Il personaggio

Il “dottor Scotti” si racconta

Una storia familiare diventata storia d'impresa, cresciuta mantenendo un legame profondo con le proprie origini e, allo stesso tempo, una forte propensione all'innovazione.

Il “dottor Scotti” si racconta

Dal 1860 e sei generazioni, la famiglia Scotti lega la propria storia al riso. Oggi a guidare l’azienda è Dario Scotti, classe 1956, che guarda già alla prossima generazione, con le sue tre figlie impegnate in ruoli diversi. Una storia familiare diventata storia d’impresa, cresciuta mantenendo un legame profondo con le proprie origini e, allo stesso tempo, una forte propensione all’innovazione.

Qual è l’eredità più importante che ha ricevuto e quale invece il cambiamento più significativo che ha voluto imprimere?

«Da bambino sentivo parlare moltissimo di riso. La mia stanza era attaccata alla riseria e sentivo il rumore costante di uno dei macchinari. Oggi non sarebbe possibile, allora sì e a me non dava alcun fastidio. Il legame tra famiglia, casa, riseria era inscindibile e la riseria stessa, con i suoi 15 dipendenti e 3 impiegati, era una grande famiglia. Il riso faceva parte della vita quotidiana. Ho iniziato a lavorare in azienda a 28 anni, pieno di idee. Mio padre trasformò la riseria in una Spa e mi nominò amministratore delegato. Lui continuò a occuparsi di acquisto del risone, degli aspetti tecnici ed è sempre stato il mio consulente, ma allo stesso tempo mi lasciò una grande libertà. Mi permise di provare, di cambiare, anche di rischiare. Da lì l’attività è cresciuta moltissimo. Credo che l’eredità più importante sia proprio questa: avere radici solide che non impediscono di guardare avanti. Non saremmo quello che siamo oggi senza le basi costruite dalle generazioni che ci hanno preceduto. Io ho cercato di far fruttare quell’eredità, trasformando una riseria familiare in un’impresa capace di competere sui mercati internazionali, senza perdere la propria identità. Ed è ciò che oggi cerco di trasmettere alle mie figlie. Mantenere questa identità, dopo sei generazioni, è un privilegio, una responsabilità e un onore».

Il riso è un alimento antichissimo ma oggi il consumatore cerca innovazione, praticità e benessere. Come si riesce a innovare un prodotto così tradizionale senza snaturarlo?

«Il riso è un prodotto antichissimo, ma il modo di consumarlo è cambiato moltissimo. Le mondine venivano retribuite per lo più con sacchi di riso, che riportavano soprattutto in Veneto. Il riso si comprava sfuso al mercato e veniva consegnato in piccoli cartocci. Poi sono arrivate le scatole, circa settant’anni fa il vero confezionamento e noi siamo stati tra i primi a introdurre il sottovuoto. Negli ultimi anni, però, il cambiamento non ha riguardato soltanto la confezione, ma il prodotto e le occasioni di consumo: siamo passati dal riso da cuocere ai risi pronti, fino alle soluzioni pronte da mangiare. E il riso è entrato in mondi che un tempo sembravano lontanissimi: abbiamo sviluppato pasta, olio, bevande vegetali, cracker e molti altri prodotti a base riso. La cosa straordinaria è che questa evoluzione non snatura la materia prima, ma ne dimostra la versatilità. Innovare, per noi, significa partire sempre dal riso e trovare nuovi modi per portarlo nella vita delle persone, seguendo il cambiamento dei consumi. Il riso è buono, fa parte della nostra cultura alimentare e si presta a interpretare esigenze contemporanee come praticità, benessere e varietà. Credo che ci sia ancora moltissimo da fare».

Negli ultimi anni si parla molto di sicurezza alimentare e cambiamenti climatici. Quali le sfide più difficili per chi produce e trasforma il riso?

«Il cambiamento climatico è una questione che dobbiamo affrontare seriamente. Temperature più elevate e minore disponibilità di risorse idriche possono diventare un problema strutturale per una coltura come il riso. In Italia gli effetti non hanno ancora compromesso la nostra capacità produttiva, ma questo non significa che possiamo aspettare. Possiamo e dobbiamo lavorare su una gestione sempre più efficiente dell’acqua, sia a livello delle singole aziende agricole sia come sistema; ma la vera sfida è riuscire a ragionare in prospettiva, investendo in ricerca, innovazione agronomica e collaborazione lungo la filiera. Il riso italiano è un patrimonio che va tutelato costruendo oggi le condizioni perché possa continuare a essere competitivo domani».

L’Italia è il primo produttore europeo di riso ma compete in un mercato globale. Punti di forza? Dove il sistema deve crescere?

