di Stefano Ribaldi*
La vittoria di Michele Mari al Premio Strega 2026 con I convitati di pietra difficilmente può essere considerata una sorpresa.
Mari è da molti anni uno degli scrittori più riconoscibili della narrativa italiana, autore colto, raffinato, capace di costruire una lingua personale e immediatamente identificabile. Proprio per questo, però, viene spontanea una domanda: ha vinto davvero il suo libro migliore oppure lo Strega ha finito per premiare, insieme al romanzo, una carriera che da tempo attendeva una consacrazione? I convitati di pietra nasce da un’idea brillante. Un gruppo di ex compagni di liceo decide, un anno dopo la maturità, di versare periodicamente del denaro in un fondo destinato, molti anni più tardi, agli ultimi tre sopravvissuti. Quello che comincia come uno scherzo giovanile diventa inevitabilmente qualcosa di più oscuro: la somma diventa consistente con il passare del tempo e ogni morte aumenta la possibilità destinata a chi rimane, trasformando gli amici di un tempo in involontari ma agguerriti concorrenti.
Il meccanismo funziona. Almeno all’inizio. Mari possiede l’abilità necessaria per tratteggiare questa macabra lotteria in una riflessione sul tempo, sull’amicizia e sull’invecchiamento. Il problema è che l’intuizione narrativa sembra talvolta più forte del romanzo che dovrebbe sostenerla. Una volta compreso il gioco, il lettore ne intuisce presto anche le conseguenze e la macchina narrativa procede senza sempre riuscire a sorprendere.
Rimane naturalmente la scrittura di Mari: elegante, ironica, puntuta, a tratti virtuosa. Ma proprio questo virtuosismo rischia qualche volta di diventare maniera e ripetizione. Si avverte il piacere dell’autore per la parola, per la costruzione letteraria, per il riferimento colto; meno frequentemente si avverte quella necessità narrativa capace di far dimenticare al lettore la presenza dello scrittore.
Anche i personaggi, volutamente legati alla dimensione collettiva della vecchia classe, non acquistano lo spessore necessario e il lettore non riesce quasi mai ad immaginarli se non per alcuni scontati riferimenti, quasi per analogia a tanta cinematografia già vista. Sono pedine perfette del meccanismo immaginato da Mari, ma non tutti riescono a trasformarsi in figure capaci di restare nella memoria. E così il tema più interessante – la lenta trasformazione dell’amicizia quando il tempo comincia a sottrarre invece che ad aggiungere – finisce talvolta soffocato dall’ingranaggio narrativo e l’apprendimento lascia spazio ad una cronaca di eventi.
Certo è lontana la stagione letteraria del ’59 quando a contendere un rivoluzionario Pier Paolo Pasolini con “Una Vita Violenta” c’erano Mario Paz, Beppe Fenoglio e alla fine vinse, seppur aspramente criticato, Tomasi di Lampedusa con “Il Gattopardo”.
Forse proprio qui sta il piccolo paradosso dello Strega 2026: Michele Mari meritava da tempo un riconoscimento di questa importanza. I convitati di pietra, forse, un po’ meno.
*autore e produttore tv