Itinerari da scoprire

Il Piemonte che ti lascia senza fiato

Borghi nascosti, castelli da fiaba, misteri e paesaggi insoliti come il “Sahara” di Masino o le rocce parlanti della Val Maira da scoprire, allontanandosi dal turismo di massa.

Il Piemonte che ti lascia senza fiato

Tra castelli misteriosi, paesi abbandonati e panorami che sembrano arrivare da un altro continente, il Piemonte offre itinerari insoliti perfetti per chi cerca esperienze lontane dal turismo di massa. Continua così il nostro “viaggio”, dopo le mete lombarde della scorsa settimana.

La roccaforte di Mondovì

Tra le montagne della provincia di Cuneo si nascondono piccoli borghi dove il tempo sembra essersi fermato. Uno di questi è il borgo di Baracco, frazione di Roccaforte Mondovì, un luogo che racconta la storia delle comunità alpine e del lento abbandono delle alte valli. Passeggiare tra le case in pietra, le vecchie stalle e i sentieri silenziosi significa immergersi in un Piemonte autentico, dove la natura sta lentamente riconquistando gli spazi lasciati dall’uomo.

Il “Sahara” piemontese

Nel cuore del Canavese esiste un paesaggio che sembra lontano centinaia di chilometri dalle Alpi: le Baragge e alcune zone sabbiose nei pressi di Masino regalano scenari insoliti, con distese aperte e colori che ricordano ambienti desertici. Un contrasto sorprendente: a pochi passi dai boschi piemontesi si possono incontrare panorami quasi africani, ideali per una passeggiata fotografica alla ricerca di prospettive originali.

Il castello che sembra uscito da una fiaba

Tra le colline del Roero si trova il Castello Reale di Govone, una residenza storica che unisce eleganza sabauda e decorazioni spettacolari. Le sue sale affrescate, i giardini e l’atmosfera da racconto ottocentesco lo rendono una meta ideale per chi ama i luoghi capaci di evocare altre epoche. Non è soltanto una visita culturale, ma un viaggio dentro la storia del Piemonte aristocratico.

La città “sotterranea” di Pollenzo

Vicino ad Alba, la tenuta di Pollenzo nasconde una storia sorprendente. Questo piccolo centro, legato alla famiglia reale sabauda, conserva testimonianze archeologiche e architettoniche che raccontano epoche diverse, dall’antica città romana fino alla trasformazione ottocentesca voluta da re Carlo Alberto. Pollentia fu fondata infatti dai Romani verso la fine del II sec. a.C. nel territorio dei Ligures Bagienni nella media valle del Tanaro. Ricordata nelle fonti (Cicerone e Svetonio) per gli avvenimenti storici di cui fu protagonista nella sua fase più antica, fu altresì segnalata (Plinio, Marziale e Columella) per la produzione di lane brune e di calici di ceramica. Nel 402 d.C. fu teatro della famosa battaglia tra l’esercito romano, agli ordini del vandalo Stilicone, e i Visigoti, comandati da Alarico, che ne uscirono sconfitti. Nell’impianto urbano, canonicamente scandito da cardini e decumani, emergevano gli edifici pubblici: il foro, il complesso del teatro e l’anfiteatro; di quest’ultimo è rimasta traccia nel “Borgo del Colosseo”, sorto sulle rovine della cavea. Nel parco dell’Agenzia carloalbertina sono venuti alla luce resti di insediamenti di epoca tardo-antica e medioevale. Pollenzo ospita inoltre una delle Residenze Sabaude dichiarate nel 1997 Patrimonio dell’Umanità Unesco.

Le “rocce parlanti” della Val Maira

La Val Maira, in provincia di Cuneo, è una delle valli alpine più affascinanti e meno affollate del Piemonte. Qui si possono incontrare incisioni rupestri, antichi sentieri militari e borgate in pietra integrate nel paesaggio.
Nascosto tra i boschi e i pascoli della bassa Valle Maira, sopra il paese di Roccabruna, c’è un luogo che sembra custodire un messaggio arrivato da un’altra epoca: è il Monte Roccerè, una montagna conosciuta per le sue misteriose rocce “coppellate”: superfici di pietra ricoperte da migliaia di piccole cavità, segni che per anni hanno alimentato ipotesi, studi e racconti. Perché “rocce parlanti”? Perché queste pietre sembrano raccontare una storia senza parole. Non sappiamo con certezza quale fosse il significato originario dei segni: alcuni studiosi hanno ipotizzato un uso rituale o simbolico, legato alla spiritualità delle comunità preistoriche che frequentavano la montagna; altre interpretazioni hanno cercato collegamenti con osservazioni del cielo e antichi sistemi di orientamento. Negli ultimi anni, però, nuove analisi hanno invitato alla prudenza: una valutazione geologica e archeologica del 2024 ha indicato che molte delle cavità presenti sulle rocce possono essere spiegate anche come fenomeni naturali di erosione della pietra, pur confermando l’importanza del luogo per la frequentazione umana antica e per il suo valore paesaggistico e geologico.