«Stanno cambiando le varietà, i gusti e soprattutto il modo in cui il riso arriva alle persone. In Italia stanno entrando con forza nuove abitudini alimentari: basti pensare al successo del Basmati, una varietà di origine asiatica che oggi ha conquistato uno spazio molto importante nei consumi degli italiani. Allo stesso tempo accade il fenomeno opposto: cresce nel mondo la ricerca delle varietà italiane, soprattutto quando si parla di risotto. Per preparare un grande risotto si cerca il riso italiano. E’ qui che abbiamo una forza straordinaria: una tradizione risicola unica, varietà di altissima qualità e una cultura gastronomica riconosciuta nel mondo. La sfida è riuscire a valorizzare maggiormente tutto questo sui mercati internazionali e, contemporaneamente, essere aperti all’evoluzione dei consumi. Il mercato globale non si affronta chiudendosi: bisogna difendere la qualità e l’identità del prodotto italiano, ma anche capire come stanno cambiando le persone e le loro abitudini».

La sostenibilità è diventata una parola chiave, ma spesso rischia di essere solo uno slogan. Quali investimenti e quali risultati?

«La sostenibilità ha senso solo se entra nei processi. Per noi significa lavorare su ciò che facciamo ogni giorno: energia, acqua, logistica, recupero delle risorse, filiera. Negli anni abbiamo investito molto nello stabilimento di Pavia per renderlo sempre più efficiente e circolare. Oggi una parte rilevante dell’energia che utilizziamo viene autoprodotta grazie alla cogenerazione, al fotovoltaico e alla valorizzazione della lolla di riso, che per noi non è uno scarto ma una risorsa. Abbiamo lavorato anche sul recupero del calore e sulla gestione dell’acqua, cercando di ridurre sprechi e consumi. Lo stesso approccio riguarda la logistica: stiamo realizzando un nuovo hub automatizzato che ci consentirà di ottimizzare gli spazi, ridurre le movimentazioni interne e rendere più efficienti i flussi. Ma credo che il punto vero sia un altro: non esiste un singolo investimento che “rende sostenibile” un’azienda. E’ la somma di tante scelte coerenti, fatte nel tempo, che produce un risultato. E soprattutto è un lavoro che non finisce mai, perché ogni volta che migliori un processo devi già pensare a come migliorare quello successivo».

Lei mangia riso?

«Da piccolo era una consuetudine: mangiavamo riso tutti i giorni, tanto da raggiungere quasi consumi asiatici! Allora era un alimento molto più legato al Nord Italia; con il tempo si è arrivati a una maggiore uniformità dei consumi in tutto il Paese. Ancora oggi, il riso non manca sulla mia tavola».

Il suo risotto preferito?

«Il risotto con l’ossobuco. E’ un piatto completo e ci vuole tanto midollo: al ristorante lo chiedo sempre doppio e di solito mi accontentano. Una vera golosità».

E’ ancora sfida tra riso e pasta?

«Sì, ma credo che oggi i due prodotti abbiano trovato spazi e occasioni di consumo differenti. In Italia la pasta rimane naturalmente fortissima come primo piatto, mentre il riso ha una versatilità diversa: può essere un primo, un piatto unico, un accompagnamento e oggi anche un ingrediente alla base di moltissimi prodotti. Quindi la sfida continua, ma il riso ha ancora molti territori da conquistare».

Un suo pregio e un difetto?

«Ho un accanimento quasi ossessivo nei confronti delle situazioni problematiche. Quando c’è un problema mi preoccupa in maniera prepotente e magari nell’immediato mi toglie anche un po’ di lucidità, ma nello stesso tempo mi costringe a cercare una soluzione. Quindi probabilmente è un difetto e un pregio insieme. Non mollo facilmente: quando mi metto in testa un obiettivo, se dipende da me, cerco di arrivarci».

Un consiglio che può essere valido anche per i giovani?

«Determinazione e focalizzazione. Credo che a volte possano valere persino più di una maggiore intelligenza o preparazione. Il talento è importante, ma bisogna sapere dove si vuole andare e avere la costanza di continuare a lavorare per arrivarci».

Cambierebbe le scelte compiute nel passato? Ha rimpianti?

«Rifarei quasi tutto, ma forse con meno impeto e meno velocità. Abbiamo fatto davvero di tutto: dalla risicoltura in Romania all’apertura di fabbriche, dall’ingresso in nuovi mercati allo sviluppo di nuovi prodotti. Guardandomi indietro, forse farei qualcosa in meno e la farei ancora meglio. Ma credo che anche l’impetuosità faccia parte del modo di essere imprenditori: bisogna avere il coraggio di provare, sapendo che non tutte le scelte avranno lo stesso risultato».

Riesce a ricavarsi del tempo libero?

