilizzata.
Il caso dell’Orco è importante perché porta la discussione dalla teoria alla pratica. Invece di aspettare l’emergenza nazionale, un soggetto tecnico può essere chiamato a stabilire come distribuire l’acqua fra i diversi utilizzatori. E’ il tipo di meccanismo che, secondo REF, potrebbe essere utilizzato più sistematicamente in futuro.
Per il Piemonte, terra nella quale il Po nasce e nella quale si trovano importanti affluenti e risorse montane, la questione è particolarmente delicata: ciò che viene trattenuto o rilasciato a monte può condizionare ciò che arriva più a valle. Non a caso, durante la crisi del 2026, proprio il tema dei rilasci dalle aree a monte è entrato nel confronto fra territori. Il rapporto cita esplicitamente le richieste rivolte a Piemonte e Lombardia per aumentare i rilasci verso valle.
Lombardia, la regione “a monte” della grande pianura agricola
La Lombardia si trova in una posizione altrettanto strategica. I grandi laghi alpini e subalpini rappresentano infatti una componente fondamentale del sistema di regolazione delle acque che alimentano il bacino padano.
Durante la crisi del 2022, l’Osservatorio del Po raccomandò una riduzione del 20% dei prelievi irrigui e contemporaneamente un aumento del 20% dei rilasci dai grandi laghi alpini, con l’obiettivo di mantenere un equilibrio tra i diversi utilizzi e garantire anche un afflusso sufficiente verso il Delta. Il punto critico è che quella riduzione del 20% non era un ordine vincolante. Le Regioni erano chiamate ad adottare autonomamente i provvedimenti necessari. In altre parole, il sistema era in grado di dire quanto grave fosse la situazione e quale comportamento sarebbe stato necessario, ma non disponeva di un meccanismo automatico capace di imporre a tutti gli utenti lo stesso obiettivo.
Questo limite è emerso con particolare evidenza nel 2022, quando la riduzione dei prelievi irrigui non fu conseguita in maniera uniforme.
Il 2022: il precedente che continua a pesare
La siccità del 2022 rappresenta il principale banco di prova del sistema. Il 29 giugno 2022, il bollettino dell’Osservatorio classificava la severità idrica come alta. A Pontelagoscuro, uno dei punti di riferimento fondamentali per valutare la portata del Po, il fiume era sceso a circa 161 metri cubi al secondo, un valore inferiore ai minimi mensili storici. Nello stesso periodo, il cuneo salino si spinse per circa 30 chilometri dalla foce, mentre le portate a Pontelagoscuro si mantennero attorno a 160-180 metri cubi al secondo.
Il quadro complessivo fu eccezionale: nel 2022 il deficit di risorsa rinnovabile del distretto del Po arrivò a circa -66%, contro il -50% a livello nazionale. Eppure, anche di fronte a numeri così pesanti, non fu introdotta una regola uniforme e vincolante per ridurre i prelievi irrigui in tutto il bacino.
Il 4 luglio 2022 arrivò lo stato di emergenza nazionale per cinque Regioni del Nord: Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte e Veneto. Fu stanziato un primo riparto di 36,5 milioni di euro per interventi urgenti ma, sottolinea REF, vennero distribuiti soprattutto fondi e interventi sulle opere, non la risorsa idrica. Una differenza che oggi assume un peso ancora maggiore.
Una crisi che nel 2026 torna a bussare alla porta
Il 2026 ha infatti riproposto lo stesso problema. Il rapporto descrive una stagione nella quale gli indicatori tecnici avevano già iniziato a segnalare condizioni problematiche prima che la severità ufficiale del distretto raggiungesse i livelli più elevati. A rendere più preoccupante il quadro contribuivano la fusione della neve, avvenuta con largo anticipo rispetto alla media climatica, e le previsioni di temperature estive superiori alla norma. La severità distrettuale è passata al livello medio il 25 giugno e al livello alto il 30 luglio.
La sequenza suggerisce una domanda fondamentale: perché aspettare che la crisi sia già evidente per adottare misure più incisive, se gli indicatori possono anticiparla?
Il problema delle decisioni “a pezzi”
E’ qui che entra in gioco la questione della governance. Il bacino del Po dispone oggi di un sistema molto articolato: Autorità di bacino, Osservatorio permanente, bollettini, indicatori meteorologici e idrologici, modelli previsionali, dati sulle falde, sugli invasi, sui laghi regolati e sul cuneo salino.
