Il personaggio

Piero Stroppa, divulgatore scientifico e direttore editoriale di Cosmo 2050: «Mi hanno dedicato un asteroide»

L'intervista al professore che racconta le tappe salienti del suo percorso.

Piero Stroppa, divulgatore scientifico e direttore editoriale di Cosmo 2050: «Mi hanno dedicato un asteroide»

Piero Stroppa, milanese classe 1956, è insegnante, divulgatore scientifico e direttore editoriale della rivista astronomica Cosmo 2050.

Dopo 45 anni nella scuola pubblica è andato in pensione, ma non ha smesso di insegnare…

«No, perché insegnare è sempre stata la mia professione e continua a esserlo. Da tre anni sono docente di Fondamenti di Fisica all’ITS Academy Giulio Natta, ospitato all’ospedale San Raffaele di Milano, dove seguo il corso di Technology and digital healthcare. Lavoro con studenti che si preparano a operare nel settore delle tecnologie biomedicali. Studiano il funzionamento, la progettazione e la manutenzione delle apparecchiature diagnostiche e riabilitative utilizzate negli ospedali. Il mio compito è fornire loro le basi fisiche indispensabili per comprendere davvero ciò con cui lavoreranno: dai raggi X ai laser, fino alle più moderne tecnologie diagnostiche. E’ un’esperienza che mi stimola molto. Mi piace pensare, scherzando ma non troppo, che un giorno potrebbero essere proprio alcuni dei miei studenti a occuparsi delle tecnologie di cui, magari, avrò bisogno anch’io. Un modo per continuare a sentirmi utile e trasmettere ciò che ho imparato in tanti anni di insegnamento».

Quando è nata la sua passione?

«Sono sempre stato attratto dalle materie scientifiche e, in particolare, dal cielo. Al liceo scientifico ho avuto la fortuna di incontrare insegnanti che hanno alimentato questa curiosità e mi hanno indirizzato verso questi studi. Non è una cosa scontata: a volte capita anche il contrario e ci sono docenti che, senza volerlo, finiscono per allontanare gli studenti da discipline affascinanti. Dopo il diploma mi sono iscritto a Fisica e ho scelto la specializzazione in Astronomia. Non ho mai pensato di diventare ricercatore a tutti i costi. Col tempo ho capito che la mia strada sarebbe stata un’altra: l’insegnamento e, parallelamente, la divulgazione scientifica. Oggi posso dire di essere soddisfatto di quella scelta».

Come si trasmette ai ragazzi la passione per materie considerate difficili?

«Non esiste una formula magica. Dopo una vita trascorsa in classe posso dire che ogni studente è diverso e che non tutti sono destinati a diventare scienziati. Ed è giusto così. Quello che possiamo fare è riconoscere le inclinazioni di ciascuno, alimentare la curiosità e non spegnerla mai. L’insegnamento assomiglia un po’ a una storia d’amore: è difficile trasmettere entusiasmo per una materia se il primo a non esserne appassionato è l’insegnante. Gli studenti percepiscono subito se davanti a loro hanno una persona che crede davvero in ciò che spiega. In questi decenni anche la didattica è cambiata profondamente. Ho cercato di contribuire a questa evoluzione non solo attraverso la divulgazione con Cosmo 2050, il sito internet, la radio e le altre attività, ma anche scrivendo testi scolastici di Fisica che continuo ad aggiornare per adattarli alle esigenze degli studenti».

La scuola è molto cambiata rispetto a quando ha iniziato?

«La società è cambiata e con essa sono cambiati anche i ragazzi. Tuttavia, nell’approccio all’insegnamento, vedo molte più continuità di quanto si pensi. Mi capita di parlare con bambini delle scuole primarie, studenti delle superiori, universitari e adulti. In fondo il linguaggio della curiosità è sempre lo stesso. Negli ultimi decenni sono arrivati Internet, i social network e ora l’intelligenza artificiale. Cercare di rincorrere ogni innovazione è impossibile, perché il mondo cambia più velocemente della scuola. Quello che possiamo fare è dare ai ragazzi strumenti solidi, basi culturali e metodo. Quando frequentavo il liceo non esistevano né i personal computer né Internet. Oggi, alla soglia dei settant’anni, posso studiare l’intelligenza artificiale proprio perché possiedo quei fondamenti che mi permettono di capire e imparare. E’ questo, secondo me, il compito più importante della scuola: non insegnare soltanto nozioni, ma fornire gli strumenti per continuare a imparare per tutta la vita».

