di Kristallia Antoniadou*
Le ferite complesse e le perdite di sostanza cutanea rappresentano ancora oggi una sfida importante. Traumi, interventi chirurgici, infezioni, ulcere croniche o complicanze legate a patologie vascolari e metaboliche possono determinare ferite che faticano a guarire con le sole medicazioni tradizionali. In questi casi, tra le strategie terapeutiche disponibili, trova indicazione la VAC Therapy, più correttamente definita NPWT (Negative Pressure Wound Therapy), cioè terapia delle ferite a pressione negativa.
Il principio è relativamente semplice: sulla ferita viene applicata una speciale schiuma porosa o una garza, opportunamente modellata sulla perdita di sostanza. La medicazione viene quindi ricoperta con una pellicola adesiva che crea un ambiente chiuso e collegata, attraverso un tubo, a una piccola pompa. La pompa genera una pressione negativa controllata, cioè una sorta di aspirazione delicata e continua o intermittente. Un valore frequentemente utilizzato è intorno a -125 mmHg, ma la pressione viene adattata alle caratteristiche della ferita e alle condizioni del paziente.
L’effetto più immediatamente visibile è la rimozione dell’essudato, cioè dei liquidi che si accumulano nella ferita. Ma l’azione della VAC è molto più complessa. La pressione negativa contribuisce a ridurre l’edema dei tessuti e determina una lieve contrazione della medicazione, favorendo l’avvicinamento dei margini della ferita. Contemporaneamente, la particolare struttura della schiuma trasmette alle cellule piccoli stimoli meccanici, chiamati microdeformazioni, che favoriscono la proliferazione cellulare, la formazione di nuovi piccoli vasi sanguigni e lo sviluppo di tessuto di granulazione, indispensabile per il processo di riparazione. In altre parole, la VAC non si limita ad aspirare i liquidi: contribuisce a creare un microambiente favorevole alla guarigione.
La terapia a pressione negativa può trovare indicazione nelle perdite di sostanza traumatiche, nelle ferite chirurgiche complesse o che si sono riaperte, in alcune ulcere croniche, nelle lesioni del piede diabetico e nelle ferite caratterizzate da abbondante essudazione. Può inoltre rappresentare una fase intermedia molto utile della chirurgia ricostruttiva.
Una perdita di sostanza profonda, inizialmente non adatta a essere chiusa direttamente, può essere trattata con VAC fino alla formazione di un letto di granulazione sufficientemente sano e vascolarizzato, sul quale sarà eventualmente possibile eseguire un innesto cutaneo o programmare un’altra procedura di copertura. Prima dell’applicazione può essere necessario effettuare un debridement, cioè la rimozione del tessuto necrotico o devitalizzato, in modo da lasciare un letto della ferita il più possibile vitale.
Non esiste una durata uguale per tutti. La medicazione viene generalmente sostituita periodicamente, spesso ogni 48–72 ore, mentre la durata complessiva della terapia dipende dall’evoluzione della ferita. In alcuni pazienti possono essere sufficienti pochi giorni o alcune settimane; nelle ferite particolarmente complesse il trattamento può proseguire più a lungo, anche per mesi. L’aspetto fondamentale non è quindi stabilire un numero massimo di giorni, ma verificare periodicamente che la ferita stia effettivamente migliorando. Se non si osserva una progressiva riduzione delle dimensioni e della profondità o una buona formazione di tessuto di granulazione, è necessario rivalutare la situazione e ricercare eventuali fattori che ostacolano la guarigione.
La VAC Therapy è uno strumento prezioso, ma non può sostituire una corretta diagnosi della causa della ferita. In particolare, nelle ulcere e nelle perdite di sostanza degli arti inferiori è fondamentale valutare la circolazione arteriosa e venosa, escludere infezioni profonde o osteomielite e considerare eventuali condizioni generali che possono rallentare la riparazione, come diabete, malnutrizione o importanti alterazioni vascolari. La moderna gestione delle ferite complesse è quindi necessariamente multidisciplinare.
La terapia a pressione negativa rappresenta uno degli strumenti più interessanti a nostra disposizione: rimuove l’eccesso di essudato, controlla l’ambiente della ferita e stimola la formazione di nuovo tessuto, accompagnando progressivamente la lesione verso la guarigione spontanea o preparando il terreno per la ricostruzione chirurgica.
*specialista in Chirurgia plastica ricostruttiva ed estetica