di Federico Bertone
Il Mondiale a 48 squadre ha premiato la FIFA sul piano economico e organizzativo, ma per Gianni Infantino (nella foto) rischia di trasformarsi in un boomerang politico. L’aumento delle nazionali partecipanti ha ampliato il pubblico globale, moltiplicato i mercati televisivi e incrementato gli incassi da biglietteria e diritti media. Un successo che, secondo quanto anticipato nelle scorse settimane, potrebbe spingere l’organizzazione a valutare un’ulteriore espansione fino a 64 squadre per l’edizione del Centenario del 2030.
Per la FIFA rappresenta un doppio vantaggio: aumentare i ricavi dell’intero quadriennio e rafforzare il consenso politico tra le federazioni, soprattutto quelle di Asia, Africa e America Latina, che sono le principali beneficiarie dell’allargamento.
Diversa è invece la situazione in Europa, dove il rapporto tra la FIFA e la UEFA attraversa uno dei momenti più delicati degli ultimi anni. A pesare non è soltanto il ridotto incremento dei posti riservati alle nazionali europee nel nuovo Mondiale a 48 squadre, ma soprattutto il cosiddetto “caso Balogun”, destinato a lasciare un segno profondo.
Secondo le ricostruzioni circolate nelle ultime settimane, la vicenda avrebbe alimentato il sospetto di un’ingerenza politica nelle decisioni sportive, dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump (nel riquadro) ha rivendicato pubblicamente un proprio intervento sulla mancata squalifica dell’attaccante americano. Pur in assenza di prove definitive e nonostante le smentite della FIFA, l’episodio ha riacceso il dibattito sull’autonomia degli organi calcistici rispetto al potere politico.
È proprio questo l’aspetto che rischia di danneggiare maggiormente l’immagine di Infantino. La politica ha spesso incrociato la storia dei Mondiali, ma raramente in modo così esplicito. La frattura con la UEFA, tuttavia, nasce anche da motivazioni più profonde. L’allargamento del Mondiale ha favorito soprattutto le altre confederazioni, lasciando all’Europa soltanto tre posti aggiuntivi. Un equilibrio che molti dirigenti del calcio europeo considerano penalizzante, soprattutto alla luce dei risultati ottenuti sul campo, con le nazionali del Vecchio Continente ancora una volta protagoniste nelle fasi finali del torneo.
Proprio per questo, un eventuale passaggio a 64 squadre potrebbe trasformarsi anche in uno strumento politico. Con un numero maggiore di qualificazioni disponibili, la FIFA avrebbe infatti la possibilità di concedere qualche posto supplementare all’Europa, attenuando almeno in parte le tensioni con la UEFA senza rinunciare alla propria strategia di espansione globale.
Il paradosso è evidente. Il Mondiale a 48 squadre rappresenta probabilmente il più grande successo della presidenza Infantino sotto il profilo economico e organizzativo. Ma proprio il torneo destinato a consacrare definitivamente il progetto del numero uno della FIFA potrebbe aver aperto la fase politicamente più delicata del suo mandato. Perché i risultati finanziari sembrano ormai al sicuro. La sua immagine, invece, non lo è più.