Che rapporto ha con le nuove tecnologie e, in particolare, con l’intelligenza artificiale?

«Le nuove tecnologie non vanno subite, ma comprese. Ogni grande innovazione ha sempre suscitato timori: è accaduto con il personal computer, poi con Internet e con i social network. Oggi succede con l’intelligenza artificiale. Mi colpisce chi si chiede soltanto dove ci porterà. Prima dovremmo imparare a conoscerla e a usarla. Solo allora potremo valutarne davvero opportunità e rischi. La scuola ha il compito di fornire gli strumenti per affrontare il cambiamento, non di rincorrerlo. Le tecnologie evolvono troppo rapidamente perché si possa insegnare tutto. Se invece si costruiscono basi solide, le persone saranno in grado di adattarsi a qualsiasi trasformazione».

Che consiglio darebbe a un giovane che oggi deve scegliere il proprio futuro?

«Di inseguire ciò che lo appassiona, senza lasciare che sia il solo guadagno a orientare le sue scelte. Vedo troppe persone vivere aspettando il fine settimana o la fine della giornata lavorativa, come se il lavoro fosse soltanto una parentesi da sopportare. E’ un peccato, perché significa rinunciare a vivere pienamente gran parte del proprio tempo. Quando si riesce a trasformare una passione in un’attività quotidiana, il lavoro smette di essere una condanna e diventa parte della propria identità. Non è sempre facile, naturalmente, ma vale la pena provarci».

Nelle sue scelte professionali il denaro è mai stato una priorità?

«Direi di no. Come insegnante della scuola pubblica ho sempre percepito uno stipendio che tutti conoscono. Le attività editoriali mi hanno permesso di integrare il reddito, ma non sono mai state la ragione delle mie scelte. Anzi, faccio spesso notare che oggi un bravo idraulico o un bravo elettricista possono guadagnare molto più di me. E credo che, anche nell’epoca dell’intelligenza artificiale, continueranno a essere professioni indispensabili. Per questo dico ai ragazzi di non scegliere un percorso soltanto in funzione dello stipendio. Il lavoro occupa una parte enorme della nostra vita: se manca la passione, difficilmente il successo economico riuscirà a compensarla».

C’è stato un momento in cui la sua vita professionale ha preso una direzione inattesa?

«Sì, nel 1992. Da giovane collaboravo con alcune riviste di astronomia. Per una di queste avevo proposto nuove rubriche e alcune idee editoriali. Un giorno ricevetti la telefonata dell’editore: mi disse che aveva apprezzato le mie proposte e mi chiese se fossi disposto a dirigere la rivista. Accettai. Da allora la rivista ha cambiato più volte editore e anche nome, fino a diventare Cosmo 2050, ma io ho continuato a svolgere lo stesso ruolo. In alcuni momenti sono stato persino io a cercare un nuovo editore per garantirne la continuità. Quell’episodio mi ha insegnato una cosa: le occasioni arrivano quasi sempre quando meno ce lo aspettiamo. Bisogna però farsi trovare preparati e avere la costanza di coltivarle nel tempo».

Se potesse tornare indietro, cambierebbe qualcosa?

«No. Rifarei praticamente tutte le stesse scelte. Dopo la laurea avrei potuto tentare la carriera universitaria, ma significava affrontare anni di precarietà e continui spostamenti. In quel momento avevo bisogno di lavorare subito e di conquistare un’indipendenza economica. In seguito sostenni anche alcune selezioni presso grandi aziende informatiche. Erano gli anni in cui il settore offriva opportunità straordinarie, ma mi resi conto quasi subito che quello non era l’ambiente in cui desideravo lavorare. Decisi di fermarmi prima ancora del colloquio finale. Probabilmente ho rinunciato a una carriera più redditizia, ma non me ne sono mai pentito. L’insegnamento e la divulgazione mi hanno dato qualcosa di molto più importante: la libertà di continuare a fare ogni giorno ciò che mi appassiona».