«Non conosco imprenditori che abbiano ottenuto risultati vivendo l’azienda in maniera secondaria. Nel mio caso, però, l’azienda è stata anche un collante della mia famiglia. Qui ognuna delle mie figlie può trovare il proprio spazio ed esprimersi. Mia moglie è stata mia compagna di università a Economia e ha sempre compreso profondamente il mio lavoro. Ho fatto sacrifici, certamente, ma non credo di aver perso la mia vita privata. Ho tre grandi passioni: la storia, le moto e la montagna. La storia la coltivo soprattutto da solo; nelle altre due ho cercato di coinvolgere anche le persone con cui lavoro. Con alcuni colleghi ho fatto viaggi incredibili in moto, dalla Cina all’Uzbekistan e al Tagikistan; con i manager organizziamo camminate in quota e abbiamo fatto anche voli in parapendio. Ho cercato, insomma, di non costruire compartimenti stagni tra famiglia, azienda e passioni. Per me è sempre stato un unicum naturale. Magari non ho fatto tutto in modo perfetto, ma posso dire di aver fatto tutto quello che mi piaceva. Mi considero molto fortunato, in questo senso».

Il libro sul comodino?

«In realtà sono diventato un grande appassionato di audiolibri. Ho appena finito di ascoltare 22 ore dedicate alla storia di Caporetto. Il bello è che posso impostare il timer prima di addormentarmi e, se mi perdo qualche passaggio, il giorno dopo torno indietro e recupero».

Ha sogni nel cassetto?

«Dal punto di vista personale mi considero appagato. Il mio desiderio riguarda soprattutto l’azienda: vorrei che continuasse a crescere, a migliorarsi e a svilupparsi. Ma non soltanto per la famiglia Scotti. Vorrei che continuasse a essere un luogo nel quale le persone, e soprattutto i giovani che lavorano con noi, possano crescere e avere la possibilità di realizzare a loro volta i propri sogni. Credo che una grande impresa debba servire anche a questo».

L’intelligenza artificiale, la digitalizzazione e l’analisi dei dati stanno cambiando anche l’agroalimentare. In che modo queste tecnologie stanno trasformando il vostro lavoro?

«Noi partiamo da una materia prima che è sempre la stessa: il chicco di riso. Da questo punto di vista non possiamo avere la velocità di evoluzione tecnologica di altri settori. Ma tutto ciò che avviene intorno a quel chicco sta cambiando profondamente. Nel modo di lavorare, controllare, stoccare e distribuire il riso, l’automazione e la digitalizzazione sono ormai cruciali. Direi quasi una condizione di sopravvivenza: se non evolvi, non rimani fermo, vai indietro. Stiamo assistendo a una trasformazione del lavoro industriale che continuerà ad accelerare. Probabilmente avremo più tecnici specializzati e meno attività manuali e ripetitive. L’IA e l’analisi dei dati aggiungeranno un ulteriore livello, aiutandoci a prendere decisioni più rapidamente e a gestire processi sempre più complessi. E’ una rivoluzione alla quale dobbiamo prepararci, anche investendo sulle competenze delle persone».

E il dottor Scotti, quello della pubblicità?

«Il Dottor Scotti ormai fa parte del marchio e del suo valore: l’abbiamo introdotto con Gerry Scotti, nostro testimonial per trent’anni, e continua a esistere, anche se nessuno conosce me. E io ho il grande vantaggio di poter continuare ad andare in giro tranquillamente senza che nessuno mi fermi per strada!».

C’è un’esperienza che l’ha segnata in maniera particolare?

«I 13 mesi di leva militare, a 19 anni, come alpino in Carnia. In quel periodo vissi anche l’esperienza del terremoto. E’ stato un momento cruciale della mia formazione, che mi ha segnato profondamente e ha inciso sul mio carattere più di tante altre esperienze successive».

Angelo Dario Scotti è amministratore delegato di Riso Scotti, storica azienda di famiglia fondata nel 1860 dal bisavolo Pietro Scotti. Nato e cresciuto nel mondo del riso, guida l’impresa da oltre quarant’anni, accompagnandone la trasformazione da riseria tradizionale a gruppo alimentare risiero di riferimento in Europa. Laureato in Economia e Commercio all’Università di Pavia a soli 23 anni, entra in azienda subito dopo gli studi, dopo essere stato coinvolto fin da bambino dal padre Ferdinando. Nel 1986 assume la guida operativa della società, allora con un fatturato di circa 7,5 milioni di euro; nel 2025 il Gruppo supera i 300 milioni, con il 35% del business sviluppato sui mercati esteri. Alpino dell’Ottavo Battaglione Cividale, conserva una profonda passione per la montagna e un forte legame con il territorio. La sua visione imprenditoriale si fonda su innovazione, internazionalizzazione e valorizzazione della filiera, con l’obiettivo di portare l’eccellenza del riso italiano nel mondo.