Inchiesta sui giovani Neet

Le responsabilità della scuola nel prevenire l’apatia

L'intervista a Claudia Zanella, segretario generale Cisl Scuola Piemonte.

Le responsabilità della scuola nel prevenire l’apatia

I Neet, per Claudia Zanella segretario generale Cisl Scuola Piemonte, sono la sfida che interpella la scuola e il Paese.

«In questi anni Cisl e Cisl Scuola hanno più volte richiamato l’attenzione sul tema della dispersione scolastica, dell’abbandono e delle periferie educative. Oggi, spostiamo il focus sul fenomeno dei Neet, perché è proprio in questa condizione che spesso si manifesta il fallimento di un’intera filiera educativa, sociale e occupazionale – commenta – La periferia, infatti, non è soltanto un luogo geografico. E’ soprattutto una condizione esistenziale e sociale; è distanza dalle opportunità, carenza di servizi, fragilità delle reti educative, povertà culturale, isolamento relazionale, disuguaglianza.

E’ in queste periferie che la dispersione scolastica trova terreno fertile e dove, troppo spesso, nascono i futuri Neet».
Negli ultimi anni l’Italia ha registrato un miglioramento significativo. Dopo aver detenuto per lungo tempo il primato europeo negativo, nel 2025 la quota dei giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non sono inseriti in percorsi di formazione è scesa al 13,3%, quasi la metà rispetto al 25,7% del 2015. «Rimaniamo tuttavia ben al di sopra della media europea, che si attesta all’11%, e il nostro Paese continua a presentare profonde disuguaglianze territoriali. Nel Mezzogiorno il tasso raggiunge il 20,2%, mentre nel Nord scende all’8,7%».

Il Piemonte si colloca tra le regioni più virtuose del Paese. I dati territoriali più recenti indicano un’incidenza dei Neet intorno all’8-9%, sostanzialmente in linea con la media del Nord Italia e nettamente inferiore a quella nazionale.

«Si tratta di un risultato importante, ma che non autorizza alcun compiacimento – continua Zanella – significa comunque che quasi un giovane su dieci vive una condizione di inattività formativa e lavorativa, con il rischio concreto di vedere compromesso il proprio progetto di vita. E’ evidente, allora, come la dispersione scolastica rappresenti soltanto il primo anello di una catena molto più lunga. Ma esiste anche una dispersione meno visibile e forse ancora più insidiosa. L’Invalsi l’ha definita dispersione scolastica implicita: giovani che conseguono formalmente un titolo di studio, ma senza aver acquisito le competenze essenziali per affrontare consapevolmente la vita adulta. Non compare nelle statistiche dell’abbandono, ma produce gli stessi effetti: fragilità lavorativa, difficoltà di partecipazione attiva, vulnerabilità sociale. Per questo sarebbe un errore ridurre il dibattito esclusivamente agli indicatori quantitativi. Un ragazzo non è una percentuale. Non è un punteggio né un semplice dato statistico. Ogni studente rappresenta un patrimonio di talenti, relazioni, aspirazioni, capacità ancora da scoprire, che non può essere misurato soltanto attraverso test e performance. In questo senso rimane straordinariamente attuale la lezione di don Lorenzo Milani. “Lettera a una professoressa” nasceva proprio dall’analisi dei dati sulla dispersione scolastica, ma soprattutto dalla convinzione che la scuola dovesse diventare il principale strumento di emancipazione sociale. Barbiana dimostrò che l’educazione funziona quando parte dai bisogni concreti delle persone e costruisce comunità».

Secondo Zanella anche oggi la scuola è chiamata a questa responsabilità. «Viviamo immersi in una rivoluzione digitale che offre possibilità straordinarie ma produce anche nuove forme di solitudine, frammentazione e disorientamento – prosegue – Le neuroscienze ci ricordano che l’apprendimento significativo nasce dalle relazioni, dall’intersoggettività, dall’esperienza condivisa. Le tecnologie sono strumenti preziosi, ma non possono sostituire la comunità educante. Come ricordava Jacques Delors, “l’educazione deve offrire simultaneamente le mappe di un mondo complesso e la bussola che consenta agli individui di trovarvi la propria rotta”. E’ forse questa l’immagine più efficace della scuola che serve oggi: una scuola capace di orientare, accompagnare, costruire appartenenza».
Ed è qui che, secondo la sindacalista, il tema dei Neet diventa una responsabilità collettiva. Non riguarda soltanto il mercato del lavoro, né esclusivamente la scuola. Riguarda le politiche giovanili, i servizi sociali, la formazione professionale, il sistema produttivo, gli enti locali, il terzo settore e le famiglie. «Una società che lascia ai margini una parte dei propri giovani impoverisce sé stessa, rinunciando al contributo di energie, competenze e creatività indispensabili per il proprio futuro – precisa – La vera sfida, allora, non è soltanto ridurre una percentuale nelle statistiche. E’ costruire una scuola capace di prevenire l’esclusione prima che essa si manifesti, di riconoscere i talenti di ciascuno, di trasformare le periferie educative in luoghi di opportunità. Perché ogni giovane recuperato allo studio, alla formazione o al lavoro non rappresenta semplicemente un Neet in meno: rappresenta una persona che torna ad avere un progetto di vita e una comunità che ritrova fiducia nel proprio futuro».