Tra i riconoscimenti ricevuti ce n’è uno davvero speciale: un asteroide porta il suo nome. Che effetto le fa?

«Mi emoziona ancora oggi, anche perché pochi conoscono il modo in cui vengono assegnati i nomi agli asteroidi. Esistono regole molto precise, stabilite dal Minor Planet Center, l’organismo internazionale che si occupa della catalogazione dei corpi minori del Sistema Solare. Chi scopre un asteroide non può attribuirgli il proprio nome: può invece proporre quello di un’altra persona, motivando la scelta con un contributo significativo dato alla scienza, alla cultura o alla divulgazione. Nel mio caso la proposta arrivò dagli astronomi dell’Osservatorio Astronomico della Montagna Pistoiese, che decisero di dedicarmi uno degli asteroidi da loro scoperti per il lavoro svolto nella divulgazione scientifica. La candidatura venne accettata e oggi esiste davvero un asteroide che porta il mio nome. Naturalmente non è un oggetto visibile a occhio nudo e io stesso l’ho osservato soltanto nelle immagini inviate dagli scopritori. Ma il suo valore è simbolico. Sapere che, quando noi non ci saremo più, quel piccolo corpo celeste continuerà a orbitare intorno al Sole è un pensiero che suscita una certa emozione».

L’uomo vivrà davvero su Marte o saranno le macchine a esplorare lo spazio?

«Credo che, almeno nel prossimo futuro, saranno soprattutto le macchine. Portare un essere umano nello spazio è difficile. Farlo vivere per lunghi periodi lontano dalla Terra è ancora più complesso. Riportarlo a casa in sicurezza lo è di più. La robotica e l’intelligenza artificiale stanno cambiando completamente questo scenario. Un robot non soffre l’assenza di gravità, non ha bisogno di sistemi di supporto vitale, non risente dell’isolamento e può lavorare per anni in ambienti estremi. Per questo penso che l’esplorazione scientifica del Sistema Solare passerà sempre di più attraverso sonde e sistemi automatici. Le missioni con equipaggio umano manterranno certamente un grande valore simbolico, ma dal punto di vista scientifico saranno le macchine a fare la differenza».

Anche un eventuale contatto con civiltà extraterrestri potrebbe avvenire attraverso l’intelligenza artificiale?

«E’ una possibilità che considero tutt’altro che remota. Se esistesse una civiltà capace di affrontare viaggi di migliaia di anni luce, immagino che non invierebbe esseri biologici, ma sistemi artificiali, robot o intelligenze autonome. In fondo è la direzione che stiamo prendendo anche noi. E’ un’ipotesi, naturalmente, ma mi sembra più plausibile delle rappresentazioni classiche della fantascienza, con astronauti alieni che attraversano la galassia a bordo di astronavi».

Quale sarà, secondo lei, la prossima grande sfida dell’esplorazione spaziale?

«Credo che sarà la capacità di utilizzare in modo intelligente le risorse disponibili nello spazio. Gli asteroidi, per esempio, contengono materiali che un giorno potrebbero diventare importanti anche per la nostra economia. Oggi sembra fantascienza, ma molte tecnologie che utilizziamo quotidianamente lo erano anche pochi decenni fa. La storia ci insegna che il progresso procede più velocemente di quanto immaginiamo. Per questo preferisco guardare al futuro con curiosità».

Dopo una vita dedicata all’insegnamento e alla divulgazione, qual è il messaggio che vorrebbe lasciare ai giovani?

«Direi loro di non smettere mai di imparare. La curiosità è il motore della conoscenza e non ha età. E’ ciò che ci permette di crescere, di affrontare i cambiamenti e di non sentirci mai arrivati. Per questo il consiglio che mi sento di dare è semplice: continuate a imparare, coltivate la curiosità e non smettete mai di sognare. Il resto, nella mia esperienza, arriva quasi sempre di conseguenza».