Il Piano di gestione delle siccità utilizza diversi indicatori e individua quattro livelli di severità: non critico, basso, medio e alto. Anche la modellistica è avanzata. Il sistema Dews, attraverso il modello di bilancio idrico Ribasim, permette di simulare diversi scenari modificando l’intensità dei prelievi: 100%, 90% e 80%, mantenendo costanti i rilasci dei grandi laghi. Questo consente di valutare gli effetti delle diverse decisioni sulle portate e sui territori a valle.
Il paradosso è che la capacità tecnica di prevedere la crisi è superiore alla capacità istituzionale di imporre una risposta coordinata. Le competenze, infatti, sono distribuite fra diversi livelli amministrativi. L’Autorità di bacino può adottare misure di salvaguardia a scala distrettuale, mentre la gestione ordinaria di concessioni, canoni e prelievi rimane in larga misura regionale. Le ordinanze di contenimento vengono quindi adottate dai singoli territori.
E la Liguria?
La Liguria non coincide con il bacino padano e non può essere assimilata a Piemonte e Lombardia. Tuttavia, il tema posto dal rapporto è più generale e riguarda il modo in cui l’Italia gestisce le crisi idriche: la necessità di passare dalla gestione emergenziale a una pianificazione preventiva, con regole conosciute prima che la scarsità diventi critica. Per un territorio come quello ligure, caratterizzato da bacini idrografici relativamente piccoli e da una forte variabilità della disponibilità, la lezione del Po è quindi soprattutto istituzionale: non aspettare la crisi per stabilire chi deve ridurre i consumi e con quali priorità.
Non basta tagliare tutti del 20%
Una delle questioni più interessanti sollevate da REF riguarda proprio la tentazione di applicare una regola semplice: se manca il 20% dell’acqua, si tagliano del 20% tutti i prelievi. Sembra una soluzione equa, ma può non esserlo. Gli utilizzatori hanno, infatti, produttività diverse e hanno sostenuto investimenti diversi per ridurre i consumi. Un taglio identico può penalizzare chi ha già investito in efficienza irrigua e premiare, indirettamente, chi utilizza la risorsa in modo meno efficiente.
REF propone di ragionare su criteri capaci di tenere conto del valore dell’acqua nei diversi impieghi e della possibilità di trasferire i diritti di utilizzo. Ma c’è un’altra avvertenza decisiva: non si può intervenire soltanto sulle acque superficiali. Se durante una siccità si riducono i prelievi dai fiumi ma gli agricoltori compensano aumentando il pompaggio dalle falde, il problema non viene risolto: viene semplicemente spostato sottoterra. Il rapporto sottolinea per questo la necessità di una gestione congiunta di acque superficiali e acque sotterranee.
La proposta di fondo del rapporto è un cambio di paradigma. Il modello potrebbe prevedere non tanto quote rigide, quanto curve di riduzione dei prelievi differenti a seconda del livello di severità. In questo modo, un passaggio da condizioni normali a siccità moderata, severa e poi alta comporterebbe progressivamente misure più restrittive, senza dover ricominciare ogni volta da una nuova trattativa fra Regioni, enti e utilizzatori. Un sistema che avrebbe un vantaggio evidente anche per Piemonte e Lombardia: renderebbe più trasparente il rapporto fra ciò che viene trattenuto a monte e ciò che deve essere garantito a valle.
La partita non è solo ambientale
Anche la produzione energetica entra nel problema: il distretto del Po pesa per circa il 55% della produzione idroelettrica nazionale. Quando la risorsa diminuisce, dunque, ogni decisione produce conseguenze economiche in altre parti del sistema. Ecco perché la siccità del Po viene definita dal rapporto non semplicemente come un fenomeno idrologico, ma come una crisi distributiva: la questione non è soltanto quanta acqua rimane, ma come distribuire quella che rimane tra territori, cittadini, agricoltori, imprese, produzione energetica ed ecosistemi.
Il messaggio per il Nordovest
Il messaggio è concreto: il tempo della semplice gestione dell’emergenza potrebbe essere arrivato al capolinea. La vera sfida non è soltanto trovare nuova acqua: è decidere prima come utilizzare quella che avremo. Perché se la siccità diventa una condizione ricorrente, ogni estate non può trasformarsi in una nuova trattativa sull’emergenza.
Il passaggio indicato da REF è precisamente questo: dal “quanto manca?” al “come la distribuiamo?”. E, soprattutto, dalla decisione presa quando la crisi è già arrivata alla regola stabilita quando l’acqua ancora c’è. Per l’intero Nordovest, è probabilmente questa la partita più importante che si apre dopo le siccità del 2022 e del 2026.